21/03/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Dimissioni di ministri, defezioni di militari. L'eccidio di venerdì avrà un prezzo per il presidente Saleh

Si sono mossi i tank. Si sono posizionati davanti al palazzo presidenziale e a difesa dei centri nevralgici dello stato, come la Banca Centrale e il ministero della Difesa. Nel momento in cui l'esercito entra in scena con tanta prepotenza, si ha la quasi certezza che la rivoluzione yemenita sia entrata in una fase cruciale. Da settimane si susseguivano manifestazioni contro il regime ultratrentennale di Alì Abdullah Saleh, proteste divampate a Sana'a, con un presidio permanente davanti alla sede dell'università, e propagatesi nel resto del Paese. Uno stato di tensione che si è aggravato venerdì, quando attivisti pro-governo hanno sparato sui contestatori a piazza Taghyeer, facendo 52 morti. Una carneficina che è un punto di non ritorno. Inutilmente, Saleh si è affrettato a esternare il cordoglio per le vittime innocenti e a precisare che sono stati semplici cittadini ad attaccare i manifestanti ma nessuno è tanto ingenuo da credere che non ci siano gli apparati di sicurezza dietro la mattanza. Nemmeno l'Onu e gli Stati Uniti che hanno condannato come "inaccettabile" la violenza del regime, che intanto perde pezzi. Venerdì, con il sangue ancora fresco sui marciapiedi, si era dimesso il ministro del Turismo, Nabil al Faqih, seguito dal ministro per i Diritti umani, Huda al-Baan e dal suo sottosegretario Ali Taysir e dal ministro degli Affari religiosi Hamoud al-Hitar. Hanno abbandonato il loro posto anche l'ambasciatore alle Nazioni Unite, quello in Libano, il governatore della regione di Aden e il capo dell'agenzia di stampa di stato e 24 parlamentari del partito di maggioranza. Tutti si sono fatti da parte accusando il regime di aver "massacrato degli innocenti". In molti sono passati con il fronte della "rivoluzione della gioventù" - riferisce l'agenzia Irin - sono tornati nelle loro aree tribali e hanno cominciato a mobilitare i propri sostenitori a sostegno dei rivoluzionari. Lealtà claniche che potrebbero rivelarsi determinanti, dal momento che la stessa tribù del presidente, quella degli Hashed, ha chiesto a Saleh di farsi da parte.

Saleh, ha risposto sciogliendo il governo e proclamando lo stato d'emergenza, mossa che mette al centro della scena l'esercito. Un potere in cui cominciano ad emergere altre crepe che dovrebbero preoccupare non poco il presidente. Lunedì mattina, infatti, arriva la notizia della defezione del generale Alì Mohsen al-Ahmar, legato al clan presidenziale, capo della Prima divisione corazzata e comandante del distretto militare nordoccidentale del Paese. Dietro di lui, si sono schierati i generali di brigata Mohammed Alì Mohsen e Hamed al-Qusaibi. Il generale al-Ahmar ha subito dato ordine ai suoi uomini di disporre i mezzi a difesa dei manifestanti, innescando dinamiche da guerra civile, con una parte dell'esercito schierato su una linea e un'altra parte su posizioni contrapposte. Il direttore dello Yemen Post, Hakim al Masmari, ai microfoni di Al Jazeera si è spinto ad ipotizzare una fine quasi immediata del regime di Saleh: "E' ufficialmente finita. Se Alì Mohsen ha dato questo annuncio, vuol dire che per il presidente la partita è veramente finita e che deve dimettersi ora. Adesso il 60 per cento dell'esercito è alleato dei manifestanti, il che significa che entro domani il 90 per cento dei militari si allineerà dietro il generale al Ahmar".

Forse l'ottimismo dovrebbe essere più cauto, perché tanti dubbi accompagnano questo colpo di scena; innanzitutto, perché a dispetto delle belle dichiarazioni dell'alto ufficiale, il generale ha fama di uomo corrotto e pericoloso e non raccoglie consensi presso quegli stessi studenti che lui ha giurato di difendere. Ma soprattutto è invischiato fino al collo nelle dinamiche interne al regime e la sua presa di posizione può essere letta proprio come una mossa su un altro scacchiere, quello della partita per la successione. Fino a pochi anni fa, al-Ahmar era l'ufficiale più carismatico e potente dell'esercito: la popolazione aveva molte simpatie per lui, come anche gli islamisti e i sauditi. Sodale del presidente Saleh al tempo del colpo di stato con cui quest'ultimo prese il potere, era l'uomo forte al quale il regime aveva affidato la gestione del cosiddetto "conflitto di Sa'dah", contro il clan sciita degli al-Houthi. Dopo la guerra civile del 1994 era, di fatto, l'unico in grado di scalzare il presidente. Per quanto avesse deciso di restargli fedele, rimase prigioniero della guerra per bande che caratterizza la gestione del potere nello Yemen. Negli ultimi anni, il generale Saleh è stato marginalizzato: gli è stata tolta la guerra contro gli al-Houthi e con i suoi battaglioni è stato destinato alla periferica regione di al-Malahid, mentre intanto, a Sana'a come in tanti governatorati, si irrobustisce la rete della Guardia Repubblicana, vicina al diretto antagonista ad al-Ahmar nella lotta per la successione, il figlio di Saleh, Ahmed. C'è anche questo dietro la mossa del generale che attualmente può contare su pochi uomini ma dispone sempre di un potere da non sottovalutare. Hanno provato ad ucciderlo una decina di volte negli ultimi anni e questo prova che il regime lo teme.

 

Alberto Tundo

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