18/03/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



A colloquio con Maria Paz Venturelli, figlia di Omar, ex sacerdote di origini italiane desaparecido nella dittatura di Pinochet. Il suo aguzzino, sotto processo a Roma, era stato rilasciato l'11 marzo. E' tornato in carcere ieri per pericolo di fuga

"Come volevasi dimostrare Alfonso Podlech ha tentato di fuggire. Quante volte l'ho ripetuto dopo quell'assurda decisione del Tribunale del riesame di Roma: 'Fuggirà, vedrete, fuggirà. Era scontato. Logico". Maria Paz Venturelli, figlia di Omar, ex sacerdote torturato e sparito nel Cile di Pinochet per decisione proprio di Podlech tira ora un sospiro di sollievo. "Quello che temevamo si è materializzato. Non è trascorsa una settimana che stava già progettando la fuga in Cile - spiega a PeaceReporter -. E adesso che è tornato in carcere mi sento finalmente sollevata. C'è stato il rischio reale che crollasse tutto, che volasse verso l'impunità e venisse condannato in contumacia, una vera beffa". 

Erano giorni, da quell'11 marzo, che la famiglia Venturelli, parte civile nel processo romano contro l'ex prefetto del regime, non avevano sue notizie: "Non avremmo avuto nemmeno modo di averne - spiega - Avremmo dovuto attendere il prossimo 5 aprile, data della requisitoria del Pm, Giancarlo Capaldo e alla quale ero certa che non si sarebbe presentata. Gli avevano concesso la libertà assoluta, senza obblighi né di domiciliari, né di firma, e per quanto mi riguardava avrebbe potuto andarsene ovunque". Maria Paz Venturelli non si è data pace fino a oggi e rimane comunque allibita per una scelta inspiegabile. "E con che faccia il suo avvocato ha continuato a dire che non sarebbe fuggito e che si sarebbe presentato alla prossima udienza con senso di responsabilità. Ma quale responsabilità?". E quindi rincara la dose sulla sentenza: "E' stata assolutamente una scelta assurda, motivata su non si sa quali accordi, magari delle rassicurazioni fatte dal presidente Pinera durante la sua visita di stato in Italia. Non so chi possa mai aver convinto, se il presidente Napolitano o Silvio Berlusconi, quello che so è che in passato più volte la Difesa aveva richiesto i domiciliari, ricevendo puntualmente un categorico no. Il pubblico ministero è sempre stato assolutamente contrario a questa misura, vista la reale possibilità di fuga, dimostrata dai fatti".

A rendere il tutto resto ancor più assurdo era il momento in cui era arrivata questa scarcerazione. "A un mese dalla sentenza definitiva - spiega la figlia dell'ex sacerdote cacciato dalla Chiesa perché appoggiava la causa Mapuche, poi arrestato dai militari nel 1973 e mai più tornato a casa - c'è stato il rischio concreto di vedere tutto andare in fumo. Anni di pene, di attese, di indagini, di testimonianze, di udienze. E suppongo che Pinera abbia avuto un ruolo fondante. Ma non lo sapremo mai. L'unica certezza è che i giudici hanno dichiarato l'assenza di pericolo di fuga, nonostante fosse fin da subito molto logico che avrebbe cercato di darsela a gambe appena fuori. In Cile c'è l'amnistia e nessuna punizione lo attende per tutto il male fatto".

Il pensiero corre ora a fine aprile, alla sentenza conclusiva, "nella certezza, finalmente, che non sarà pronunciata la pena in contumacia", commenta la donna, serena e piena di speranza. Da ogni singola testimonianza raccolta delle tante deposte in quell'aula della Prima corte d'Assise di Roma, è emerso che Podlech era proprio colui che decideva torture e agonie, emetteva le condanne dei prigionieri e firmava i cosiddetti "ordini di scarcerazione", ossia vere e proprio condanne a morte. Era lui a destinare tutta quella gente alla desaparacion.

E infatti Maria Paz Venturelli non si ricorda niente di suo padre. Quando è scomparso era troppo piccola per poter imprimere sguardi e carezze nella memoria. "Di lui ho ascoltato i racconti di chiunque lo abbia conosciuto. In particolare ho chiesto agli zii e mi hanno descritto com'era nel quotidiano, i suoi gesti, le sue abitudini. Ho visto ogni foto che ho potuto racimolare. E cercato di far riaffiorare qualcosa in me. Ma avevo due anni, che pretendere? In cambio ho saputo tutto quello che c'era da sapere dei suoi giorni di oblio in quel carcere senza diritti. E per lui non mi stancherò mai di lottare e di esigere giustizia".

Stella Spinelli

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità