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Soldi per non inquinare. È la logica del sistema di scambio delle emissioni - o cap-and-trade - secondo cui chi manda in circolo meno Co2 può "vendere" le proprie quote risparmiate a chi invece sfora il limite. Così, secondo gli adepti del mercato come ricetta buona a tutto, la "mano invisibile" salverebbe il pianeta.
La faccenda si complica quando nel "giro" vuole entrarci anche qualche partner imbarazzante, in questo caso la Corea del Nord.
Pyongyang ritiene infatti di avere diritto a ottenere crediti carbonio grazie all'energia "pulita" prodotta dalle proprie centrali idroelettriche ed equivalente a sette-otto megawatt l'anno. Ha incaricato la tedesca Hanns Seidel Foundation - una Ong legata alla Unione Cristiano-Sociale di Baviera - di sottoporre la propria istanza alle Nazioni Unite, istituzione competente per la concessione dei crediti: soldi in cambio di Co2 risparmiata e centrali nordcoreane iscritte d'ufficio al Clean Development Mechanism (Cdm). Data la capacità degli impianti, si parla di milioni di euro all'anno.
È inutile sottolineare che il flusso di denaro fresco sarebbe vitale per un Paese alla fame, periodicamente afflitto dalla carestia, in grado di sostenere un programma nucleare ma non di nutrire i propri cittadini.
Ma la Corea del Nord è anche il Paese reietto, che va affamato finché il regime dei Kim non crolla o, quanto meno, non la smette di ringhiare. E poi, chi ci garantisce che gli eventuali crediti non finiscano nel programma nucleare di Pyongyang?
E così la stampa occidentale e sudcoreana fa quadrato, riprendendo obiezioni già comparse su Reuters domenica scorsa: "Chi vorrebbe mai dare soldi a una Corea del Nord accusata per i suoi programmi di riarmo nucleare?", dice per esempio il Choi Soo-young, ricercatore all'Istituto coreano per la riunificazione nazionale (evidentemente non molto favorevole al trasferimento di risorse economiche verso i dirimpettai del nord).
C'è poi un problema di trasparenza. La stessa Hanns Seidel Foundation, per bocca del suo rappresentante Bernhard Seliger, dice per esempio che "ispezioni annuali, monitoraggio costante e pubblicazione dei dati sulla produzione di energia nel sito della United Nations Framework Convention on Climate Change sarebbero delle novità assolute per la Corea del Nord.
Così il problema diventa tutto politico perché, al di là delle obiezioni, sembra che l'opposizione ai crediti di Pyongyang sia pregiudiziale. Eppure, il Clean Development Mechanism ha tra i suoi scopi proprio il trasferimento di risorse economiche dai Paesi ricchi a quelli in via di sviluppo.
Tra l'altro, la Corea del Nord ha sottoscritto il protocollo di Kyoto nel 2005 e, sempre nel quadro del Cdm, ha già dichiarato di essere interessata a produrre energia anche con le biomasse, cioè le fonti rinnovabili costituite da materiali organici che non aggiungono Co2 all'atmosfera. Si prevedono altre patate bollenti in mani Onu.
Gabriele Battaglia
Parole chiave: crediti carbonio, emissioni, co2, cap and trade