18/03/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Domenica Haiti avrà un presidente. Nella speranza che serva a qualcosa

Domenica 20 marzo Haiti avrà un nuovo presidente. Potrebbe essere una donna, l'ex first lady Mirlande Manigat. Oppure il famoso cantante Michel Martelly, conosciuto ai più come "Sweet Micky".
Il favorito sembra essere il noto cantante che avrebbe un vantaggio rispetto alla Manigat di circa 4.5 punti percentuali. Non molti, però probabilmente determinanti per la vittoria finale.
Di fatto, domenica si aprirà una nuova fase politica per il Paese che segnerà il futuro dell'isola. Il principale compito del nuovo presidente sarà quello di iniziare la ricostruzione del Paese e restituire la dignità al popolo haitiano, indebolito e sconfortato da decenni di dittature e colpi di Stato. Poi, come noto, ci si è messa anche mamma natura a fare danno, colpendo il paese con un devastante terremoto che lo ha fatto sprofondare nel baratro.

Dunque, una nuova possibilità per questo piccolo e sfortunato Paese. Ne abbiamo parlato con Nikos Moise, italo-haitiano, figlio di uno dei fondatori del Partito comunista di Haiti. "L'esperienza politica della mia famiglia risale agli anni Cinquanta del secolo scorso quando sull'onda delle esperienze di cambiamento che avvenivano in America Latina, penso nello specifico a Cuba, mio padre insieme a un gruppetto di altri intellettuali decisero di fondare il Partito comunista haitiano" Racconta Nikos al telefono con PeaceReporter.

"Non fu certo facile per loro. Però avevano molte idee e stavano organizzando una vera rivoluzione per il Paese. Avevano creato un comitato centrale. Avevano una buona rete di contatti nel paese. Era il periodo di Papa Doc Duvalier, un anticomunista convinto. Colui che vinse le elezioni (regolari, solo in seguito si trasformò in un despota) perchè puntava tutto sul valore della negritudine. Quindi il gruppo era clandestino, fuorilegge. Non dimentichiamo che l'anticomunismo di Duvalier padre fu importante per ricevere aiuti finanziari e militari di Washington. Non solo. Gli Usa inviarono anche soldati a Port au Prince per addestrare le truppe di Papa Doc.

il gruppo però, non ebbe fortuna e venne scoperto e smantellato casualmente. Furono momenti tremendi. Alcuni compagni di mio padre furono uccisi e torturati. Lui si mise in salvo scappando all'interno dell'ambasciata italiana dove lavorava mia madre. Poi da lì riuscì a fuggire e a riparare in Francia".
Dunque la politica è sempre stata una cosa importante a Haiti. Importante soprattutto per le relazioni fra le persone. Non dimentichiamo che nel 1804 fu la prima repubblica nera del continente. Si liberò dalla schiavitù dopo gli Usa e prima di tutti gli altri Paesi. Ma nel corso dei secoli visse sempre situazioni di emarginazione socio politica.

Oggi le elezioni non sono certo la cosa più importante per il Paese, lo sappiamo. Però un segnale forte di dignità lo daranno di sicuro. "Certo. È vero, le elezioni non sono la cosa più importante a cui pensare. Però e altresì vero che una figura istituzionale di riferimento in questo momento è utile. A me sembra che la vicinanza degli Usa e il controllo che vogliono esercitare sull'isola costringe il Paese a subire delle forzature. Per esempio tutti sanno, anche la comunità internazionale, che nelle ultime elezioni ci sono stati brogli. In sostanza non sarebbero state valide e si dovevano annullare. Tuttavia gli Usa e anche la comunità internazionale si è resa conto che annullandole si sarebbe dovuto ripartire da zero e si rischiava di tornare indietro di decenni. E si perdeva il contatto con il lato principe di una democrazia che sono le elezioni. Per Haiti, però, la comunità internazionale che ha in mano le sorti del paese, visto che la classe politica haitiana è inefficace, ha la convenienza di trovare un presidente, qualunque esso sia, la Manigat o Martelly. Uno vale l'altro. Tanto, oggi un presidente haitiano non vale nulla e serve solo come figura di rifermento per la comunità internazionale" conclude Moise.

Alessandro Grandi

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