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Scritto per noi da
Marco Todarello
Stretta tra le montagne rosse del Sinai e il mar Rosso, Sharm el Sheik ha guardato da lontano la rivolta del 25 gennaio. Nella località di mare tra le più quotate dal turismo occidentale non ci sono stati disordini, né scontri, e l'esercito non si è visto se non per una rapida ispezione. Erano dunque infondate le voci circolate nei giorni dell'emergenza, e oggi la mutata situazione politica è marcata solo dai check point presenti sulle due strade principali, quella diretta al Cairo e l'altra, in direzione di Taba, vicino al confine con Israele.
Con gli alberghi semivuoti e molte attività commerciali chiuse, oggi l'unica grande preoccupazione degli amministratori locali e degli imprenditori è la ripresa del turismo, vero motore dell'economia locale segnato nell'ultimo mese da fortissime perdite. «8 milioni di dollari in meno, solo nella nostra struttura», assicura Ernesto Preatoni, proprietario del resort Coral Bay e tra i primi imprenditori stranieri a investire nel turismo a Sharm. I posti di lavoro in ballo sono 20mila, e a osservare la società locale si può intuire perché le idee della rivoluzione non avrebbero trovato terreno fertile.
A Sharm non ci sono gli studenti, i giovani che hanno chiesto il cambiamento trovandosi su facebook, ma nemmeno gli intellettuali, gli operai scontenti e i cittadini vessati dai disservizi e dalla corruzione degli apparati dello Stato.
Qui, negli ultimi quindici anni, migliaia di lavoratori sono giunti da ogni parte d'Egitto per trovare nel turismo la tranquillità economica e concrete possibilità di sviluppo. Un cameriere guadagna in media un salario di 275 dollari, il 20% in più del Cairo e quasi il doppio rispetto ai lavoratori di altri settori.
La mano d'opera è soprattutto maschile, gli uomini trascorrono qui i mesi dell'alta stagione per poi tornare dalle famiglie. «Le donne egiziane lavorano nei suk - spiega la guida turistica Ismad Alem - qui per loro non c'è molto da fare. Anche se ultimamente la situazione sta cambiando, molte donne decidono di raggiungere i mariti portando con loro i bambini». E in giro si vedono sempre più chador.
Interessi personali dei lavoratori, ma anche interessi economici e politici di chi amministra e di chi investe, che insieme fanno scudo se gli si chiede di che colore sarà il futuro. «In 27 governatorati ci sono stati disordini e proteste - spiega il governatore della regione del Sinai del Sud Mohammed Abdel Fadil Shosha - solo qui a Sharm el Sheik non è successo nulla e niente cambierà, né per quanto riguarda la sicurezza e né dal punto di vista politico».
«Qualunque sistema politico arriverà dopo questo - aggiunge Preatoni, che nel mondo dell'industria turistica italiana è considerato "l'inventore di Sharm" - non potrà non continuare a sfruttare questa miniera d'oro, che è il sole, il mare e la vicinanza all'Europa, che ha prodotto ricchezza e decine di migliaia di posti di lavoro».
Un'asse, quello tra la politica e il capitale, rinsaldato anche dai contributi elargiti dal ministero del lavoro per il pagamento degli stipendi degli egiziani impiegati negli alberghi, rivolti a sostenere le imprese in questo periodo di assenza di turisti. «Un aiuto significativo», lo ha definito il governatore Shosha durante la conferenza stampa, organizzata per rilanciare il turismo locale in occasione del primo volo italiano atterrato a Sharm dopo la revoca del blocco della Farnesina.
Con il sole caldo di febbraio che batte sulle strade semideserte, anche gli italiani residenti sembrano non avere altre preoccupazioni. «L'unico vero effetto della rivolta a Sharm è stato che è mancata la benzina per una settimana - racconta Matteo Beghelli, da dodici anni proprietario di un ristorante a Nama bay - ma per il resto non è successo nulla. Qui la gente sta bene, vive meglio di tutti gli altri lavoratori nel Paese e sono quasi inesistenti le situazioni di conflitto. Ora è tempo di ripartire, e abbiamo bisogno che la gente ritorni».