L’agenzia Fides, che nel marzo 2003 , aveva realizzato un dossier intitolato
“L’Iraq delle religioni ” ha recentemente pubblicato un aggiornamento, intitolato
“Le religioni del nuovo Iraq ”, per descrivere i nuovi drammatici sviluppi del
quadro etnico e religioso occorsi nel paese, nel corso del primo anno dell’epoca
post-Saddam.
L’agenzia descrive uno scenario che rispetto allo scorso anno si è fatto ancora
più composito avendo assistito alla drammatica emersione di nuovi radicalismi
e rinnovate ortodossie, al ritorno in patria di molti leader religiosi esiliati
e al crescere dell’influenza delle diverse nazioni confinanti.
Tra le dinamiche più evidenti cui si è assistito la più imponente è stata certamente
la rinascita dei musulmani sciiti, da sempre maggioranza della popolazione (63%),
i quali dopo anni di brutale repressione da parte di Saddam hanno ricostruito
le proprie organizzazioni e hanno affermato la loro identità con varie manifestazioni
di massa. Ma determinante al fine di comprendere l’attuale stato della crisi è
anche il cambiamento avvenuto tra le fila dei sunniti (34% della popolazione),
che hanno subito l’infiltrazione massiccia di gruppi wahabiti, portatori dell’ideologia
antioccidentale ispirata al modello di al-Qaida. La fine della dittatura ha portato
a galla anche le speranze della popolazione di etnia curda, che attraverso due
formazioni politiche (Partito Democratico del Kurdistan e Unione Patriottica del
Kurdistan ) sostenute da guerriglieri peshmerga hanno tentato di ricavare uno
spazio anche per se nel nuovo governo iracheno. A proposito della comunità cristiana,
nel dossier si può leggere che “ essi hanno continuato ad intrattenere buoni rapporti
con la gente. Hanno ricevuto minacce isolate, ma non hanno ceduto alla violenza”.
La pubblicazone del dossier ha preceduto gli attacchi alle chiese cristiane del
primo agosto e non ne poteva tenere conto, però già si segnalavano alcune minacce
alla comunità, in particolare nella zona di Mosul. Contrariamente alle aspettative,
la tendenza dei cristiani non pare essere rivolta all’isolamento, bensì verso
un più alto livello di comunicazione; ancora nel testo si legge: “nei quartieri
dove le diverse comunità religiose sono mescolate si vive meglio, in quelli monolitici
invece c’è maggiore pericolo di esplosioni violente”.
Tra le note positive in materia di dialogo tra le diverse confessioni vengono
citate la creazione e l’operato, del Consiglio Interreligioso dell’Iraq, un direttorio
organizzato nell’agosto 2003 dalla Conferenza Mondiale delle Religioni per la
Pace, per rispondere alle esigenze umanitarie delle differenti comunità e per
promuovere tolleranza e libertà di culto in Iraq. Il Consiglio comprende leader
religiosi sciiti, sunniti e cristiani.
Uno degli analisti interpellati da Fides individua come denominatore comune a
tutti i “credenti” iracheni: musulmani sciiti o sunniti, cristiani e curdi, un
sentimento nazionalista. Forte al punto da saldare i contrasti tra le confessioni
in vista di obbiettivi comuni come il termine dell’occupazione americana.
Oggi le cose che tutti gli iracheni cercano sono libertà, diritti e sovranità.
E la cornice entro cui tutte queste istanze devono convivere è quella della nuova
Costituzione irachena che, a titolo di garanzia per tutti, non deriva il suo concetto
di diritto dalla legge islamica.
Il dossier si articola in una serie di interventi critici, come quello di Nizar
Semaan -sacerdote siriano di Mosul - a proposito dei leader estremisti, o quello
di Justo Lacunza, preside dell’Istituto Pontificio di Islamistica sulle influenze
straniere. Poi conclude passando in rassegna la situazione attuale delle varie
comunità religiose in Iraq: Sciiti, Sunniti, Curdi, Assiri e Cattolici, questi
ultimi divisi a loro volta in Caldei, Latini, Armeni e Siri-antiocheni.