11/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Li vediamo arrivare stremati, su imbarcazioni improponibili
I viaggi, senza la speranza Toccano terra accompagnati da uomini in divisa e soccorsi medici. Vengono portati nei Centri di Permenenza Temporanea e scompaiono dalla nostra vista per poi riapparire di nuovo e di nuovo, in marcia. Come se i continui naufragi e le espulsioni all’italiana non fossero un monito sufficiente, come se in questi fatali “viaggi della speranza” ci fosse davvero qualcosa in cui sperare.
 
La drammatica traversata per molti di loro non è stata la parte peggiore del viaggio, è stato solo l’epilogo e con ogni probabilità l’Italia non ripagherà le loro speranze concedendo asilo. Solo una tregua vigilata prima di ripartire. Spesso accade che le storie di quelle persone siano autentiche tragedie serializzate, così ridondanti di soprusi e sofferenze paradossali, così crudelmente appiattite dalla somiglianza dei volti e delle vicende da risultare in-credibili e infine lasciarci indifferenti.
 
Voci “E’ stato terribile vedere tutti quei morti, ma c’erano i vivi e dovevamo fare spazio", “Non avevamo nulla da mangiare ed eravamo costretti a bere la nostra urina”, “Voglio rimanere in Italia e voglio lavorare, qualsiasi lavoro è buono”, “Mio padre e mia madre sono morti a causa della guerra”, "Ho lasciato la Liberia e mia sorella per trovare la pace”, “Abbiamo dovuto gettare nostro figlio in mare, per lui non c’era nulla da fare, era morto per il freddo e la sete”, “Eravamo stanchi, la nostra imbarcazione era in balia delle onde con il motore rotto, avevamo esaurito l’acqua e il poco cibo che gli organizzatori libici ci avevano dato", “Eravamo in cento, ho visto morire trenta persone”.
 
Omissione di soccorso Le testimonianze che riporto sono state raccolte tra i superstiti del gruppo recuperato domenica al largo delle coste siciliane, hanno permesso l’identificazione dei due scafisti che sono stati trasferiti nel carcere di Siracusa con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sono state utili alla ricostruzione del tragico viaggio, partito dalla Libia dieci giorni prima. Un particolare inedito è però emerso dai racconti: pare che l’imbarcazione dei clandestini, nei giorni successivi alla partenza dal porticciolo libico di Zulied – vicino ad al-Zuwarah -, abbia incrociato almeno sette o otto navi che non hanno prestato loro soccorso: “Quelle navi – hanno raccontato - ci hanno sicuramente visti, erano vicinissimi e non potevano non vedere la nostra barca con 100 persone a bordo. Perchè non ci hanno soccorso?”, e ancora: “Ci hanno visto e se ne sono andati. Abbiamo chiesto aiuto, abbiamo gridato, sventolato magliette e tirato oggetti in mare. Ma loro hanno fatto finta di niente. Se ci avessero dato aiuto forse mio figlio e altri sarebbero ancora vivi”. E’ possibile che tra le ragioni di una così grave omissione di soccorso abbia pesato anche la recente disavventura della nave dell’organizzazione umanitaria Cap Anamur, che dopo avere recuperato un gruppo di clandestini ha dovuto affrontare una serie di problemi giudiziari culminati con l’arresto per due giorni del comandante della nave soccorso tedesca e col sequestro della stessa - tutt’ora trattenuta a porto Empedocle -. Al contrario però, in quest’ultima circostanza, il mercantile Ziederdiep, autore del salvataggio, ha potuto ieri mattina riprendere il mare senza alcuna imputazione di responsabilità. Le organizzazioni umanitarie di Siracusa ieri in una riunione informale nella sede della parrocchia di padre Carlo, avevano deciso di chiedere un incontro con prefettura e rappresentanze politiche per chiedere un rinvio del trasferimento forzato degli 11 clandestini ricoverati, tra cui 2 donne, dall’ospedale Umberto I di Siracusa verso il Centro di Permanenza Temporanea Pian del Lago di Caltanissetta - dove già si trovano gli altri 56 superstiti della sciagura -. L’incontro era previsto in giornata ma la questura ha deciso di non tenere conto delle richieste pervenute e di procedere ieri stesso con il trsferimento dei clandestini a Caltanissetta, con l‘eccezione delle due donne le cui condizioni di salute non sono ancora ottimali, ma che verranno spostate domani. Gli estensori dell’appello hanno fatto sapere che presso il CPT di Caltanissetta è in corso un presidio di solidarietà organizzato da alcuni attivisti che premono affichè degli avvocati possano accedere alla struttura e prendere contatto con i clandestini in modo da poter raccogliere le richieste di asilo.
 
Percorsi continentali Prima di raggiungere le coste libiche i migranti che partono da Senegal, Mali, Sierra Leone, Liberia, Costa d’Avorio, Ghana, Benin, Togo, Nigeria e Camerun, devono percorrere migliaia di chilometri attraverso i deserti del Tenerè e del Sahara. Una marcia a tappe che può durare settimane o mesi prima di giungere al confine con la Libia, un continuo calvario di spostamenti e attese inumane aggravato dalle angherie, dalle violenze e le tangenti imposte pretestuosamente dalla polizia e dai militari di servizio nei posti di controllo sorti lungo il percorso. Spesso i viaggi si concludono tragicamente ancor prima di giungere al mare, molte persone taglieggiate non son più in grado di pagarsi il traghettamento o non reggono la fatica, molte altre ancora sono scomparse tra le dune a seguito di guasti meccanici; chi arriva in Italia molto spesso descrive il tratto nel deserto come il momento più pericoloso del viaggio. Il traffico di clandestini verso l’Italia è dunque diventato un ottimo affare sia per le forze armate del Niger che per i reparti libici sul confine meridionale.
 
Perchè la Libia? La recente consacrazione della Libia come paese ponte per eccellenza verso le coste italiane è una conseguenza della progressiva chiusura delle altre rotte mediterranee, come quelle che passavano per la Turchia, il canale di Suez o lo stretto di Gibilterra. La Tunisia ad esempio un tempo era un centro di transito molto praticato per tentare la traversata verso Lampedusa, ma il flusso che partiva dalle coste tunisine è stato quasi compleamente interrotto a seguito dell’Accordo di Riammissione tra Italia e Tunisia stipulato nell’estate del 1998. In un recente Studio sulle dinamiche degli sbarchi clandestini in Italia, pubblicato dal Cespi si sostiene che a questo spostamento delle rotte è corrisposto anche un cambiamento nei paesi di provenienza. Nei centri di raccolta dei migranti dei porti libici, ai magrebini si sono progressivamente aggiunti nuovi gruppi etnici provenienti dalle aree di crisi, come il Sudan, l’Iraq, la Palestina, la Sierra Leone, il Corno D’Africa e la Liberia. La considerazione più rilevante che si può trarre da questo spaccato è che in tutta la massa dei rifugiati la percentuale dei cittadini libici è ininfluente, e ciò fa della Libia soprattutto un paese di scalo. Fonti investigative rivelano infatti che attualmente la maggioranza delle organizzazioni che praticano il traffico di clandestini hanno sede in Libia e possono contare sulla partecipazione di elementi tunisini, sudanesi ed egiziani.
 
Il giorno seguente all’arrivo dell’ultimo carico di clandestini, le autorità libiche hanno comunicato alle ambasciate di 26 paesi africani la propria intenzione di combattere il fenomeno dell'immigrazione clandestina, specialmente verso l'Italia. Il viceministro della sicurezza nazionale Salah Rajab ha dichiarato che il suo paese ha già preso le misure necessarie per "Espellere tutti i migranti illegali in coordinamento con le nazioni da cui essi provengono". Rajab ha spiegato che l’imponente flusso di profughi che attraversano il territorio libico prima di imbarcarsi verso le coste europee, è un fenomeno "Pregiudizievole per gli interessi del paese e la sua sicurezza. Rende disagevoli le relazioni di Tripoli con i paesi europei". L'ambasciatore libico in Italia Abdulati Ibrahim Alobidi, in una intervista rilasciata alla tv La7, ha approfittato dell'occasione per dichiarare che "Affinchè la Libia possa combattere efficacemente l'immigrazione clandestina, bloccando le migliaia di persone che ogni giorno tentano di imbarcarsi dalle proprie coste, e' necessario che si ponga fine all'embargo sul paese".
 
Le stime di Pisanu A fine luglio il ministro dell'Interno italiano Pisanu avvertiva della presenza di ben 2 milioni di rifugiati in attesa di imbarcarsi dalle coste libiche su qualsiasi carretta del mare. Al riguardo, l'ambasciatore Alobidi ha commentato di non essere stupito dall'imponenza della cifra, aggiungendo che "La Libia ha 4mila Km di frontiere nel deserto e oltre 2mila di costa" e ne ha approfittato per sottolineare che "Con l'Italia la collaborazione sta andando bene. Ma anche l'Europa deve intervenire, perche' c'e' l'embargo su alcuni dei mezzi di cui abbiamo bisogno per affrontare il problema: elicotteri per controllare i confini e mezzi di avvistamento notturni. Devono togliere l'embargo su questi mezzi". Va detto infine, che le cifre fornite dal ministro dell’Interno Pisanu e confermate indirettamente dall’ambasciatore libico oltre ad avere allarmato l’opinione pubblica, hanno anche sollevato molte perplessità. Ad esempio, in un articolo intitolato La Volpe del Deserto e i 2 milioni di clandestini in Libia verso l’Italia, pubblicato su www.lavoce.info i numeri vengono analizzati nel contesto generale delle rotte migratorie e ridimensionati in un intervallo tra le 270 e i 690 mila persone.
 
Naoki Tomasini
Categoria: Profughi, Migranti
Luogo: Libia