03/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Djibelor in Senegal, villaggio-prigione per i malati abbandonati a se stessi
Scritto per noi
da Ugo Borga 
 
Il villaggio di DjibelorDjibelor è capanne di fango e lamiera e una strada disfatta dalle piogge che scende a bananeti  che nessuno ha più la forza di annaffiare. Ci vivono un centinaio di persone in una promiscuità sconvolgente, ammassate  in capanne di mattoni di terra rossa non più grandi di otto metri quadrati, sotto un sole che di giorno le arroventa come forni.. Più dei due terzi degli abitanti vi è concentrato a causa di una guerra dimenticata che non ha risparmiato nessuno, senza eccezioni.
Djibelor nasce nel 1935, figlio di una politica coloniale aberrante, ma in linea con i tempi. Da allora nulla è cambiato: non la condizione di questi uomini, non i muri delle capanne, non il nome, “villaggio di riclassamento”, che non significa nulla se non la volontà di negare a chi è destinato e perché, e nemmeno il tempo, ancora scandito da nascite e morti e preghiere incessanti dal suono più simile ad un lamento perpetuo che ad un rigurgito di speranza.
 
Il villaggio di DjibelorCampo di concentramento. Questo villaggio, ed altri come lui, andrebbero  ribattezzati, se non altro in omaggio alla nostra chiarezza di uomini, o di mostri: non villaggi di riclassamento, ma campi di concentramento, in cui si fondono i corpi e i destini dei tanti colpevoli di essere malati, malati contagiosi, malati di lebbra. Non c’è nulla a Djibelor: né acqua, né corrente elettrica, né strutture igieniche.
In compenso c’è la malaria, c’è la tubercolosi, c’è la poliomielite e soprattutto c’è la fame, quella che rende inermi, spossati; che gonfia le pance e fa disperare i bambini finchè non si addormentano.
E poi c’è un’altra fame, e questa gonfia l’anima, di bisogni altrettanto urgenti, chiamati solidarietà e rispetto.
Come spesso accade in Africa, in cui ogni anno si registrano decine di migliaia di nuovi casi di contagio, i governi centrali preferiscono ignorare il problema, limitandosi a confinare i malati di lebbra in aree circoscritte dalle quali non hanno il permesso di allontanarsi.. A volte la loro tutela è affidata ad una ong, di solito la prima a farsi avanti: dopodichè vengono dimenticati.
Problema risolto. Ma solo in apparenza.
E’ Moussa Faye a parlare davanti agli uomini e alle donne e ai bambini di cui ha la responsabilità: è  il capo del villaggio, un uomo saggio e rispettato, che prende lunghi silenzi per trovare le parole giuste, e fiato perché tutti possano sentirle.
“Le condizioni del villaggio di Djibelor si sono tremendamente aggravate a causa della guerra d’indipendenza qui, in Casamance-dice- Gli altri tre villaggi di riclassamento presenti nella regione sono stati distrutti o sfollati, e tutti i profughi malati di lebbra sono stati concentrati qui.
Il governo ci ha abbandonati, ha preferito affidare la nostra tutela ad una ong tedesca, chiamata Whoa: ma tutto quello che riceviamo da questa organizzazione sono quindici chilogrammi  di riso per cinque mesi, destinati ai soli malati non più in grado di muoversi. Dopo, più nulla. Cinque mesi: a volte non bastano nemmeno per morire.
 
L'interno di una capanna del villaggio di DjibelorUn alba di solidarietà. "Le capanne in cui viviamo ora ospitano sino a dodici persone. Non disponiamo di acqua corrente, di energia elettrica, di cure mediche: viviamo della carità dei villaggi vicini, ma ciò non è più sufficiente a sfamarci.
Le condizioni di promiscuità e la carenza di strutture favoriscono il contagio dei famigliari dei malati, dei bambini, l’assenza di igiene e cure rende impossibile una qualsiasi azione di prevenzione.
Non ci resta che la preghiera: ma la preghiera è una medicina lenta, a volte troppo: a volte, non basta nemmeno più a darci coraggio.”
E’ l’ora del tramonto quando ci salutiamo, l’ora degli djinn, gli spiriti crudeli che corrono veloci sulla terra e possono fare male.
Superstizione, forse.
Ma forse, a ben pensarci, c’è qualcosa di peggio che corre questa terra rossa: ha nomi più prosaici ed al tempo stesso più inquietanti, che suonano bene con indifferenza e finta carità.
Sarebbe bello dimostrare a questi bambini che il tramonto non è che un momento, un attimo, e bisogna sperare che passi in fretta. Che vale la pena aspettarsi anche il suo contrario, che non è l’alba: è la solidarietà.

Categoria: Guerra, Salute
Luogo: Senegal