20/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un’attivista di International Alliance for Justice
Safia Taleb Al SouhailSafia Taleb Al Souhail vive a Baghdad da quando non c’è più Saddam Hussein, l’uomo che ha fatto uccidere suo padre, Sheik Taleb Al Souhail, per la sua attività di oppositore democratico al regime. Safia è tornata nel suo paese per aiutare le donne irachene ad affermare i loro diritti e a partecipare attivamente alla vita politica e sociale del paese.
 
Con la caduta di Saddam Hussein, quali possibilità concrete hanno le donne di poter partecipare al nuovo governo?  Sto lavorando per questo. Cerco di mettere in contatto il consiglio provvisorio di governo e alcuni gruppi di attiviste politiche. Abbiamo ottenuto la promessa che le donne saranno presenti nel nuovo governo iracheno per una quota del 25%. Ho incontrato Paul Bremer, rappresentante delle forze americane, e Lakhdar Al-Ibrahimi, inviato speciale dell’Onu per l’Iraq, per chiedere loro che questo 25% di partecipazione delle donne sia preso seriamente in considerazione quando sarà formato il nuovo governo. Alcuni partiti hanno dichiarato che l’entrata delle donne nel nuovo governo dovrà avvenire dopo la formazione della nuova costituzione. Io ho detto no: le donne devono far parte da subito del nuovo governo. Ho ricevuto il sostegno di Ibrahimi e di alcune forze politiche democratiche, ma ci sono altri partiti politici che non vogliono assolutamente che le donne facciano parte del governo. Ma io combatterò e probabilmente riuscirò a vincere. C’è molto lavoro da fare, perché la società irachena non è abituata a vedere le donne come parte attiva nella vita politica del paese.
 
Quante donne attiviste ci sono in Iraq? Ce ne sono molte, ci sono gruppi di donne che fanno parte di diverse organizzazioni. Hanno bisogno di essere sostenute perché possano inserirsi nella vita politica e parteciparvi attivamente. Le donne in Iraq sono circa il 60% della popolazione, la maggioranza. Le donne irachene sono pronte a partecipare in modo attivo alla vita del paese? Sì, sono assolutamente pronte. Lo sono da quando Saddam Hussein è caduto, ma la forza di coalizione non ha fatto molto affinché le donne partecipino alla ricostruzione politica del paese. Lo considero un grave errore da parte degli americani e dei britannici.
 
Quali difficoltà devono affrontare le donne in questa nuova vita politica e sociale del paese ? Come per tutti gli iracheni il problema principale è la sicurezza. Intendo dire che per noi adesso è importante raggiungere una sicurezza personale e familiare. Soprattutto per le donne è importante. In questa situazione le donne ci pensano due volte prima di uscire di casa. E poi, la maggioranza delle donne irachene sono povere, molto povere. Molte di loro vorrebbero uscire di casa e far parte di un’organizzazione per migliorare, imparare un lavoro, ma spesso non lo fanno, non lo possono fare perché devono procurarsi i soldi per sfamare la propria famiglia, i propri bambini. Un altro problema è che molte donne irachene non hanno fiducia in loro stesse. È normale dopo essere vissute per troppo tempo sotto un regime. Quello che sto facendo è proprio quello di incontrare le donne in molte parti del paese, in paesini sperduti o in città come Baghdad per parlare con loro e convincerle a prendere in mano la loro vita e credere in se stesse. La via per migliorare se stesse e partecipare attivamente alla vita sociale e politica del paese è uscire di casa. Per fare questo hanno bisogno di essere sostenute da organizzazioni internazionali e locali. Sto pensando di creare dei centri per donne nelle zone dove sono più povere e dove hanno più necessità di essere seguite e preparate, insegnarle ciò che è necessario per metterle in grado di trovare un lavoro, un centro dove sia disponibile anche l’accesso a Internet.
 
Le donne irachene hanno già la possibilità di incontrarsi in luoghi a loro riservati? A Baghdad ci sono molti centri per donne creati recentemente con il sostegno della autorità provvisoria della coalizione. Ce ne uno nel quartiere di al Mansur che non ho creato personalmente, ma dove spesso vado per dare il mio sostegno alle donne che lo frequentano. Il centro ha bisogno di molto denaro. È aiutato dall’Autorità provvisoria della coalizione. Ce n’è sono altri in diverse parti del paese. Ciò che sto facendo è di creare centri che possano raccogliere la partecipazione di donne che abitano nella stessa area e che si conoscono. In modo da essere incoraggiate ad andare al centro perché si ritrovano con donne che già conoscono.
 
Le donne che lei incontra che storia hanno alle spalle? Terribile. Le donne irachene sono state umiliate, sfruttate, violentate e decapitate. Hanno sopportato le peggiori sofferenze. Hanno perso il marito, i figli, i fratelli durante il regime di Saddam Hussein. Molte donne in Iraq hanno vissuto una vita anormale. Esse non avevano nulla di buono nella loro vita. Si prendevano cura della famiglia, quando il marito o i fratelli andavano a combattere nell’esercito di Saddam Hussein rimanendo totalmente inconsapevoli di quello che stava succedendo ai loro familiari. Quando il regime voleva punire un iracheno puniva anche sua moglie. A volte arrestavano prima la moglie e poi l’uomo. In particolare i figli di Saddam, negli ultimi tre anni, bollavano come prostitute le compagne di uomini del movimento di opposizione. Nella società irachena una donna che viene considerata una prostituta viene abbandonata da tutta la famiglia e anche dai figli. Molte di loro si sono tolte la vita per il disonore di essere state abbandonate e relegate ai margini della società. In altri casi alle donne veniva tagliata la testa davanti al marito per punizione. Questo è quello che hanno passato le nostre donne. Non molte persone sanno che molte donne da sempre sono state contro il regime, all’opposizione. Conosco la storia di un insegnante, un’attivista politica, che fu per questa ragione decapitata e la cui testa fu esposta sulla porta della scuola dove insegnava. Alcuni uomini del nostro servizio di sicurezza iracheno avevano il compito specifico di occuparsi delle donne e di ucciderle.
 
Non è facile cambiare una società che ha vissuto sotto una dittatura e nella paura per così tanto tempo. Non lo è per nulla. Non solo le donne hanno dovuto affrontare il terrore, ma tutti gli iracheni. E dopo aver vissuto per così tanto tempo nella paura e nell’assenza di libertà, ora non è facile tornare alla normalità. Gli iracheni hanno sofferto molto e ora devono essere educati ai propri diritti. La mia gente non sa quali diritti ha. Ovviamente ci sono persone che lo sanno e che hanno frequentato l’Università e che hanno ottenuto un livello di istruzione pari a quello che si trova in altri paesi. Ma nello stesso tempo abbiamo le nuove generazioni che non hanno potuto andare a scuola a causa delle sanzioni economiche che li costringevano ad andare a lavorare o a cercare soldi per la loro famiglia. Molti dei bambini che frequentavano la scuola non avevano neppure il cibo per fare colazione a casa. La nuova generazione in Iraq non ha vissuto nulla di buono nella vita. Non hanno ricevuto un’educazione scolastica e spesso i genitori sono più istruiti dei figli. Dobbiamo lavorare per aiutare i giovani. Non hanno bisogno di un supporto finanziario, ma di ricevere un’educazione e di essere aiutati in qualsiasi modo a ritrovare fiducia in se stessi e a credere nel loro paese. Nessuno ha più fiducia di poter ricevere qualcosa da un governo iracheno. Ciò che hanno visto fare finora dal governo è stato di prendere, prendere, prendere. La situazione adesso è solo leggermente migliorata.
 
C’è una classe intellettuale in Iraq in grado di aiutare la ricostruzione del paese? Sì c’è. Ci sono incontri, seminari cui partecipano docenti universitari, scrittori e alcuni intellettuali rientrati in Iraq dopo la caduta di Hussein. Molte organizzazioni irachene organizzano conferenze non solo a Baghdad, ma anche in molte altre parti del paese, dove gli intellettuali si incontrano e possono discutere apertamente esprimendo opinioni diverse su diversi temi come l’educazione o la ricostruzione del paese. Questo non poteva succedere prima. Molti errori commessi da inglesi e americani sono stati fortemente criticati dagli intellettuali. La classe intellettuale in Iraq lavora nelle Università, in organizzazioni per i diritti umani, nei movimenti politici, nei giornali.
 
Suo padre è stato un uomo importante per l’Iraq. Fu assassinato per la sua attività politica di oppositore. Che cosa successe? Mio padre fu uno dei pochi leader dell’opposizione politica durante il regime di Saddam Hussein. Lasciò il paese alla fine degli anni sessanta. Non prese questa decisione per vivere una vita migliore. Si trasferì in un altro paese per poter lottare e costruire in Iraq un governo che rispettasse i diritti umani. Lui sapeva che il regime di Hussein avrebbe portato l’Iraq al disastro. All’inizio combatté contro il partito Baath vivendo a Baghdad e facendo parte di un movimento di pace, ma poi fu scoperto e decise di lasciare il paese. Si rifugiò in Libano e poi in Giordania. Mio padre visse in questi paesi vicini all’Iraq perché non poteva sopportare l’idea di allontanarsi troppo dal suo paese e anche perché in questo modo riusciva ogni tanto a tornarci. Mio padre ha trascorso tutta la sua vita impegnato in una sola battaglia: ottenere la libertà per il suo popolo e la democrazia per il paese. Ed egli è morto per questo. Un giorno a Beirut fu assassinato davanti alla porta di casa dai servizi segreti iracheni. Mia madre rimase con otto figli. Io sono molto fiera di lui. Mio padre credeva fermamente che al popolo iracheno spettasse la scelta del proprio destino e di combattere da solo per la libertà. Certo mantenendo delle buone relazioni internazionali, ma senza l’interferenza di nessuno. Mio padre fu una grande uomo e un grande padre. Mi ha insegnato a lavorare per il mio popolo, per la democrazia. Incontro molti leader politici ora in Iraq e, purtroppo molti di loro sono in politica per tornaconto personale, per affari e non per aiutare il popolo iracheno. Per fortuna ci sono alcuni membri del consiglio provvisorio di governo che hanno speso la loro vita a combattere Saddam Hussein e che stanno lavorando seriamente per l’Iraq.
 
Da quanto tempo è tornata in Iraq? Io vivo in Iraq, a Baghdad, da quando è caduto il regime. Mi sono trasferita qui con mio marito e mio figlio. Ero una delle poche donne oppositrici del regime di Saddam Hussein a vivere all’estero. Adesso a Baghdad sono l’unica ad avere qui tutta la famiglia: molti politici tengono la famiglia all’estero e vivono qui da soli. Io voglio vivere in questo paese con la mia famiglia. Mio marito lavora al Ministero per i diritti umani ed è stato nominato dal Consiglio provvisorio.
 
È difficile avere una vita normale a Baghdad? Sì è complicato. Anche se le frontiere sono aperte e il commercio con i paesi stranieri è ricominciato. Quindi arriva cibo e ogni altro prodotto. Quando ho bisogno di medicine comuni, non ho difficoltà a trovarle in città. Mancano negli ospedali le attrezzature sofisticate e i medicinali specifici per affrontare interventi chirurgici. È difficile avere una vita tranquilla anche per il grave problema della sicurezza. Mio figlio ha tre anni e mezzo e se vuole giocare nel giardino sotto casa devo chiedere a una guardia del corpo armata di sorvegliarlo. Ma non voglio che giochi seguito da una guardia del corpo o che si senta diverso dagli altri bambini per questo. Non voglio che le persone pensino che mio figlio riesce ad andare a scuola perché posso permettermi una guardia del corpo. Non voglio che gli altri bambini lo considerino un privilegiato. Quando le cose miglioreranno, spero nel giro di tre o quattro mesi, mio figlio potrà andare a giocare in giardino e a scuola con gli altri bambini senza sentirsi diverso perché più sicuro.
 
A parte il lavoro, il resto della sua giornata come si svolge? In casa. Di solito io e mio marito organizziamo cene dove invitiamo i nostri amici. Durante queste cene finiamo per parlare tutto il tempo di politica. Per essere onesta devo dire che all’inizio io e tutte le persone che frequento eravamo molto grati agli americani e agli inglesi e alle altre forze della coalizione per averci liberato dal regime di Saddam Hussein. Ora l’opinione è cambiata. Ci avevano promesso una vita migliore, ma io questo miglioramento non lo vedo. Abbiamo assistito a una serie di errori, giorno dopo giorno. Ad esempio, l’esercito iracheno è stato smantellato e hanno chiesto agli ufficiali e ai soldati di tornare a casa con l’obiettivo di creare un nuovo esercito. Ma tutte queste persone che cosa potevano fare? Non erano in grado di trovarsi un altro lavoro. Così sono entrate a far parte di movimenti che si oppongono alle forze alleate, perché non sanno fare un altro lavoro. Inoltre le forze di coalizione tengono sotto controllo il governo provvisorio iracheno che non può prendere alcuna decisione senza aver avuto l’appoggio e il consenso di Paul Bremer. Così molti iracheni considerano i membri del governo provvisorio dei pupazzi in mano alle forze di coalizione e questo non fa bene al nostro paese. La situazione è molto difficile anche perché molti paesi vicini non vedono di buon occhio un Iraq libero e democratico. Per questo motivo abbiamo bisogno di una mano da parte delle forze di coalizione e, soprattutto, da parte dell’Onu. Anche se sono convinta che dovrà essere il popolo iracheno a scegliere ciò che vuole, tutto il popolo e non poche persone. 
 
Sonia Sartori
Categoria: Donne, Guerra
Luogo: Iraq
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