Sami Ramadani è senior lecturer all’Università
di Londra e esiliato politico dl regime di Saddam. Riprendiamo
un suo intervento pubblicato da The Guardian
“I loro morti stanno in
bare ordinate avvolte nella bandiera; noi dobbiamo
raccogliere i nostri morti e raschiarli via da terra, sperando
che i proiettili americani ne abbiano lasciato abbastanza da permettere
un’identificazione precisa”. Così scrive l’autrice del blog Bagdad Burning, cercando di portare
l’attenzione sulla tragica realtà della vita nella Bagdad occupata. Sono questo
dolore e questa rabbia fra gli iracheni - parte
della quale espressa in mortai e bombe fatte in casa - che hanno
costretto Bush e Blair ad abbandonare le fanfare e passare in consegna
la “sovranità” in un bunker segreto difeso da carri armati. Nessun segno di gioia
popolare ha salutato lo storico evento.
In una mossa parallela e ugualmente ingannevole, gli Stati uniti hanno
passato in consegna il procedimento legale a carico di Saddam ma il
dittatore rimane sotto custodia americana.
La
palese resistenza di Saddam in aula origina in gran parte
dal fatto che molti dei suoi accusatori - incluso il Primo Ministro
Allawi, un ex amministratore del partito Baath e alcune delle forze non
baatiste rappresentate nel governo di transizione - erano alleati del
suo regime. Il processo potrebbe servire agli scopi di
propaganda a breve termine in Occidente, ma non nasconderà il fatto
che, instaurando un regime fantoccio, gli Stati Uniti hanno compiuto il
passo più pericoloso sulla strada che porta alla guerra civile in Iraq.
I semi della guerra del Vietnam erano stati piantati dagli
Stati Uniti instaurando un regime amico a Saigon. E, a meno
che Bush e Blair non vengano fermati dai cittadini americani e
britannici, una simile catastrofe si sta preparando in Iraq e nel più
ampio Medio Oriente.
Ma non sarà una guerra
di arabi contro curdi, sunniti contro sciiti o musulmani contro
cristiani, bensì sarà una guerra - ugualmente devastante - tra una
minoranza (di ogni religione, gruppo politico e nazionalità) sostenuta
dagli Stati Uniti contro una schiacciante maggioranza di analoga
composizione di cittadini iracheni. Il campo di sterminio di
questa guerra potrebbe alla fine estendersi dall’Afghanistan alla
Palestina. Proprio come l’Iraq oggi, il Sud Vietnam era considerato da
Washington come la linea da difendere a tutti i costi. Ma, al crescere
dell’ostilità del popolo vietnamita contro il regime-fantoccio, gli
Stati Uniti si sono trincerati dietro la loro creazione a Saigon e
a un milione di truppe vietnamite sostenute da mezzo milione
di soldati americani. Centinaia di migliaia di persone furono
arrestate e torturate; il bilancio totale dei morti vietnamiti ammontò
a tre milioni, e 55.000 soldati americani furono uccisi in
combattimento.
Le tattiche del terrore americano in Vietnam (e più
recentemente in Guatemala e Honduras) vengono introdotte gradualmente
in Iraq. Gli squadroni della morte americani e il Mossad, ad
esempio, dovrebbero essere già attivi in Iraq, a seguito
dell’addestramento delle squadre di hitmen delle
forze speciali americane, con l’ausilio di esperti israeliani, a Fort
Bragg, in Nord Carolina, ed in Israele diversi mesi fa - come riportato
dal noto giornalista americano Seymour Hirsh, una cronaca che il
Pentagono non ha smentito. Migliaia di iracheni sono stati
uccisi dalla “fine” della guerra, andando ad aggiungersi alle
imprecisate migliaia di morti durante la guerra come effetti
collaterali. E l’occupazione ha bloccato i benefici
democratici di cui l’Iraq avrebbe potuto godere dopo il collasso del
regime di Saddam Hussein. Perché gli Stati Uniti hanno capito da tempo
che il popolo iracheno, se avesse la possibilità di scegliere,
eleggerebbe forze ostili alle politiche Usa. Le elezioni
universitarie in Iraq sono state vinte da candidati anti-occupazione,
spingendo gli Stati Uniti a rifiutare le elezioni per i
sindaci nelle città e ad opporsi alle richieste di
elezioni nazionali in tempi brevi.
L’Unione
dei disoccupati è rapidamente emersa come un’efficace forza di
mobilitazione, e la Federazione dei sindacati iracheni è tornata a
farsi sentire. In risposta a questo, il proconsole Usa Paul
Bremer ha rispolverato una legge di Saddam del 1984 che proibisce tutti
gi scioperi nel settore pubblico, e ha ordinato l’arresto dei leader
dei sindacati. Nel frattempo, nessuna delle istituzioni
“democratiche” che Bremer ha cercato di stabilire è riuscita ad
incontrare le simpatie della gente. Ad eccezione di una
limitata libertà di parola, che esclude le “incitazioni” contro
l’occupazione, non c’è niente che giustifichi tanta morte e
distruzione. E’ diventato di moda criticare gli Stati Uniti
per “non avere piani” per l’Iraq dopo la caduta di Saddam. La
verità è che decine di comitati hanno stilato numerosi progetti.
Conosco molti esiliati iracheni che sono stati ben pagati per aderire a
queste comitati, che lavoravano negli Stati Uniti già prima
dell’invasione. Tutti questi progetti si sono infranti dopo la
collisione con l’opposizione del popolo iracheno. Se la
maggioranza della popolazione avesse sostenuto anche blandamente
l’invasione, questi progetti sarebbero stati sviluppati, e Bush e Blair
oggi potrebbero tenere regolari conferenze stampa in centro a Baghdad.
La resistenza della popolazione irachena ha, almeno per un
periodo, frustrato i progetti statunitensi di attaccare l’Iran, la
Siria, Hezbollah in Libano e la Corea del Nord. Nonostante le
diverse fisionomie politiche e sociali, l’opposizione alla presenza
degli Stati Uniti e la resistenza armata (vista come distinta dal
terrorismo) sono state sostenute dalla maggior parte degli iracheni e
dalle moschee. La moschea è un istituzione che Saddam non è
riuscito ad indebolire, il che spiega il loro ruolo centrale
nell’opposizione sia alla dittatura di Saddam che all’occupazione. Ma
il ruolo della religione in Iraq è politicamente e socialmente
contraddittorio.
Mentre le forze laiche
anti-occupazione sono preoccupate dell’influenza dei leaders religiosi
iracheni, questi ultimi non sono tutti fatti allo stesso modo. Molti sono sostenitori
della collaborazione con forze laiche,
delle libere elezioni e della protezione dei diritti delle donne e dei
curdi. Alcuni leader religiosi sciiti e sanniti hanno
istituito un fronte anti-settario, il Muslim Scholar Committee,
che ha organizzato manifestazioni a Bagdad ed in altre città,
incoraggiando i musulmani ad unirsi e pregare gli uni nelle moschee
degli altri, e anche i laici sono stati invitati. L'Msc ha
invitato più di trenta organizzazioni cristiane e laiche a partecipare
al primo Congresso costituente iracheno contro l’occupazione
statunitense. Questo significativo sviluppo ha ricevuto una
scarsa copertura mediatica, perché contraddice l’idea che gli iracheni
siano incapaci di lavorare collettivamente. I media
occidentali hanno predetto l’imminenza di una guerra civile a seguito
delle esplosioni nelle moschee sciite che hanno ucciso centinaia di
persone. Al contrario, questi attentati hanno generato una vasta
dimostrazione di unità in tutto l’Iraq. La gente ha accusato
gli Stati Uniti (e Israele) di avere organizzato queste atrocità o di
avere chiuso un occhio sugli esecutori.
Bush e Blair continuano a sostenere il mito, caro ai vecchi
colonialisti, secondo cui gli iracheni comincerebbero una guerra civile
se la “benevole” presenza delle forze di occupazione venisse rimossa.
Ma non c’è niente di benevolo nelle loro truppe o nei loro aiutanti. Allawi non
è solo un ex collaboratore di Saddam e “uomo
chiave” della Cia, è anche i lleader dell’ Iraqi National Accord,
un’organizzazione formata da ex ufficiali saddamisti. La sua
nomina, e le torture ad Abu Ghraib, fanno parte di una sistematica
politica americana di costruzione di nuove strutture statali in stile
saddamista. E’ la stessa coalizione guidata dagli Stati Uniti
a dividere gli iracheni, oggi. Gli Stati Uniti stanno aprendo una
spaccatura fra una minoranza a favore e una schiacciante maggioranza
contraria all’occupazione.
L’immediato ritiro delle truppe guidate dagli Usa è l’unico
modo per fermare l’imminente guerra “civile”, in cui gli Stati Uniti
aiuterebbero un governo iracheno “sovrano” a schiacciare la popolazione
e le loro aspirazioni a libertà e democrazia.
Sami
Ramadani ©The Guardian