05/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Nuove ombre sulla missione in Iraq
Soldato italiano in Iraq“Per andare in Iraq, prima della tremenda strage di Nassiriya, era necessario far ricorso ad un giro di raccomandazioni. Si arrivavano a pagare tangenti e queste pratiche di corruzione non erano circoscritte a questa missione, ma erano utilizzate anche per la Bosnia e il Kossovo”. Non usa mezzi termini il maresciallo Antonio Savino, presidente dell’Unione nazionale Arma dei Carabinieri (Unac).
 
Il militare ha molto da dire: “Prima dell’attacco alla nostra base andare in missione all’estero era molto vantaggioso dal punto di vista economico. Così alcuni colleghi erano interessati a questo tipo di missioni. È chiaro che adesso la situazione è cambiata. Il pericolo è molto alto”.
 
Da tempo l’Unac si batte per la moralizzazione dell’Arma e per la difesa dei diritti e per la sicurezza dei militari arruolati tra i carabinieri. La vicenda delle tengenti avrebbe dovuto scuotere l’interesse nazionale, invece una sorta di nebbia circonda il caso.
 
Savino insiste: “Alcuni colleghi, al ritorno da Nassiriya sono venuti da noi a raccontarci come andavano le cose. Abbiamo prove e registrazioni delle loro testimonianze. Noi non amiamo lo scandalo. Riteniamo di dover denunciare i fatti perché questo tipo di cose rendono più debole il nostro contingente. Nel senso che le persone non vengono scelte per capacità, ma con un metodo di corruzione. La conseguenza è facile da comprendere. Il livello di preparazione si abbassa e quindi i rischi per i nostri commilitoni aumentano”.
 
Sebbene la procura militare di Roma abbia aperto una inchiesta i lati oscuri della vicenda restano molti. In primo luogo il ritardo col quale si è dato il via all’indagine.
 
“Tutto era noto da anni – continua Savino – anche ai giudici militari. Si sa di lettere giunte agli inquirenti anche in passato. Le dichiarazioni dello Stato maggiore della difesa sono inattendibili. Come si fa dire che i tratta di casi isolati? Tra i morti nella strage irachena c’erano due colleghi anziani. Avevano oltre cinquant’anni. Ora, una circolare dell’Arma nella quale si specificavano i requisiti per ottenere l’idoneità alla spedizione, fissava a non oltre 45 anni l’età dei militari da impiegare. Nessuno si è accorto di questo? Voglio specificare che da parte nostra non si fa nessuna critica agli sfortunati colleghi. Anzi, sono vittime di un inganno tragico. Prima di partire l’operazione è considerata di pace. Appena saliti sui mezzi che portano in Iraq gli ufficiali cambiano le carte in tavola. Specificano subito che lì c’è una guerra vera e propria, avvertono dei rischi altissimi e fanno firmare l’accettazione del codice militare di guerra. A quel punto chi è in viaggio comprende dove si è andato a cacciare. Ripeto, di tutto questo abbiamo le prove. Spero i magistrati militari ci vogliano sentire, ma fino ad oggi non abbiamo ricevuto nessuna convocazione dal tribunale di Roma”.
 
I retroscena della missione in Iraq non si fermano alle tangenti. Qualche settimana fa erano stati denunciati casi di contaminazione da uranio impoverito, utilizzato per fabbricare proiettili a maggior capacità distruttiva. Anche in quel caso il silenzio italiano è totale. In questi giorni una troupe della televisione svizzera sta realizzando un reportage sui fatti. Una fabbrica elvetica, specializzata in questo tipo di armamenti sperimenterebbe i propri prodotti nel poligono militare di Perdasdefogu, in Sardegna. Nell’isola i casi di malattia sono molti e rimane emblematica la vicenda di Valery Melis, morto a soli 25 anni, tornato da una missione nei Balcani.
 
“Noi siamo molto preoccupati per la situazione in Iraq – sostiene il maresciallo Savino – perché al rischio, alla bassa preparazione dei soldati impiegati, all’aggravarsi giorno dopo giorno della situazione politico-militare adesso siamo anche di fronte alle tangenti. L’Unac vuole una moralizzazione dell’Arma e anche la verità sulla presunta missione di pace in Iraq”.
 
Nel mese di maggio la procura militare di Padova aveva condannato per truffa e peculato il generale Luciano Marinelli, già comandande del ‘Chimic group Force’, reparto speciale della Nato impiegato in Iraq. L’alto ufficiale era stato arrestato mentre riscuoteva cinquemila euro da un tenente. Il denaro, tra l’altro avrebbe dovuto ‘’facilitare’ l’ammissione del militare nei contingenti impiegati all’estero.
 
Savino conclude: “Dalle nostre indagini e sulla base delle testimonanze raccolte sappiamo che per partire erano necessari oltre quattromila euro. Speriamo le autorità militari e quelle politiche vogliano al più presto far luce sulla vicenda. Oggi, dopo l’attentato siamo al paradosso. Nessuno vuole più partire e allora chiamano chi in passato, non volendo aderire al ricatto era stato scartato. Parrebbe meglio, ma non è così. L’assenza di candidati fa sì che chi va laggiù debba occuparsi anche di quello che non sa fare o non ha mai fatto e i rischi aumentano ancora di più. “
 
Roberto Bàrbera
Categoria: Guerra
Luogo: Iraq