L’appuntamento con l’Imam è
saltato. Ne approfittiamo per andare a visitare l’ospedale. Quello che
sta dall’altra parte del ponte, fuori dalla cintura che gli
statunitensi avevano stretto intorno alla città. Mentre torniamo alle
macchine, gli abitanti di Falluja escono dalla moschea. I camion di
Emergency sono parcheggiati lì davanti. Un uomo urla, non si capisce
cosa. Ma si capisce che nelle sue parole c’è la rabbia di una città
costretta da dieci giorni a bere l’acqua stagnante del fiume che in
questa stagione quasi non scorre. La tensione si alza, in giro ci sono
tanti kalashnikov e le urla dell’uomo cominciano a contagiare la folla
presente. Diventa assolutamente chiaro che ce l’ha con noi quando
pronuncia l’unica parola intelligibile: “Berlusconi”.
La
discussione continua quando ci allontaniamo un po’. Gino Strada viene
portato verso un muro su cui sta appesa una bandiera irachena. C’è una
telecamera, inizia una improvvisata intervista, mentre intorno a noi la
polemica e l’invettiva, che non è più solo dell’uomo che gridava, non
si placa. Gino Strada spiega che cos’è Emergency, perchè siamo qui.
Spiega che Emergency non c’entra nulla con il governo italiano, che ha
contribuito a portare in piazza milioni di italiani contro questa e
altre guerre. Gli animi cominciano a placarsi e così Hawar fa in tempo
a tradurre quello che urlava l’uomo che ce l’aveva con Berlusconi: “Non
vogliamo il vostro aiuto – diceva – tornatevene via e con voi portate
le truppe italiane che ci ha mandato Berlusconi. Siamo ricchi, qui.
Possiamo mandarveli noi gli aiuti. Se non ve ne andate, ve li bruciamo
i vostri camion”. Forse le parole di Gino Strada convincono anche lui,
e riusciamo a entrare nel cortile della moschea dove vengono scaricate
le cose che Emergency ha portato a Falluja.
Entriamo in una stanza dove ci sono il figlio dell’Imam, un
autorevole maestro della scuola islamica, e altri uomini di Falluja. Ci
stringiamo su tre divani, messi a ferro di cavallo, la discussione si
riaccende. Il ferro di cavallo formato dai divani è chiuso da un
bancone di legno, dietro al quale sono poggiati a terra altri
kalashnikov. Per fortuna è subito chiaro a tutti che siamo lì solo per
dare una mano, per portare la solidarietà nostra e degli italiani che
non vogliono più la guerra e che non l’hanno mai voluta. Il nostro
accompagnatore, la nostra guida in Falluja, si esibisce in quello che
ha tutta l’aria di essere una concione politica, è molto infervorato.
Ancora, le uniche parole che si capiscono sono Berlusconi ed Emergency.
Le facce di tutti, adesso e nonostante i mitra, si distendono.
Usciamo, diretti all’ospedale. Per arrivarci, attraversiamo
la parte di città più colpita dagli statunitensi. Le case distrutte
sono molto più delle venticinque che ci avevano raccontato. Passiamo di
fianco ad un enorme cratere, almeno venti metri di diametro. Prima lì
c’era una casa. Attraversiamo quell’unico ponte che porta all’ospedale
e che fino a poco fa era bloccato dai carri armati. Sulla porta a vetri
dell’ingresso delle fotocopie con i ritratti di Yassin e di Rantisi, i
capi di Hamas uccisi dai missili israeliani. Mentre Gino Strada prende
accordi con i dirigenti dei reparti degli ospedali, facendosi
raccontare quali sono le necessità più urgenti tra medicinali e
materiali, ci facciamo raccontare da un medico l’assedio di Falluja.
I morti sono più di settecento. “Quelli di
cui siamo certi, perchè sappiamo che molti cadaveri sono stati
seppelliti nei giardini delle case o ai bordi delle strade”. “Tra i
cadaveri arrivati in ospedale, o visti direttamente dal personale
medico – continua – almeno ottanta bambini. E poi anziani, donne. E’
finito tutto da troppo poco tempo, nessuno ha avuto ancora la voglia o
il coraggio di fare statistiche accurate”. “Potrei raccontarvi molte
cose – continua il medico – sulla follia di questa guerra. Ho visto
passare aerei americani che a bassa quota sparavano sulla gente. Lo
stesso facevano con gli elicotteri. Sparavano anche dove era
concentrata la resistenza, certo, ma non solo su quella. Hanno anche
occupato una moschea, e i loro cecchini sparavano dai minareti su
chiunque gli capitasse a tiro: uomini, donne, bambini, non faceva
differenza”. Mentre il medico ci raccontava dell’assedio di Falluja e
della carneficina fatta dall’esercito USA per rappresaglia, sulla
televisione scorrevano le immagini di quel filmato in cui si vede sparare su
contadini disarmati da un elicottero apache.