30/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La vittoria dei 'Medias Rojas' distrae il popolo da povertà e disperazione
dal nostro corrispondente
 
Era da 86 anni che non succedeva. Sì: era dal 1918 che i “Medias Rojas”, i “Red Sox” (in italiano significa: “Calzini rossi”) di Boston non vincevano la Serie Mondiale di baseball.
E tutta la colpa la si dava alla “Maledizione del bambino”, la “Maldición del bambino”, come dicono qui.
 Ma cerchiamo di conoscere nei dettagli la storia: nel 1914 i “Medias Rojas” contrattarono una giovane promessa del baseball, George Herman Ruth, che data la sua acerba età (20 anni) fu subito soprannominato “Babe”, bambino, e che era destinato a diventare una delle figure più leggendarie della storia del baseball e della cultura popolare americana.
 
Durante la sua permanenza a Boston, Babe, che allora giocava come lanciatore, trascinò i “Medias Rojas” a vincere ben tre Serie Mondiali. Nel 1918 Babe fu venduto, e proprio all’odiata squadra rivale degli Yankees di New York.
Il giovane non avrebbe mai e poi mai voluto lasciare la città, ma gli affari sono affari: il Presidente dei “Medias Rojas” aveva intuito il guadagno economico enorme che gliene sarebbe venuto (“nihil novum sub sole”), e… questa sua partenza segnò l’inizio di una catastrofica sfortuna che ha accompagnato i “Medias Rojas” in tutti questi anni: mai più sono riusciti nell’intento di vincere una Serie mondiale, anche se per ben quattro volte avevano raggiunto la finale.
E così è nata la “leggenda metropolitana” della “Maldiciòn del bambino”, una sorta di anatema lanciato contro la squadra di Boston da “Babe Ruth”, il giovane talento deluso per la cessione agli Yankees, leggenda che ha accompagnato per decenni la squadra di Boston. Fino a questi giorni, quando… il malocchio si è dissolto sotto i lanci e le bastonate date alla “pelota” da due giocatori dominicani, Pedro Martínez e Manny Ramìrez, che hanno sconfitto nella semifinale della Serie Mondiale di quest’anno proprio gli Yankees di New York, per strapazzare nella finale i “Cardenales” di San Luis. E qui tutti sono impazziti.
 
Da giorni nessuno più parla del problema della corrente elettrica (20 ore di oscurità tutti i giorni), della situazione sempre più disastrosa della spazzatura che si raccoglie a volte a distanza di 20 giorni dalla raccolta precedente), della evastante situazione delle strade, la cui manutenzione è sospesa in attesa che i definiscano quali imprese, gradite ai politici, conseguiranno l’appalto, della corsa alla città, che è ripresa in maniera spaventosa in questi ultimi mesi, in seguito alla crisi economica, per cui sempre più persone lasciano le zone rurali per trasferirsi nelle zone urbane, senza prospettive concrete di lavoro, di residenza, di una qualsiasi attività, alloggiati da parenti o amici in case fatiscenti, con tutte le conseguenze che questo comporta, attrati dal miraggio che la grande città possa offrire una speranza più concreta ai sogni di benessere.
 
Tutti dietro ai “Medias Rojas”, ai lanci, alle battute, alle corse, e così via.
Non si parla d’altro. E così in secondo piano è passata la notizia che il Conep, sorta di Confindustria locale, ha minacciato di iniziare una catena di licenziamenti se passa il provvedimento all’esame del Parlamento che impone un aumento del salario minimo a 4.000 pesos mensili (100 euro; attualmente il salario minimo è di circa 2.800 pesos, cioè 70 euro mensili; e un buon 30-40% di chi lavoro ha solo il salario minimo) e un aumento del 25% per quanti hanno uno stipendio inferiore ai 20.000 pesos (500 euro), e cioè la quasi totalità della forza lavoro.
 
O che la Junta Central Electoral, organismo che gestisce tutte le questioni legate alle elezioni pubbliche, ha deciso di stanziare ben 750 milioni di pesos (18.750.000 euro) per finanziare le elezioni primarie dei partiti politici, nelle quali si deciderà quali saranno i candidati per le prossime votazioni.
O che di fronte a una diminuzione della tassa del dollaro, che sta facendo respirare la macro-economia del paese, non c’è stato nessun abbassamento dei prezzi al dettaglio, nonostante le promesse e le intenzioni manifestate di ridurre almeno i prezzi dei generi di prima necessità.
O che si sta moltiplicando la vendita di armi nel paese, per far fronte alla ola di delinquenza che sta martoriando da mesi soprattutto gli strati più miseri (i ricchi hanno la “Seguridad privada”, ossia i poveri trasformati in polizia privata per vigilare sui loro beni e sulle loro persone), con conseguenze
disastrose a livello di violenza (decine di morti e centinaia di feriti negli ultimi mesi, a volte per proiettili vaganti, sparati in aria magari solo per spavalderia).
O ancora che la situazione sanitaria sta provocando epidemie di dengue (malattia dovuta alla puntura di uan zanzara), tifo, epatite, senza che gli enti sanitari posano fronteggiare la situazione, incontrandosi ospedali e cliniche senza medicine, senza mezzi tecnici, e con i medici in agitazione perché ormai da mesi non percepiscono stipendio.
E quante altre cose si potrebbero aggiungere.
 
Però ecco ora la vittoria della squadra d Boston, che, insieme alla vittoria olimpica nei 400 ostacoli di Feliz Sanchez, viene sfruttata dal “palazzo” come zuccherino per contrastare il malcontento sublimandolo: “Se vogliamo ce la possiamo fare: questi atleti sono gente del popolo, ma con sforzo, tenacia e
sacrificio hanno riscattato la loro situazione, facendo onore alla repubblica Dominicana. Se prevale l’orgoglio di essere dominicana ce la farete anche voi!”
E così si moltiplicano spot televisivi in cui atleti corrono, saltano, piangono alle note dell’inno nazionale, baciano tifosi estasiati ed entusiasti, abbracciano il Presidente.
“Non credo alle maledizioni!” aveva detto qualche tempo fa Pedro Martínez, il lanciatore dominicano eroe delle ultime ore, aggiungendo, con non troppa finezza: “Svegliate il maledetto bambino, che magari gli rompo il sedere!”.
 
Neanche io credo alle maledizioni. Ma penso che la pratica del “panem et circensem” sia più che una maledizione. Speriamo che il sacrosanto orgoglio di essere dominicani risvegli nella gente di qui sentimenti di solidarietà e partecipazione, per creare una cultura nuova di attenzione vera ai bisogni della gente, dei poveri e sconfiggere finalmente la condanna alla povertà che maledice da decenni questa terra.
 
 
Franco Buono, parroco

Stella Spinelli

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità