Safia Taleb Al Souhail vive a Baghdad da quando non c’è più Saddam Hussein, l’uomo
che ha fatto uccidere suo padre, Sheik Taleb Al Souhail, per la sua attività di
oppositore democratico al regime. Safia è tornata nel suo paese per aiutare le
donne irachene ad affermare i loro diritti e a partecipare attivamente alla vita
politica e sociale del paese.
Con la caduta di Saddam Hussein, quali possibilità concrete hanno le donne di
poter partecipare al nuovo governo? Sto lavorando per questo. Cerco di mettere in contatto il consiglio provvisorio
di governo e alcuni gruppi di attiviste politiche. Abbiamo ottenuto la promessa
che le donne saranno presenti nel nuovo governo iracheno per una quota del 25%.
Ho incontrato Paul Bremer, rappresentante delle forze americane, e Lakhdar Al-Ibrahimi,
inviato speciale dell’Onu per l’Iraq, per chiedere loro che questo 25% di partecipazione
delle donne sia preso seriamente in considerazione quando sarà formato il nuovo
governo. Alcuni partiti hanno dichiarato che l’entrata delle donne nel nuovo governo
dovrà avvenire dopo la formazione della nuova costituzione. Io ho detto no: le
donne devono far parte da subito del nuovo governo. Ho ricevuto il sostegno di
Ibrahimi e di alcune forze politiche democratiche, ma ci sono altri partiti politici
che non vogliono assolutamente che le donne facciano parte del governo. Ma io
combatterò e probabilmente riuscirò a vincere. C’è molto lavoro da fare, perché
la società irachena non è abituata a vedere le donne come parte attiva nella vita
politica del paese.
Quante donne attiviste ci sono in Iraq? Ce ne sono molte, ci sono gruppi di donne che fanno parte di diverse organizzazioni.
Hanno bisogno di essere sostenute perché possano inserirsi nella vita politica
e parteciparvi attivamente. Le donne in Iraq sono circa il 60% della popolazione,
la maggioranza. Le donne irachene sono pronte a partecipare in modo attivo alla
vita del paese? Sì, sono assolutamente pronte. Lo sono da quando Saddam Hussein
è caduto, ma la forza di coalizione non ha fatto molto affinché le donne partecipino
alla ricostruzione politica del paese. Lo considero un grave errore da parte degli
americani e dei britannici.
Quali difficoltà devono affrontare le donne in questa nuova vita politica e sociale
del paese ? Come per tutti gli iracheni il problema principale è la sicurezza. Intendo dire
che per noi adesso è importante raggiungere una sicurezza personale e familiare.
Soprattutto per le donne è importante. In questa situazione le donne ci pensano
due volte prima di uscire di casa. E poi, la maggioranza delle donne irachene
sono povere, molto povere. Molte di loro vorrebbero uscire di casa e far parte
di un’organizzazione per migliorare, imparare un lavoro, ma spesso non lo fanno,
non lo possono fare perché devono procurarsi i soldi per sfamare la propria famiglia,
i propri bambini. Un altro problema è che molte donne irachene non hanno fiducia
in loro stesse. È normale dopo essere vissute per troppo tempo sotto un regime.
Quello che sto facendo è proprio quello di incontrare le donne in molte parti
del paese, in paesini sperduti o in città come Baghdad per parlare con loro e
convincerle a prendere in mano la loro vita e credere in se stesse. La via per
migliorare se stesse e partecipare attivamente alla vita sociale e politica del
paese è uscire di casa. Per fare questo hanno bisogno di essere sostenute da organizzazioni
internazionali e locali. Sto pensando di creare dei centri per donne nelle zone
dove sono più povere e dove hanno più necessità di essere seguite e preparate,
insegnarle ciò che è necessario per metterle in grado di trovare un lavoro, un
centro dove sia disponibile anche l’accesso a Internet.
Le donne irachene hanno già la possibilità di incontrarsi in luoghi a loro riservati? A Baghdad ci sono molti centri per donne creati recentemente con il sostegno
della autorità provvisoria della coalizione. Ce ne uno nel quartiere di al Mansur
che non ho creato personalmente, ma dove spesso vado per dare il mio sostegno
alle donne che lo frequentano. Il centro ha bisogno di molto denaro. È aiutato
dall’Autorità provvisoria della coalizione. Ce n’è sono altri in diverse parti
del paese. Ciò che sto facendo è di creare centri che possano raccogliere la partecipazione
di donne che abitano nella stessa area e che si conoscono. In modo da essere incoraggiate
ad andare al centro perché si ritrovano con donne che già conoscono.
Le donne che lei incontra che storia hanno alle spalle? Terribile. Le donne irachene sono state umiliate, sfruttate, violentate e decapitate.
Hanno sopportato le peggiori sofferenze. Hanno perso il marito, i figli, i fratelli
durante il regime di Saddam Hussein. Molte donne in Iraq hanno vissuto una vita
anormale. Esse non avevano nulla di buono nella loro vita. Si prendevano cura
della famiglia, quando il marito o i fratelli andavano a combattere nell’esercito
di Saddam Hussein rimanendo totalmente inconsapevoli di quello che stava succedendo
ai loro familiari. Quando il regime voleva punire un iracheno puniva anche sua
moglie. A volte arrestavano prima la moglie e poi l’uomo. In particolare i figli
di Saddam, negli ultimi tre anni, bollavano come prostitute le compagne di uomini
del movimento di opposizione. Nella società irachena una donna che viene considerata
una prostituta viene abbandonata da tutta la famiglia e anche dai figli. Molte
di loro si sono tolte la vita per il disonore di essere state abbandonate e relegate
ai margini della società. In altri casi alle donne veniva tagliata la testa davanti
al marito per punizione. Questo è quello che hanno passato le nostre donne. Non
molte persone sanno che molte donne da sempre sono state contro il regime, all’opposizione.
Conosco la storia di un insegnante, un’attivista politica, che fu per questa ragione
decapitata e la cui testa fu esposta sulla porta della scuola dove insegnava.
Alcuni uomini del nostro servizio di sicurezza iracheno avevano il compito specifico
di occuparsi delle donne e di ucciderle.
Non è facile cambiare una società che ha vissuto sotto una dittatura e nella
paura per così tanto tempo. Non lo è per nulla. Non solo le donne hanno dovuto affrontare il terrore, ma
tutti gli iracheni. E dopo aver vissuto per così tanto tempo nella paura e nell’assenza
di libertà, ora non è facile tornare alla normalità. Gli iracheni hanno sofferto
molto e ora devono essere educati ai propri diritti. La mia gente non sa quali
diritti ha. Ovviamente ci sono persone che lo sanno e che hanno frequentato l’Università
e che hanno ottenuto un livello di istruzione pari a quello che si trova in altri
paesi. Ma nello stesso tempo abbiamo le nuove generazioni che non hanno potuto
andare a scuola a causa delle sanzioni economiche che li costringevano ad andare
a lavorare o a cercare soldi per la loro famiglia. Molti dei bambini che frequentavano
la scuola non avevano neppure il cibo per fare colazione a casa. La nuova generazione
in Iraq non ha vissuto nulla di buono nella vita. Non hanno ricevuto un’educazione
scolastica e spesso i genitori sono più istruiti dei figli. Dobbiamo lavorare
per aiutare i giovani. Non hanno bisogno di un supporto finanziario, ma di ricevere
un’educazione e di essere aiutati in qualsiasi modo a ritrovare fiducia in se
stessi e a credere nel loro paese. Nessuno ha più fiducia di poter ricevere qualcosa
da un governo iracheno. Ciò che hanno visto fare finora dal governo è stato di
prendere, prendere, prendere. La situazione adesso è solo leggermente migliorata.
C’è una classe intellettuale in Iraq in grado di aiutare la ricostruzione del
paese? Sì c’è. Ci sono incontri, seminari cui partecipano docenti universitari, scrittori
e alcuni intellettuali rientrati in Iraq dopo la caduta di Hussein. Molte organizzazioni
irachene organizzano conferenze non solo a Baghdad, ma anche in molte altre parti
del paese, dove gli intellettuali si incontrano e possono discutere apertamente
esprimendo opinioni diverse su diversi temi come l’educazione o la ricostruzione
del paese. Questo non poteva succedere prima. Molti errori commessi da inglesi
e americani sono stati fortemente criticati dagli intellettuali. La classe intellettuale
in Iraq lavora nelle Università, in organizzazioni per i diritti umani, nei movimenti
politici, nei giornali.
Suo padre è stato un uomo importante per l’Iraq. Fu assassinato per la sua attività
politica di oppositore. Che cosa successe? Mio padre fu uno dei pochi leader dell’opposizione politica durante il regime
di Saddam Hussein. Lasciò il paese alla fine degli anni sessanta. Non prese questa
decisione per vivere una vita migliore. Si trasferì in un altro paese per poter
lottare e costruire in Iraq un governo che rispettasse i diritti umani. Lui sapeva
che il regime di Hussein avrebbe portato l’Iraq al disastro. All’inizio combatté
contro il partito Baath vivendo a Baghdad e facendo parte di un movimento di pace,
ma poi fu scoperto e decise di lasciare il paese. Si rifugiò in Libano e poi in
Giordania. Mio padre visse in questi paesi vicini all’Iraq perché non poteva sopportare
l’idea di allontanarsi troppo dal suo paese e anche perché in questo modo riusciva
ogni tanto a tornarci. Mio padre ha trascorso tutta la sua vita impegnato in una
sola battaglia: ottenere la libertà per il suo popolo e la democrazia per il paese.
Ed egli è morto per questo. Un giorno a Beirut fu assassinato davanti alla porta
di casa dai servizi segreti iracheni. Mia madre rimase con otto figli. Io sono
molto fiera di lui. Mio padre credeva fermamente che al popolo iracheno spettasse
la scelta del proprio destino e di combattere da solo per la libertà. Certo mantenendo
delle buone relazioni internazionali, ma senza l’interferenza di nessuno. Mio
padre fu una grande uomo e un grande padre. Mi ha insegnato a lavorare per il
mio popolo, per la democrazia. Incontro molti leader politici ora in Iraq e, purtroppo
molti di loro sono in politica per tornaconto personale, per affari e non per
aiutare il popolo iracheno. Per fortuna ci sono alcuni membri del consiglio provvisorio
di governo che hanno speso la loro vita a combattere Saddam Hussein e che stanno
lavorando seriamente per l’Iraq.
Da quanto tempo è tornata in Iraq? Io vivo in Iraq, a Baghdad, da quando è caduto il regime. Mi sono trasferita
qui con mio marito e mio figlio. Ero una delle poche donne oppositrici del regime
di Saddam Hussein a vivere all’estero. Adesso a Baghdad sono l’unica ad avere
qui tutta la famiglia: molti politici tengono la famiglia all’estero e vivono
qui da soli. Io voglio vivere in questo paese con la mia famiglia. Mio marito
lavora al Ministero per i diritti umani ed è stato nominato dal Consiglio provvisorio.
È difficile avere una vita normale a Baghdad? Sì è complicato. Anche se le frontiere sono aperte e il commercio con i paesi
stranieri è ricominciato. Quindi arriva cibo e ogni altro prodotto. Quando ho
bisogno di medicine comuni, non ho difficoltà a trovarle in città. Mancano negli
ospedali le attrezzature sofisticate e i medicinali specifici per affrontare interventi
chirurgici. È difficile avere una vita tranquilla anche per il grave problema
della sicurezza. Mio figlio ha tre anni e mezzo e se vuole giocare nel giardino
sotto casa devo chiedere a una guardia del corpo armata di sorvegliarlo. Ma non
voglio che giochi seguito da una guardia del corpo o che si senta diverso dagli
altri bambini per questo. Non voglio che le persone pensino che mio figlio riesce
ad andare a scuola perché posso permettermi una guardia del corpo. Non voglio
che gli altri bambini lo considerino un privilegiato. Quando le cose miglioreranno,
spero nel giro di tre o quattro mesi, mio figlio potrà andare a giocare in giardino
e a scuola con gli altri bambini senza sentirsi diverso perché più sicuro.
A parte il lavoro, il resto della sua giornata come si svolge? In casa. Di solito io e mio marito organizziamo cene dove invitiamo i nostri
amici. Durante queste cene finiamo per parlare tutto il tempo di politica. Per
essere onesta devo dire che all’inizio io e tutte le persone che frequento eravamo
molto grati agli americani e agli inglesi e alle altre forze della coalizione
per averci liberato dal regime di Saddam Hussein. Ora l’opinione è cambiata. Ci
avevano promesso una vita migliore, ma io questo miglioramento non lo vedo. Abbiamo
assistito a una serie di errori, giorno dopo giorno. Ad esempio, l’esercito iracheno
è stato smantellato e hanno chiesto agli ufficiali e ai soldati di tornare a casa
con l’obiettivo di creare un nuovo esercito. Ma tutte queste persone che cosa
potevano fare? Non erano in grado di trovarsi un altro lavoro. Così sono entrate
a far parte di movimenti che si oppongono alle forze alleate, perché non sanno
fare un altro lavoro. Inoltre le forze di coalizione tengono sotto controllo il
governo provvisorio iracheno che non può prendere alcuna decisione senza aver
avuto l’appoggio e il consenso di Paul Bremer. Così molti iracheni considerano
i membri del governo provvisorio dei pupazzi in mano alle forze di coalizione
e questo non fa bene al nostro paese. La situazione è molto difficile anche perché
molti paesi vicini non vedono di buon occhio un Iraq libero e democratico. Per
questo motivo abbiamo bisogno di una mano da parte delle forze di coalizione e,
soprattutto, da parte dell’Onu. Anche se sono convinta che dovrà essere il popolo
iracheno a scegliere ciò che vuole, tutto il popolo e non poche persone.