07/03/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli Usa chiedono aiuto all'Arabia Saudita per sostenere i ribelli

Quando il gioco si fa duro, una telefonata a Riad torna sempre buona. Questa almeno la tesi di Robert Fisk, l'inviato del quotidiano britannico The Independent, uno dei massimi conoscitori del grande gioco mediorientale.

Fisk lo scrive oggi: "Nel tentativo di evitare un coinvolgimento diretto in Libia, Washington ha chiesto all'Arabia Saudita di fornire armi ai ribelli per consentire loro di lottare ad armi pari contro il regime di Gheddafi". La risposta non dovrebbe essere negativa, visto che Riad dipende dagli Usa per la sua stessa sopravvivenza.

La famiglia reale saudita è in grande difficoltà. L'Iran le contende la supremazia regionale, con una lotta che non è solo politica ma anche religiosa. Preminenza sunnita, preminenza sciita, con le due potenze simbolo dell'una e dell'altra comunità musulmana a giocare sporco senza esclusione di colpi.

La minoranza sciita in Arabia Saudita è in fermento e, venerdì prossimo, sono previste nuove manifestazioni per chiedere riforme della monarchia saudita e maggior rispetto dei diritti della minoranza sciita (pari a circa il venti per cento della popolazione) e la liberazione di alcuni leader arrestati dalla polizia politica di Riad nei giorni scorsi. Nonostante i problemi dinastici, nessuno teme in Arabia Saudita che la minoranza sciita abbia davvero qualche chance di rovesciare il regime, ma di destabilizzarlo si. Con il Bahrein in fiamme (proprio perché gli sciiti - che sono maggioranza - non tollerano più il regime della monarchia sunnita) e l'Iran alle porte, a Riad si armano fino ai denti.

Ecco perché, prendendo per buone le previsioni di Fisk, Riad non dirà no a Washington. Un rifiuto potrebbe comportare, in futuro, una rappresaglia diplomatica e di forniture militari ai sauditi, che non possono permetterselo. Sarebbe un sollievo per Washington, visto che l'amministrazione Obama è sempre più pressata dall'opinione pubblica interna e internazionale.

La no-fly zone, per impedire ai caccia del colonnello Gheddafi di bombardare i rivoltosi, è complicata. Ha ragione Robert Gates, che se ne intende. Per istituirla serve prima un bombardamento a tappeto che Obama e i suoi, all'insegna del nuovo corso in politica estera statunitense, vedono come fumo negli occhi. Anche l'inazione, però, è mal digerita negli Usa. L'aiuto dei sauditi risolverebbe molti dubbi negli Usa, senza impelagare troppo gli statunitensi.

Non è, però, che un rimandare il problema. Il regime di Gheddafi, dopo lo sbandamento iniziale, sta dimostrando una capacità di tenuta notevole. Al punto che, negli ultimi due giorni, ha rilanciato la sua offensiva fuori Tripoli. La rivolta, per ora, è in stallo e il fronte si sta solidificando a Sirte. Questo significa che, prima o poi, ci sarà la battaglia decisiva. E Obama non potrà chiedere ai sauditi di agire al posto di Washington in eterno.

Bisognerà, invece, aspettare la fine di tutto questo per saperne di più sulle armi che i ribelli hanno in mano fin dai primi giorni. La vulgata vuole che alcuni militari si siano, da subito, uniti ai rivoltosi garantendogli l'accesso ai depositi dell'esercito. Può essere, ma quella della rivolta in Libia è una storia tutta scrivere, a cominiciare dal finale.

Christian Elia

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