01/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La feroce politica delle demolizioni a Bombay per costruire il più grande centro finanziario d'Asia
Scritto per noi da
Alessandra Mezzadri* 
  Vista aerea degli slum, Bombay 2005, copyright Sparc
Chiunque legga che in India quest’anno 300mila famiglie hanno perso la propria abitazione, probabilmente penserà alla distruzione causata dallo tsunami. Invece questa “calamità” è lungi dall’essere “naturale” e la zona colpita non è la costa sud-orientale indiana, ma la città di Bombay. Qui, infatti, tra gennaio e aprile 2005, a seguito del nuovo piano di sviluppo urbanistico della città, che mira alla creazione del centro finanziario principale dell’Asia meridionale, un’incredibile ondata di demolizioni si è abbattuta sulle case fatiscenti degli slum. Le ruspe sono giunte nelle baraccopoli all’inizio dell’anno, distruggendo incessantemente, e si sono arrestate da poche settimane, solo dopo le pressioni dell’opinione pubblica e dei media locali.  
 
Trent'anni di demolizioni. La maggior parte dei nuovi senzatetto non ha avuto nessun risarcimento. “Le demolizioni in realtà sono cominciate negli anni Settanta, anche se si sono intensificate nell’ultimo anno”, spiega Sheila Patel, fondatrice dell’organizzazione non governativa Sparc, che da due decenni si occupa dei diritti degli abitanti degli slum di Bombay. “Tutti i governi che si sono succeduti nello stato del Maharashtra, di cui Bombay è la capitale, hanno applicato politiche aggressive e devastanti per i poveri che vivono in città. Queste persone sono considerate un peso che sottrae risorse alla classe media produttiva”. In realtà, la gente degli slum paga per i servizi e lavora di solito nel settore “informale”: c’è chi guida il taxi o il risciò, chi vende frutta e verdura per strada, chi fa il muratore. 
“Gli abitanti delle baraccopoli - continua Sheila - sono trattati come immigrati temporanei, mentre secondo l’ultimo censimento sono il 60 percento della popolazione di Bombay. L’esperienza degli ultimi trent’anni, inoltre, ha dimostrato che anche quando il governo demolisce, la gente non torna al villaggio di provenienza, ma costruisce da un’altra parte”. Ed è vero. In alcuni casi, la demolizione, come nei quartieri di Oshiwara e Mankhurd, ha portato alla ricostruzione di baracche in zone limitrofe. In altri ha persino causato la nascita di nuove bidonvilles vicino ad aree residenziali ed eleganti.
 
Nuove costruzioni nello slum, Bombay 2005, copyright SparcSoluzioni possibili. Un’alternativa alle demolizioni a tappeto esiste. Lo ha dimostrato la “Federazione nazionale degli abitanti dello slum di Bombay”, che già nel 1996 aveva avuto un ruolo determinante per il raggiungimento di un importante traguardo: vietare le demolizioni delle strutture costruite prima del 1995. GunaShekar, uno dei protagonisti del movimento, nato e cresciuto nello slum di Mankhurd, dove ancora risiede, lavora al progetto di protezione e miglioramento delle abitazioni della sua gente da venti anni.  “Attraverso l’organizzazione collettiva – dice - siamo riusciti a farci ascoltare. Dal 1997 l’ "Agenzia governativa di Bombay per lo sviluppo urbano e regionale” (Mmrda) ci ha assegnato il compito di stilare un rapporto sul numero e sullo stato delle abitazioni dello slum che vanno dalla periferia est a quella ovest della città. L’agenzia governativa, finanziata dalla Banca Mondiale, vuole costruire una strada che attraversi tutta la zona e noi abbiamo dovuto stabilire quante abitazioni sarebbero andate distrutte, allo scopo di trovare nuove case prima che le demolizioni avessero luogo. Di ben 3.600 famiglie, già 1.900 sono state spostate in abitazioni alternative, costruite anche grazie all’intervento delle autorità. Certo, ci vuole tempo, ma si può evitare di creare senzatetto. Adesso stiamo aspettando che il governo estenda il divieto di demolizione a tutte le strutture costruite prima del 2000”.
  Panoramica della Bombay ultra-moderna, Bombay 2005, copyright Sparc
La posizione del governo. Purtroppo il documento di divieto, nonostante sia stato promesso in periodo elettorale dal Congresso (al potere in Maharashtra da cinque anni) non è ancora diventato legge. Se ciò fosse avvenuto, non si sarebbero verificate la maggioranza delle demolizioni di quest’anno o, comunque, le famiglie colpite sarebbero state risarcite e spostate in abitazioni alternative. L’inasprimento della politica del governo contro gli slum non è casuale. L’India sta vivendo un momento di crescita economica esplosiva e Bombay ne è l’icona: regno del business, delle attività finanziarie, dell’export, dei film di Bollywood (la prolifica industria cinematografica indiana) e dei nightclub alla moda dove si può sognare New York. Il progetto ambizioso di trasformare la città nella “nuova Shangai”, già più volte annunciato dal governo, necessita disperatamente di terra edificabile, mentre le caratteristiche geografiche di Bombay, un tempo formata da un insieme di isole, non consentono un’espansione orizzontale.
Lo “Shangai-dream” intanto rischia di espandersi a macchia d’olio nei Paesi in via di sviluppo che, in un’economia globale, fanno sempre più a gara per aggiudicarsi preziosi investimenti stranieri. Ciò che accade oggi a Bombay, insomma, rischia di replicarsi in altre grandi città del Sud del mondo, con costi sociali né calcolabili né tollerabili. Per il sogno di pochi e l’incubo di molti.

Categoria: Diritti
Luogo: India