
Djibelor è capanne di fango e
lamiera e una strada disfatta dalle piogge che scende a bananeti
che nessuno ha più la forza di annaffiare.
Ci vivono un
centinaio di persone in una promiscuità sconvolgente,
ammassate in capanne di mattoni di terra rossa non più
grandi di otto metri quadrati, sotto un sole che di giorno le
arroventa come forni.. Più dei due terzi degli abitanti vi è
concentrato a causa di una guerra dimenticata che non ha risparmiato
nessuno, senza eccezioni.
Djibelor nasce nel 1935, figlio di una
politica coloniale aberrante, ma in linea con i tempi. Da allora nulla
è cambiato: non la condizione di questi uomini, non i muri
delle capanne, non il nome, “villaggio di riclassamento”, che non
significa nulla se non la volontà di negare a chi è
destinato e perché, e nemmeno il tempo, ancora scandito da
nascite e morti e preghiere incessanti dal suono più simile ad
un lamento perpetuo che ad un rigurgito di speranza.
Campo di concentramento. Questo
villaggio, ed altri come lui, andrebbero ribattezzati, se non
altro in omaggio alla nostra chiarezza di uomini, o di mostri: non
villaggi di riclassamento, ma campi di concentramento, in cui si
fondono i corpi e i destini dei tanti colpevoli di essere malati,
malati contagiosi, malati di lebbra.
Non c’è nulla a
Djibelor: né acqua, né corrente elettrica, né
strutture igieniche.
In compenso c’è la malaria, c’è
la tubercolosi, c’è la poliomielite e soprattutto c’è
la fame, quella che rende inermi, spossati; che gonfia le pance e fa
disperare i bambini finchè non si addormentano.
E poi c’è
un’altra fame, e questa gonfia l’anima, di bisogni altrettanto
urgenti, chiamati solidarietà e rispetto.
Come spesso
accade in Africa, in cui ogni anno si registrano decine di migliaia
di nuovi casi di contagio, i governi centrali preferiscono ignorare
il problema, limitandosi a confinare i malati di lebbra in aree
circoscritte dalle quali non hanno il permesso di allontanarsi.. A
volte la loro tutela è affidata ad una ong, di solito la prima
a farsi avanti: dopodichè vengono dimenticati.
Problema
risolto.
Ma solo in apparenza.
E’ Moussa Faye a parlare
davanti agli uomini e alle donne e ai bambini di cui ha la
responsabilità: è il capo del villaggio, un uomo
saggio e rispettato, che prende lunghi silenzi per trovare le parole
giuste, e fiato perché tutti possano sentirle.
“Le
condizioni del villaggio di Djibelor si sono tremendamente aggravate
a causa della guerra d’indipendenza qui, in Casamance-dice- Gli
altri tre villaggi di riclassamento presenti nella regione sono stati
distrutti o sfollati, e tutti i profughi malati di lebbra sono stati
concentrati qui.
Il governo ci ha abbandonati, ha preferito
affidare la nostra tutela ad una ong tedesca, chiamata
Whoa: ma
tutto quello che riceviamo da questa organizzazione sono quindici
chilogrammi di riso per cinque mesi, destinati ai soli malati
non più in grado di muoversi. Dopo, più nulla. Cinque
mesi: a volte non bastano nemmeno per morire.
Un alba di solidarietà. "Le capanne in cui
viviamo ora ospitano sino a dodici persone. Non disponiamo di acqua
corrente, di energia elettrica, di cure mediche: viviamo della carità
dei villaggi vicini, ma ciò non è più
sufficiente a sfamarci.
Le condizioni di promiscuità e la
carenza di strutture favoriscono il contagio dei famigliari dei
malati, dei bambini, l’assenza di igiene e cure rende impossibile
una qualsiasi azione di prevenzione.
Non ci resta che la
preghiera: ma la preghiera è una medicina lenta, a volte
troppo: a volte, non basta nemmeno più a darci coraggio.”
E’
l’ora del tramonto quando ci salutiamo, l’ora degli
djinn, gli
spiriti crudeli che corrono veloci sulla terra e possono fare male.
Superstizione, forse.
Ma forse, a ben pensarci, c’è
qualcosa di peggio che corre questa terra rossa: ha nomi più
prosaici ed al tempo stesso più inquietanti, che suonano bene
con indifferenza e finta carità.
Sarebbe bello dimostrare
a questi bambini che il tramonto non è che un momento, un attimo,
e bisogna sperare che passi in fretta. Che vale la pena aspettarsi anche
il suo contrario, che non è l’alba: è la solidarietà.