“Per andare in
Iraq, prima della tremenda strage di Nassiriya, era necessario
far ricorso ad un giro di raccomandazioni. Si arrivavano a pagare
tangenti e queste pratiche di corruzione non erano
circoscritte a questa missione, ma erano utilizzate anche per la Bosnia
e il Kossovo”. Non usa mezzi termini il maresciallo Antonio Savino,
presidente dell’Unione nazionale Arma dei Carabinieri (Unac).
Il militare ha molto da dire:
“Prima dell’attacco alla nostra base andare in missione all’estero era
molto vantaggioso dal punto di vista economico. Così alcuni colleghi
erano interessati a questo tipo di missioni. È chiaro che adesso la
situazione è cambiata. Il pericolo è molto alto”.
Da tempo l’Unac si batte per la moralizzazione dell’Arma e
per la difesa dei diritti e per la sicurezza dei militari arruolati tra
i carabinieri. La vicenda delle tengenti avrebbe dovuto scuotere
l’interesse nazionale, invece una sorta di nebbia circonda il caso.
Savino insiste: “Alcuni colleghi, al
ritorno da Nassiriya sono venuti da noi a raccontarci come andavano le
cose. Abbiamo prove e registrazioni delle loro testimonianze. Noi non
amiamo lo scandalo. Riteniamo di dover denunciare i fatti perché questo
tipo di cose rendono più debole il nostro contingente. Nel senso che le
persone non vengono scelte per capacità, ma con un metodo di
corruzione. La conseguenza è facile da comprendere. Il livello di
preparazione si abbassa e quindi i rischi per i nostri commilitoni
aumentano”.
Sebbene la procura militare di
Roma abbia aperto una inchiesta i lati oscuri della vicenda restano
molti. In primo luogo il ritardo col quale si è dato il via
all’indagine.
“Tutto era noto da anni –
continua Savino – anche ai giudici militari. Si sa di lettere giunte agli inquirenti
anche in passato. Le
dichiarazioni dello Stato maggiore della difesa sono inattendibili.
Come si fa dire che i tratta di casi isolati? Tra i morti nella strage
irachena c’erano due colleghi anziani. Avevano oltre cinquant’anni.
Ora, una circolare dell’Arma nella quale si specificavano i requisiti
per ottenere l’idoneità alla spedizione, fissava a non oltre 45 anni
l’età dei militari da impiegare. Nessuno si è accorto di questo? Voglio
specificare che da parte nostra non si fa nessuna critica agli
sfortunati colleghi. Anzi, sono vittime di un inganno tragico. Prima di
partire l’operazione è considerata di pace. Appena saliti sui mezzi che
portano in Iraq gli ufficiali cambiano le carte in tavola. Specificano
subito che lì c’è una guerra vera e propria, avvertono dei rischi
altissimi e fanno firmare l’accettazione del codice militare di guerra.
A quel punto chi è in viaggio comprende dove si è andato a cacciare.
Ripeto, di tutto questo abbiamo le prove. Spero i magistrati militari
ci vogliano sentire, ma fino ad oggi non abbiamo ricevuto nessuna
convocazione dal tribunale di Roma”.
I
retroscena della missione in Iraq non si fermano alle tangenti. Qualche
settimana fa erano stati denunciati casi di contaminazione da uranio
impoverito, utilizzato per fabbricare proiettili a maggior capacità
distruttiva. Anche in quel caso il silenzio italiano è totale. In
questi giorni una troupe della televisione svizzera sta realizzando un
reportage sui fatti. Una fabbrica elvetica, specializzata in questo
tipo di armamenti sperimenterebbe i propri prodotti nel poligono
militare di Perdasdefogu, in Sardegna. Nell’isola i casi di malattia
sono molti e rimane emblematica la vicenda di Valery Melis, morto a
soli 25 anni, tornato da una missione nei Balcani.
“Noi siamo molto preoccupati per la situazione in Iraq –
sostiene il maresciallo Savino – perché al rischio, alla bassa
preparazione dei soldati impiegati, all’aggravarsi giorno dopo giorno
della situazione politico-militare adesso siamo anche di fronte alle
tangenti. L’Unac vuole una moralizzazione dell’Arma e anche la verità
sulla presunta missione di pace in Iraq”.
Nel mese di maggio la procura militare di Padova aveva
condannato per truffa e peculato il generale Luciano Marinelli, già
comandande del ‘Chimic group Force’, reparto speciale della Nato
impiegato in Iraq. L’alto ufficiale era stato arrestato mentre
riscuoteva cinquemila euro da un tenente. Il denaro, tra l’altro
avrebbe dovuto ‘’facilitare’ l’ammissione del militare nei contingenti
impiegati all’estero.
Savino conclude:
“Dalle nostre indagini e sulla base delle testimonanze raccolte
sappiamo che per partire erano necessari oltre quattromila euro.
Speriamo le autorità militari e quelle politiche vogliano al più presto
far luce sulla vicenda. Oggi, dopo l’attentato siamo al paradosso.
Nessuno vuole più partire e allora chiamano chi in passato, non volendo
aderire al ricatto era stato scartato. Parrebbe meglio, ma non è così.
L’assenza di candidati fa sì che chi va laggiù debba occuparsi anche di
quello che non sa fare o non ha mai fatto e i rischi aumentano ancora
di più. “