Dunque il
carcere di Abu Grahib è sempre al centro delle polemiche. Tutti abbiamo
ancora davanti agli occhi le immagini scandalose che ritraggono donne e
uomini dell’esercito Usa che torturano ed umiliano gli iracheni
detenuti. Secondo alcuni documenti resi noti dalla Casa Bianca i
maltrattamenti nei confronti dei detenuti erano frequenti anche in
altre carceri a conduzione Usa. Un caso su tutti: Guantanamo. A
Guantanamo i reclusi venivano interrogati sotto la minaccia di cani
molto aggressivi e questo tipo di pratica veniva esercitata con il
benestare dell’amministrazione Bush. Lo stesso Rumsfeld autorizzò
questo genere di procedure.
Ma cosa ha
combinato di tanto grave Saleh per meritarsi un trattamento così duro, fuori da
ogni regola militare? Era uscito di
casa con una grossa somma di denaro. Era stato fermato e arrestato.
Senza accuse specifiche. Il denaro che aveva con sè serviva a comprare
arredamento per la sua casa che di lì a poco sarebbe andato ad abitare
con la moglie. Solo dopo alcuni giorni gli è giunta la comunicazione
che era sopettato di finanziare la guerriglia irachena.
La sua testimonianza è terrificante. La cosa che lo
ossessiona maggiormente è un ricordo. Il ricordo delle urla di dolore
di una ragazza, minorenne, che veniva stuprata dai militari Usa.
Secondo il racconto di Saleh i soldati avrebbero abusato di lei in
maniera vergognosa. “Le hanno strappato i vestiti. L’hanno violentata
di fronte al padre il quale era legato a poca distanza. La ragazza ha
iniziato a urlare. Non potrò mai dimenticare quelle urla. Io mi chiedo
che razza di animale può fare una cosa del genere?”.
Ma i ricordi di Saleh vanno molto oltre. La sua
esperienza, quattro lunghissimi mesi in quello che è ormai conosciuto
al mondo come il carcere delle torture, lo hanno visto protagonista di
numerosi fatti. Accadimenti che lo hanno segnato profondamente, nel
fisico e nella mente, per tutta la vita. Come quando la soldatessa
statunitense Lynndie England gli ha urinato addosso in segno di
disprezzo.
Adesso il desiderio primario di
Saleh è quello di fornire la sua testimonianza di fronte alla Corte
Marziale. Costi quel che costi. “Entrerò nell’aula e mostrerò tutte le
prove. Ad ogni costo”. Ma Saleh ha anche una speranza. Vorrebbe che a
giudicare l’operato degli uomini e delle donne dell’esercito Usa sia
anche una rappresentanza del popolo iracheno. Questo sarebbe anche il
rimedio al tragico paradosso secondo cui a giudicare i reati commessi a
danno degli iracheni siano le stesse forze di occupazione. Una
situazione in cui il nemico ed il giudice sono la stessa persona.