La lega araba non invierà truppe in Iraq se non saranno ritirate le forze di
occupazione anglo-americane e sostiene che solo la ripresa del confronto politico
sulla soluzione del conflitto isrealo-palestinese permetterà una pacificazione
del Medio Oriente
“La pacificazione sarà possibile solo con il ritiro delle forze di occupazione
anglo-americane”. Fathi Abu Abed, della rappresentanza diplomatica della Lega
degli Stati arabi a Roma, commenta con queste parole il dibattito internazionale
sulle possibili soluzioni alla crisi irachena.
“Noi potremmo pensare a un intervento di truppe della Lega, ma a condizione che
l’esercito sotto il comando statunitense lasci il Paese, che la richiesta di soccorso
provenga dall’Onu e che a Baghdad operi, in totale autonomia, un governo legittimo
e legittimato. In ogni caso pensiamo che la smilitarizzazione del Paese, attraverso
il ritorno a casa di tutti gli eserciti, sia la migliore cura per la situazione
attuale", continua Abed.
Le parole del diplomatico sembrano contraddire le ipotesi di molti analisti occidentali,
impegnati a sostenere la possibilità di una integrazione tra il corpo di spedizione
voluto dal presidente degli Stati Uniti, Gorge W. Bush, e forze militari provenienti
da Paesi arabi. Dopo l’annuncio della possibile nuova risoluzione delle Nazioni
Unite, il piano dell’inviato di Kofi Annan, Lakhdar Brahimi, e il discorso del
presidente Usa di ieri, la Lega non sembra aprire nessuno spazio negoziale.
Abed spiega: “Mai i leader del mondo arabo accetterebbero di contribuire all’occupazione.
Inviare soldati in un posto nel quale ci sono marines americani e commandos inglesi
vedrebbe il nostro popolo scendere in piazza contro i propri leader. Gli italiani
dovrebbero riflettere sulla loro posizione quando parlano di missione di pace.
È vero che non hanno partecipato alla prima fase del conflitto, ma adesso i carabinieri
e i bersaglieri sono sotto il comando anglo-americano e, condividendo una politica
di occupazione militare in violazione di qualunque norma del diritto internazionale,
sono essi stessi degli occupanti”.
Il pensiero della Lega è molto chiaro anche a proposito della genesi della guerra:
“Ariel Sharon, il premier israeliano, ha chiesto a Bush l’invasione dell’Iraq
tre anni fa, prima della strage delle Torri gemelle. Tel Aviv temeva che Baghdad
inviasse aiuti ai palestinesi e voleva impedire che Saddam Hussein continuasse
a sostenere economicamente le famiglie delle vittime dell’esercito israeliano.
Non solo i parenti dei kamikaze, come si è scritto, ma di tutti coloro che avevano
perso parenti sotto il fuoco dei reparti speciali”.
Secondo il diplomatico lo scopo dell’amministrazione Bush è riassumibile in tre
punti. Annientamento dell’esercito iracheno, controllo dell’industria petrolifera
e sostegno a Sharon nella sua strategia di distruzione dell’Autorità nazionale
palestinese (Anp).
"In questi giorni Israele – insiste Abed – sta radendo al suolo interi quartieri
di città palestinesi, a partire da Gaza. Tutto il mondo denuncia queste azioni,
l’Onu ha varato una risoluzione, l’Unione Europea ha contestato l’operato di Sharon,
ma nessuno interviene. Nel mese di aprile il ministro degli esteri dell’Anp è
stato a Roma, ospite del suo collega italiano, Frattini. So che hanno discusso
di truppe di interposizione per scoraggiare le violenze israeliane. Perché nessuno
fa nulla? Noi della Lega intervenimmo in Libano, nel 1976, col consenso dei popoli
arabi. Poi lì sono rimasti i siriani e il Paese oggi è in pace. Esistevano le
condizioni politiche per farlo. In Somalia nel 1993 e nel 1994, in un altro intervento
di Washington, sono morte oltre diecimila persone. Dopo il ritiro dell'esercito
americano e dei suoi alleati fino ad oggi ci sono state 5000 vittime. Moltissime,
ma meno di quante ne avrebbe prodotta l’ulteriore presenza di soldati stranieri.
È sempre una questione di rapporti di forza, non di elaborazioni dialettiche”.
La questione palestinese, secondo il diplomatico, è collegata alla guerra in
Iraq. La soluzione della prima inciderebbe positivamente sull’escalation della
seconda.
“Nel nostro ultimo summit di Tunisi dei giorni scorsi noi abbiamo avanzato proposte
di pace per il conflitto israeliano-palestinese e deciso di rafforzare i processi
di riforme democratiche già avviati nei Paesi arabi. Io, nel 1988 in Tunisia,
ho incontrato capi di dieci diversi partiti, compresi comunisti e socialisti.
Nell’85 in Sudan c’erano 42 diverse formazioni politiche. In Libano oggi si studiano
riforme. Noi ringraziamo gli americani per l’attenzione che hanno per la nostra
crescita, ma non vogliamo guerre. Vogliamo una democrazia in grado di rispettare
la nostra cultura e le nostre tradizioni. Si parla, criticandoli, dei sistemi
politici arabi, ma in Algeria, Mauritania e Yemen si è votato. C’è molta strada
da fare, eppure non siamo a zero, come alcuni gridano. Nessuno, al contrario,
dice con chiarezza che Sharon, andando via da Gaza, libera 70 chilometri quadrati
di territorio, ma rimanendo in Cisgiordania, continua ad occupane 1500”.
Il fenomeno del terrorismo e dell’integralismo islamico preoccupa il mondo arabo,
ma Abed continua: “Gli eserciti che occupano non aiutano i popoli e generano reazioni.
Gli israeliani dal ’48 tendono a pensare che la Palestina non esista, ma la nostra
gente resiste. In Iraq è lo stesso. Israele ha bombe atomiche in grado di colpire
fino in Pakistan e noi non possediamo portaerei o armi nucleari. Ci sono due risoluzioni
delle Nazioni Unite, la 242 e la 338, che impongono ad Israele di lasciare i territori
occupati dopo il 1967. Nessuno fa nulla per farle rispettare. Perché si nega il
diritto internazionale in Iraq e in Palestina? Noi vogliamo una Gerusalemme nella
quale a est vivano i palestinesi e a ovest gli ebrei. In pace e in reciporca comprensione.
Prima c’era una divisione e un muro. Adesso il muro non c’è più, ma si è prodotta
una divisione psicologica peggiore. Ci sono famiglie che partono da Hebron o da
Betlemme per andare a trovare parenti all’estero. Quando tentano di rientrare,
alla dogana dell’aeroporto di Tel Aviv, non li fanno più passare, inventando mille
scuse. Questa è democrazia? Noi vogliamo che la Road Map vada avanti, ma intanto
Arafat è prigioniero, chiuso nel suo palazzo da mesi e mesi, senza nessuna libertà
di movimento. Insomma, se non si torna al rispetto del diritto e alla politica
non si risolveranno le crisi”.
Le risposte del diplomatico non danno la sensazione che la strategia di Washington
e Londra possa portare ad un mutamento della situazione in Iraq e alla pace. Tantomeno
che per l’Onu sia facile trovare reali margini di manovra per incidere nell’equlibrio
geopolitico dell’area, fidando su un governo a Baghdad non telecomandato dagli
Stati Uniti e col supporto anche di forze militari arabe, per riportare la pace
tra il Tigli e l'Eufrate.
“Io resto comunque ottimista – conclude Abed – la pace è più forte della guerra”.