Prolungato un decreto che impedisce alle coppie israelo/palestinesi di vivere assieme
Domenica alla Knesset, il parlamento israeliano, si è votato per decidere se
prolungare o meno una legge temporanea che impedisce alle famiglie miste di israeliani
e palestinesi di vivere assieme sul territorio di Israele. Il provvedimento scade
il 31 maggio 2005 ma, nonostante gli appelli di Human Rights Watch, di Amnesty
International e dell’International Commission of Jurists che ne hanno chiesto
l’abrogazione, il Governo Sharon ha deciso di mantenerlo modificandolo solo in
alcuni dettagli.

Vivere separati.“Migliaia di coppie sposate –ha commentato Sarah Leah Whitson di HRW- sono costrette
a vivere separate, e ai figli viene impedito di vivere con entrambi i genitori”.
Il decreto temporaneo sulla cittadinanza, che nega la residenza in Israele ai
coniugi di cittadini israeliani, è in vigore dal luglio 2003, ma le domande di
ricongiungimento da parte delle famiglie interessate erano state congelate già
dal maggio 2002. Stando a dati forniti dal quotidiano Haaretz, alla fine del 2004
le coppie coinvolte dalla legge erano tra 16 e 21 mila, questo perché tra i cittadini
israeliani vengono considerati anche quanti godono dello status di residente permanente
in Israele, come nel caso degli abitanti di Gerusalemme est, la parte araba della
città santa.
La legge è stata mantenuta, sono state apportate solo le modifiche suggerite
da un emendamento che prevede delle eccezioni al divieto, ma limitatamente alle
coppie in cui lei abbia più di 25 anni e lui più di 35. Secondo una statistica
delle Nazioni Unite sui matrimoni nei Territori Occupati Palestinesi, l’età media
per le donne che si sposano è di 21 anni, 25 per gli uomini. Oltre a questo ostacolo,
le eccezioni su base anagrafica saranno applicate solo nel caso in cui il coniuge
arabo non abbia tra i parenti delle persone sospettate di attività terroristiche.
La Convenzione Internazionale sui Diritti Sociali e Politici, ratificata da Israele
nel 1991 e valida ”anche in tempi di emergenza per la sicurezza”, proibisce di
prendere provvedimenti che “siano basati su razza, colore, sesso, lingua, religione
o casta”.
Rinunciare alla residenza. Dal 2002 ad oggi, invece, migliaia di cittadini israeliani sposati con Palestinesi
residenti nei Territori sono stati costretti a scegliere tra vivere in Israele
insieme al coniuge o lasciare il Paese per stare vicino alla famiglia.
Ma poi per questi ultimi i problemi sono tutt’altro che risolti: ad esempio i
palestinesi di Gerusalemme est che si spostano in Cisgiordania rischiano di perdere
la residenza israeliana, mentre nei casi in cui è il coniuge arabo a spostarsi
in Israele, questo avviene illegalmente. Ciò ha portato diverse mogli e bambini
a vivere a Gerusalemme da reclusi in casa, per timore dell’arresto e della deportazione.
“Questa legge crea dei problemi seri –ci racconta Qusai, un residente della città
vecchia- qui nella Gerusalemme araba la situazione è molto triste perche i confini
della città secondo la legge israeliana sono diversi da come li abbiamo conosciuti
noi: negli anni ’80, quando la situazione economica era buona, tante famiglie
di arabi residenti a Gerusalemme hanno costruito le loro case nelle zone di al
Ram, di Dahia, di Abu Dis o Azzaria, che per noi sono periferia di Gerusalemme.
Ma ora che il muro sta per separare la città dai suoi sobborghi trasformandoli
in parti della Cisgiordania, chi vive in quelle zone e ha la carta di identità
di Gerusalemme rischia di perdere tutto. Perciò molte famiglie hanno dovuto spostarsi
di nuovo verso Gerusalemme Est. Questo ha portato al sovraffollamento: se una
famiglia negli anni '80 era composta da sei persone, ora magari sono venti e devono
vivere nella stessa casa.”
Secondo un report del National Security Council, l’emendamento aprirebbe la via
della riunificazione al 28,5 percento delle richieste inoltrate, ma si tratta
di un calcolo ipotetico che non ha trovato conferme. Secondo lo stesso istituto,
i ricongiungimenti familiari dal 1968 ad oggi sarebbero stati oltre 190 mila.