Toccano terra accompagnati da uomini
in divisa e soccorsi medici. Vengono portati nei Centri di Permenenza
Temporanea e scompaiono dalla nostra vista per poi riapparire di nuovo
e di nuovo, in marcia. Come se i continui naufragi e le espulsioni
all’italiana non fossero un monito sufficiente, come se in questi
fatali “viaggi della speranza” ci fosse davvero qualcosa in cui
sperare.
La drammatica traversata per molti di loro non è stata
la parte peggiore del viaggio, è stato solo l’epilogo e con ogni
probabilità l’Italia non ripagherà le loro speranze concedendo asilo.
Solo una tregua vigilata prima di ripartire. Spesso accade che le
storie di quelle persone siano autentiche tragedie serializzate, così
ridondanti di soprusi e sofferenze paradossali, così crudelmente
appiattite dalla somiglianza dei volti e delle vicende da risultare
in-credibili e infine lasciarci indifferenti.
Voci “E’ stato
terribile vedere tutti quei morti, ma c’erano i vivi e dovevamo fare
spazio", “Non avevamo nulla da mangiare ed eravamo costretti a bere la
nostra urina”, “Voglio rimanere in Italia e voglio lavorare, qualsiasi
lavoro è buono”, “Mio padre e mia madre sono morti a causa della
guerra”, "Ho lasciato la Liberia e mia sorella per trovare la pace”,
“Abbiamo dovuto gettare nostro figlio in mare, per lui non c’era nulla
da fare, era morto per il freddo e la sete”, “Eravamo stanchi, la
nostra imbarcazione era in balia delle onde con il motore rotto,
avevamo esaurito l’acqua e il poco cibo che gli organizzatori libici ci
avevano dato", “Eravamo in cento, ho visto morire trenta persone”.
Omissione di
soccorso Le testimonianze che riporto sono
state raccolte tra i superstiti del gruppo recuperato domenica al largo
delle coste siciliane, hanno permesso l’identificazione dei due
scafisti che sono stati trasferiti nel carcere di Siracusa con l’accusa
di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sono state utili
alla ricostruzione del tragico viaggio, partito dalla Libia dieci
giorni prima. Un particolare inedito è però emerso dai
racconti: pare che l’imbarcazione dei clandestini, nei giorni
successivi alla partenza dal porticciolo libico di Zulied – vicino ad
al-Zuwarah -, abbia incrociato almeno sette o otto navi che non hanno
prestato loro soccorso: “Quelle navi – hanno raccontato - ci hanno
sicuramente visti, erano vicinissimi e non potevano non vedere la
nostra barca con 100 persone a bordo. Perchè non ci hanno soccorso?”, e
ancora: “Ci hanno visto e se ne sono andati. Abbiamo chiesto aiuto,
abbiamo gridato, sventolato magliette e tirato oggetti in mare. Ma loro
hanno fatto finta di niente. Se ci avessero dato aiuto forse mio figlio
e altri sarebbero ancora vivi”. E’ possibile che tra le
ragioni di una così grave omissione di soccorso abbia pesato anche la
recente disavventura della nave dell’organizzazione umanitaria Cap
Anamur, che dopo avere recuperato un gruppo di clandestini ha dovuto
affrontare una serie di problemi giudiziari culminati con l’arresto per
due giorni del comandante della nave soccorso tedesca e col sequestro
della stessa - tutt’ora trattenuta a porto Empedocle -. Al
contrario però, in quest’ultima circostanza, il mercantile Ziederdiep,
autore del salvataggio, ha potuto ieri mattina riprendere il mare senza
alcuna imputazione di
responsabilità. Le
organizzazioni umanitarie di Siracusa ieri in una riunione informale
nella sede della parrocchia di padre Carlo, avevano deciso di chiedere
un incontro con prefettura e rappresentanze politiche per chiedere un
rinvio del trasferimento forzato degli 11 clandestini ricoverati, tra
cui 2 donne, dall’ospedale Umberto I di Siracusa verso il Centro di
Permanenza Temporanea Pian del Lago di Caltanissetta - dove già si
trovano gli altri 56 superstiti della sciagura -. L’incontro
era previsto in giornata ma la questura ha deciso di non tenere conto
delle richieste pervenute e di procedere ieri stesso con il
trsferimento dei clandestini a Caltanissetta, con l‘eccezione delle due
donne le cui condizioni di salute non sono ancora ottimali, ma che
verranno spostate domani. Gli estensori dell’appello hanno
fatto sapere che presso il CPT di Caltanissetta è in corso un presidio
di solidarietà organizzato da alcuni attivisti che premono affichè
degli avvocati possano accedere alla struttura e prendere contatto con
i clandestini in modo da poter raccogliere le richieste di asilo.
Percorsi continentali Prima di raggiungere le coste libiche i migranti che partono
da Senegal, Mali, Sierra Leone, Liberia, Costa d’Avorio, Ghana, Benin,
Togo, Nigeria e Camerun, devono percorrere migliaia di chilometri
attraverso i deserti del Tenerè e del Sahara. Una marcia a
tappe che può durare settimane o mesi prima di giungere al confine con
la Libia, un continuo calvario di spostamenti e attese inumane
aggravato dalle angherie, dalle violenze e le tangenti imposte
pretestuosamente dalla polizia e dai militari di servizio nei posti di
controllo sorti lungo il percorso. Spesso i viaggi si
concludono tragicamente ancor prima di giungere al mare, molte persone
taglieggiate non son più in grado di pagarsi il traghettamento o non
reggono la fatica, molte altre ancora sono scomparse tra le dune a
seguito di guasti meccanici; chi arriva in Italia molto spesso descrive
il tratto nel deserto come il momento più pericoloso del viaggio. Il traffico
di clandestini verso l’Italia è dunque diventato
un ottimo affare sia per le forze armate del Niger che per i reparti
libici sul confine meridionale.
Perchè la Libia? La
recente consacrazione della Libia come paese ponte per eccellenza verso
le coste italiane è una conseguenza della progressiva chiusura delle
altre rotte mediterranee, come quelle che passavano per la Turchia, il
canale di Suez o lo stretto di Gibilterra. La Tunisia ad
esempio un tempo era un centro di transito molto praticato per tentare
la traversata verso Lampedusa, ma il flusso che partiva dalle coste
tunisine è stato quasi compleamente interrotto a seguito
dell’Accordo di Riammissione tra Italia e Tunisia
stipulato nell’estate del 1998. In un recente Studio sulle dinamiche degli sbarchi
clandestini in
Italia, pubblicato dal Cespi si sostiene che a questo
spostamento delle rotte è corrisposto anche un cambiamento nei paesi di
provenienza. Nei centri di raccolta dei migranti dei porti
libici, ai magrebini si sono progressivamente aggiunti nuovi gruppi
etnici provenienti dalle aree di crisi, come il Sudan, l’Iraq, la
Palestina, la Sierra Leone, il Corno D’Africa e la Liberia. La considerazione
più rilevante che si può trarre da questo
spaccato è che in tutta la massa dei rifugiati la percentuale dei
cittadini libici è ininfluente, e ciò fa della Libia soprattutto un
paese di scalo. Fonti investigative rivelano infatti che attualmente la
maggioranza delle organizzazioni che praticano il traffico di
clandestini hanno sede in Libia e possono contare sulla partecipazione
di elementi tunisini, sudanesi ed egiziani.
Il giorno seguente all’arrivo dell’ultimo carico di
clandestini, le autorità libiche hanno comunicato alle
ambasciate di 26 paesi africani la propria intenzione di combattere il
fenomeno dell'immigrazione clandestina, specialmente verso l'Italia. Il viceministro
della sicurezza nazionale Salah Rajab ha
dichiarato che il suo paese ha già preso le misure necessarie per
"Espellere tutti i migranti illegali in coordinamento con le nazioni da
cui essi provengono". Rajab ha spiegato che l’imponente
flusso di profughi che attraversano il territorio libico prima di
imbarcarsi verso le coste europee, è un fenomeno "Pregiudizievole per
gli interessi del paese e la sua sicurezza. Rende disagevoli le
relazioni di Tripoli con i paesi europei". L'ambasciatore libico in
Italia Abdulati Ibrahim Alobidi, in una intervista rilasciata alla tv
La7, ha approfittato dell'occasione per dichiarare che "Affinchè la
Libia possa combattere efficacemente l'immigrazione clandestina,
bloccando le migliaia di persone che ogni giorno tentano di imbarcarsi
dalle proprie coste, e' necessario che si ponga fine all'embargo sul
paese".
Le stime di
Pisanu A fine luglio il ministro dell'Interno
italiano Pisanu avvertiva della presenza di ben 2 milioni di rifugiati
in attesa di imbarcarsi dalle coste libiche su qualsiasi carretta del
mare. Al riguardo, l'ambasciatore Alobidi ha commentato di
non essere stupito dall'imponenza della cifra, aggiungendo che "La
Libia ha 4mila Km di frontiere nel deserto e oltre 2mila di costa" e ne
ha approfittato per sottolineare che "Con l'Italia la collaborazione
sta andando bene. Ma anche l'Europa deve intervenire, perche'
c'e' l'embargo su alcuni dei mezzi di cui abbiamo bisogno per
affrontare il problema: elicotteri per controllare i confini e mezzi di
avvistamento notturni. Devono togliere l'embargo su questi mezzi". Va detto infine,
che le cifre fornite dal ministro
dell’Interno Pisanu e confermate indirettamente dall’ambasciatore
libico oltre ad avere allarmato l’opinione pubblica, hanno anche
sollevato molte perplessità. Ad esempio, in un articolo
intitolato La Volpe del Deserto e i 2 milioni di clandestini
in Libia verso l’Italia, pubblicato su www.lavoce.info i
numeri vengono analizzati nel contesto generale delle rotte migratorie
e ridimensionati in un intervallo tra le 270 e i 690 mila persone.