Mentre la stampa preme sull' amministrazione, pubblicando nuove testimonianze,
il vice capo della Segreteria di Stato, Richard Armitage, conferma al Senato che
Bush era stato informato
Una notizia rende sempre più difficile la posizione dell’amministrazione americana.
Arriva dal Senato degli Stati Uniti dove, testimoniando sulla vicenda delle torture
nel carcere di Abu Ghraib, il vice segretario di stato, Richard Armitage, ha detto
che il suo capo, Colin Powell, dopo aver letto il rapporto della Croce Rossa “in
febbraio ne parlò, non solo con Rumsfeld, ma anche con Bush”.
Il presidente e i suoi collaboratori fino ad oggi avevano sempre negato di aver
ricevuto notizie sulla vicenda.
Intanto, ieri a Baghdad, una corte marziale ha condannato a un anno di reclusione
il soldato Jeremy Sivits, 24 anni, nato nella profonda provincia americana, in
un piccolo villaggio sui monti Appalachi, quelli raccontati nel famoso film ‘Un
tranquillo week-end di paura’, diretto da John Boorman.
La rapidità con la quale il giovane militare è arrivato alla sentenza
potrebbe essere stata condizionata dalle dichiarazioni fatte da Sivits durante
le indagini: “Il comando ci avrebbe sgridato. Se avessero visto cosa succedeva,
ce l'avrebbero fatta pagare''.
Assumendo in prima persona la responsabilità degli abusi, il secondino di Abu
Ghraib aveva scagionato gli alti comandi militari e il governo.
L'aula della corte marziale era stata trasformata in un bunker mediatico. Nell’inferno
di Baghdad era stata allestita una piccola stanza nella quale, oltre agli avvocati
e a giudici, hanno trovato posto 35 giornalisti americani e arabi, mentre in una
sala adiacente un centinaio di reporter di tutto il mondo hanno seguito l’udienza
da alcuni monitor. Le organizzazioni per i diritti umani avevano chiesto di poter
assistere al dibattimento, ma i vertici militari non hanno concesso l'autorizzazione.
Il soldato, grazie alla sua confessione e alla denuncia dei complici, aveva patteggiato
una sentenza mite. Sivits è stato prosciolto dall'accusa di 'cattiva condotta'.
Tra omissioni, smentite e depistaggi le storie maledette del carcere iracheno
continuano a invadere la stampa americana.
"Tutte le inchieste sulle torture non serviranno mai a consolarmi e neppure mi
restituiranno l'onore che ho perso. Hanno calpestato la mia dignità. Ora Bush
dice che puniscono i colpevoli? Lo pensate davvero?". A parlare e Haydar Saber
Abd, uno dei prigionieri sottoposti a sevizie e la sentenza di ieri sembra dargli
ragione. Fu arrestato nel luglio dello scorso anno a Baghdad. Era in viaggio verso
la capitale irachena per cercare di risolvere le complicate questioni burocratiche
legate al suo servizio militare. Haydar è uno sciita di Nassirya, la città meridionale
del Paese nella quale opera anche il contingente italiano.
“Ricordo tutto quel che è accaduto, ogni scena, ogni situazione”, continua l’ex
detenuto. Il mezzo sul quale viaggiava fu fermato ad un posto di blocco dai militari
americani e, poiché il conducente non portava con se alcun documento, furono tutti
arrestati. In Occidente la circostanza indurrebbe legittimi sospetti, ma in Iraq,
in quel periodo, era assolutamente normale viaggiare su macchine prive di targhe,
documenti, segni di identificazione. Dopo la caduta di Saddam Hussein, l’eliminazione
delle tasse d’importazione stabilita dalle forze della Coalizione aveva aperto
un enorme mercato di automobili. L’autostrada che collega Amman, la capitale giordana,
e Baghdad era percorsa da decine di bisarche cariche di veicoli, spesso di origine
dubbia. Inoltre i taxi collettivi e le persone che si improvvisavano autisti erano
moltissime, anche perché il Paese era già allora al collasso e per sopravvivere
i cittadini inventavano qualunque tipo di lavoro. Per alcuni mesi il prigioniero
fu tenuto in un carcere nel sud del Paese per essere poi internato ad Abu Ghraib.
“All'inizio - continua Haydar - ci riempivano di botte colpendoci in ogni parte
del corpo, poi le cose peggiorarono ancor di più”. I secondini ordinarono all’uomo
di mettersi in posizioni umilianti e di mimare atti sessuali. Alcuni scattavano
fotografie e tra loro c’era anche una donna.
Il complesso carcerario era organizzato in sezioni e, mentre per la detenzione
ordinaria le persone erano trattenute in una specie di tendopoli, durante gli
interrogatori venivano condotte nell’edificio in muratura. L'incubo di Haydar
nell’area degli interrogatori è durata venticinque giorni, trascorsi in una cella
di isolamento tra violenze continue. Dopo il ‘trattamento’ i soldati di stanza
nel penitenziario mostravano ai malcapitati le foto che li ritraevano durante
le sevizie. Solo il 15 aprile l’uomo è stato rilasciato, senza che gli venisse
contestato alcun reato.
Nella voragine in cui è caduto l’Iraq, le informazioni sono ogni giorno più confuse.
La terribile esecuzione del giovane Nick Berg, secondo il network televisivo statunitense
Cbs, presenta circostanze inquietanti: Nick conosceva uno dei sospettati per l'attentato
alle Twin Towers.
Secondo le ricostruzioni, mentre era su un autobus un gruppo di arabi gli chiese
di poter utilizzare il suo computer per mandare delle email. Uno degli utilizzatori
del pc di Nick era Zacarias Moussaui, che secondo l’Fbi faceva parte del gruppo
organizzatore della strage. La polizia federale indagò sul fatto e interrogò Berg,
ma senza racogliere elementi compromettenti a suo carico. Peacerporter pubblicherà
venerdì un'inchiesta sull'intera vicenda.
In una lettera di adesione alla 'Stop the War Coalition' e sulla tragica morte
del figlio, il padre dello sfortunato ragazzo ha sostenuto: "Questa violenza è
stata generata dal governo americano, da quello inglese e dai militari e l’unica
via per rompere la spirale di violenza è il ritiro immediato delle truppe dall'Iraq".
Infine, si è diffusa una notizia secondo la quale due mesi prima che le foto
delle torture a Abu Ghraib finissero in televisione e sui giornali i familiari
di uno dei soldati accusati, il sergente Ivan Frederick, avevano informato con
una lettera 14 membri del Congresso scrivendo: "Qualcosa è andato storto nella
prigione a proposito del maltrattamento dei prigionieri di guerra”.