La feroce politica delle demolizioni a Bombay per costruire il più grande centro finanziario d'Asia
Scritto per noi da
Alessandra Mezzadri*
Chiunque legga che in India quest’anno 300mila
famiglie hanno perso la propria abitazione, probabilmente penserà alla
distruzione causata dallo tsunami. Invece questa “calamità” è lungi dall’essere
“naturale” e la zona colpita non è la costa sud-orientale indiana, ma la città
di Bombay. Qui, infatti, tra gennaio e aprile 2005, a seguito del nuovo piano
di sviluppo urbanistico della città, che mira alla creazione del centro
finanziario principale dell’Asia meridionale, un’incredibile ondata di
demolizioni si è abbattuta sulle case fatiscenti degli slum. Le ruspe sono
giunte nelle baraccopoli all’inizio dell’anno, distruggendo incessantemente, e
si sono arrestate da poche settimane, solo dopo le pressioni dell’opinione
pubblica e dei media locali.
Trent'anni di demolizioni. La maggior parte
dei nuovi senzatetto non ha avuto nessun risarcimento. “Le demolizioni in
realtà sono cominciate negli anni Settanta, anche se si sono intensificate
nell’ultimo anno”, spiega Sheila Patel, fondatrice dell’organizzazione non
governativa Sparc, che da due decenni si occupa dei diritti degli abitanti
degli slum di Bombay. “Tutti i governi che si sono succeduti nello stato del
Maharashtra, di cui Bombay è la capitale, hanno applicato politiche aggressive
e devastanti per i poveri che vivono in città. Queste persone sono considerate
un
peso che sottrae risorse alla classe media produttiva”. In realtà, la gente degli
slum paga per i servizi e lavora di solito nel settore “informale”: c’è chi
guida il taxi o il risciò, chi vende frutta e verdura per strada, chi fa il
muratore.
“Gli abitanti delle
baraccopoli - continua Sheila - sono trattati come immigrati temporanei, mentre
secondo l’ultimo censimento sono il 60 percento della popolazione di Bombay. L’esperienza
degli ultimi trent’anni, inoltre, ha dimostrato che anche quando il governo
demolisce, la gente non torna al villaggio di provenienza, ma costruisce da un’altra
parte”. Ed è vero. In alcuni casi, la demolizione, come nei quartieri di
Oshiwara e Mankhurd, ha portato alla ricostruzione di baracche in zone
limitrofe. In altri ha persino causato la nascita di nuove bidonvilles vicino
ad aree residenziali ed eleganti.
Soluzioni possibili. Un’alternativa alle
demolizioni a tappeto esiste. Lo ha dimostrato la “Federazione nazionale degli
abitanti dello
slum di Bombay”, che già nel 1996 aveva avuto un ruolo
determinante per il raggiungimento di un importante traguardo: vietare le
demolizioni delle strutture costruite prima del 1995. GunaShekar, uno dei
protagonisti del movimento, nato e cresciuto nello
slum di Mankhurd, dove
ancora risiede, lavora al progetto di protezione e miglioramento delle
abitazioni della sua gente da venti anni. “Attraverso l’organizzazione collettiva – dice
- siamo riusciti a farci ascoltare. Dal 1997 l’ "Agenzia governativa di Bombay
per lo sviluppo urbano e regionale” (Mmrda) ci ha assegnato il compito di
stilare un rapporto sul numero e sullo stato delle abitazioni dello
slum che vanno
dalla periferia est a quella ovest della città. L’agenzia governativa,
finanziata dalla Banca Mondiale, vuole costruire una strada che attraversi
tutta la zona e noi abbiamo dovuto stabilire quante abitazioni sarebbero andate
distrutte, allo scopo di trovare nuove case prima che le demolizioni avessero
luogo. Di ben 3.600 famiglie, già 1.900 sono state spostate in abitazioni
alternative, costruite anche grazie all’intervento delle autorità. Certo, ci
vuole tempo, ma si può evitare di creare senzatetto. Adesso stiamo aspettando
che il governo estenda il divieto di demolizione a tutte le strutture costruite
prima del 2000”.

La posizione del governo. Purtroppo il
documento di divieto, nonostante sia stato promesso in periodo elettorale dal
Congresso (al potere in Maharashtra da cinque anni) non è ancora diventato legge.
Se ciò fosse avvenuto, non si sarebbero verificate la maggioranza delle
demolizioni di quest’anno o, comunque, le famiglie colpite sarebbero state
risarcite e spostate in abitazioni alternative. L’inasprimento della politica
del governo contro
gli slum non è casuale. L’India sta vivendo un momento di crescita economica
esplosiva e Bombay ne è l’icona: regno del business, delle attività
finanziarie, dell’export, dei film di Bollywood (la prolifica industria
cinematografica indiana) e dei nightclub alla moda dove si può sognare New
York. Il progetto ambizioso di trasformare la città nella “nuova Shangai”, già
più volte annunciato dal governo, necessita disperatamente di terra
edificabile, mentre le caratteristiche geografiche di Bombay, un tempo formata
da un insieme di isole, non consentono un’espansione orizzontale.
Lo “Shangai-dream” intanto rischia di espandersi
a macchia d’olio nei Paesi in via di sviluppo che, in un’economia globale,
fanno sempre più a gara per aggiudicarsi preziosi investimenti stranieri. Ciò
che accade oggi a Bombay, insomma, rischia di replicarsi in altre grandi città
del Sud del mondo, con costi sociali né calcolabili né tollerabili. Per il
sogno di pochi e l’incubo di molti.