02/03/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



La guerra è un'opzione ma non la più probabile. Per Washington, la crisi libica è un test importante. Germano Dottori spiega perché

La Gran Bretagna preme per un intervento armato contro il regime libico, la Francia dice si ma solo sotto l'ombrello delle Nazioni Unite, gli Usa invece muovono la propria flotta nel Mar Rosso. L'agonia del regno di Muammar Gheddafi apre la porta a diversi scenari, anche quello di un conflitto armato. Ma ogni guerra comporta una ridistribuzione delle risorse e soprattutto del potere geopolitico. Peacereporter ha sentito Germano Dottori, docente di Studi Strategici alla Luiss di Roma. Con lui ha cercato di capire quanto l'opzione bellica sia probabile e soprattutto quali siano le implicazioni geopolitiche della crisi libica.

Cosa sta succedendo in Libia?

L'idea che mi sono fatto, è che Gheddafi da tempo abbia capito che non riuscirà a recuperare il coltrollo sulla Libia e che stia combattendo essenzialmente per negoziare e l'obiettivo del negoziato non è tanto la sua sopravvivenza politica. Io credo che lui andrà via, in un modo o nell'altro. Probabilmente sta cercando di conservare un ruolo per il suo clan.

Un intervento militare è plausibile? E con che tempi?

Ma, dipende da che cosa si vuole ottenere con un intervento militare, questo aspetto è essenziale. Se si tratta semplicemente di impedire alla flotta aerea di cui ancora dispone il regime di alzarsi in volo oppure a Gheddafi di portare a Tripoli mercenari che lo difendano, questo è un conto e a mio avviso può essere fatto ed anche piuttosto facilmente. Altra è l'idea di andare a terra, magari con un grosso contingente, per interporsi tra le parti in lotta ed entrare nel bel mezzo della guerra civile libica. Una cosa, secondo me, da evitare assolutamente perché avrebbe come conseguenza una sollevazione generale e comunque la trasformazione della Libia in un mezzo incubo, stile Afghanistan o Somalia. Ultima ipotesi in cui potrebbe aver senso un intervento militare, è se a un certo punto si avesse la sensazione che le infrastrutture energetiche della Libia sono a rischio. A quel punto si procederebbe con un intervento limitato per mettere in sicurezza le piattaforme dei pozzi, gasdotti e pipeline ma è una cosa diversa. Quello che secondo me non è assolutamente fattibile è un intervento terrestre massiccio per ristabilire l'ordine. Io credo sia molto meglio lasciare che i fatti facciano il loro corso e che a un certo punto i libici trovino un loro equilibrio.

Lei, alla luce delle informazioni di cui dispone, crede all'ipotesi di un intervento militare?

No, sono piuttosto scettico a riguardo. Credo che difficilmente si andrà al di là dell'intervento militare già in corso, perché da quello che si sa c'è un certo numero di commando, agenti speciali e uomini dell'intelligence provenienti da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna e che stanno lavorando molto nelle zone "!iberate" e che sono indipendenti rispetto al potere centrale di Tripoli. La cosa più probabile secondo me è la continuazione di un intervento militare in questi termini. Se non bastasse a convincere Gheddafi ad andarsene o ad accettare un compromesso al ribasso rispetto alle sue attuali pretese, allora si potrebbe pensare di mettergli a terra l'aereonautica ma è difficile che si vada oltre. La diplomazia internazionale si agita, che perché gli interessi sono diversi e intanto spera che la situazione si risolva da sola.

Interessi contrastanti: quali e di chi?

Non è un mistero per nessuno che negli ultimi 40 anni, Gran Bretagna e Stati Uniti abbiano perso buona parte dell'influenza che esercitavano sulla Libia e che questo spazio sia stato occupato prima dall'Italia, poi da un insieme di altri Paesi. Se noi andiamo a vedere la geografia degli esfiltrati nelle ultime due settimane, troviamo delle cifre sorprendenti. Scopriamo, ad esempio, che c'erano 25 mila turchi, 20 mila cinesi e altrettanti indiani e molti molti meno anglosassoni. Ora, è chiaro che inglesi e americani sono ben contenti di vedere modificata questa situazione di perdita di influenza, mentre invece gli altri hanno una visione diversa. Non parliamo poi degli interessi di cinesi e russi: per Mosca e Pechino c'è il timore che qualcuno, in patria, possa avere l'idea di imitare il meccanismo insurrezionale messo in moto non tanto in Libia, quanto in Egitto e Tunisia. Il presidente Medvedev la settimana scorsa, a Vladikavkaz, l'ha detto senza mezzi termini che teme di veder replicato questo meccanismo nella zona più calda della Federazione russa, il Caucaso. Più la situazione in Libia resta problematica, tanto meglio è per i russi e per i cinesi. Gli americani, invece, hanno tutto da guadagnare da un successo dell'insurrezione. 

Torniamo agli agenti già presenti in Libia.

Mi riferivo a quanto rivelato il 25 febbraio da Debka Files, secondo cui dalla nave Cumberland sarebbero scese delle forze speciali britanniche, americane e francesi che hanno due scopi: aiutare gli insorti cirenaici a mettere in piedi una sorta di autogoverno - e infatti in un paio di giorni abbiamo visto la nascita di una sorta di governo provvisorio delle zone liberate - e, per quello che si può, fare di tutte le milizie tribali che si stanno organizzando uno strumento militare più efficace. D'altro canto, le armi le hanno, anche se gli organi di informazione non fanno vedere nulla di quello che capita e questa è una storia che andrebbe approfondita, perché noi abbiamo una visione distorta. Non si spiega che il regime di Gheddafi usi armi pesanti contro la folla e ciononostante gli insorti liberino una dietro l'altra le città. A mio avviso, questo significa che non sparano solo le truppe del regime o i miliziani, ma sparano, e sparano tanto, anche gli altri. Qualche giorno fa, un'organizzazione umanitaria ha rivelato che a subire violenze sono soprattutto i migranti africani che vengono scambiati per mercenari e uccisi sul posto eppure noi non abbiamo visto nulla del genere. Anche perché gli insorti hanno il controllo dell'infosfera e chiaramente non mostrano le loro vittime. Questo contribuisce a diffondere l'immagine di un conflitto a senso unico, sicuramente irrealistica.

Come opzione menzionava quella di mettere a terra l'aeronautica libica: significa distruggere gli aerei prima che decollino?

Non necessariamente. Significa creare le condizioni per cui i libici non possano più volare. Basta distruggere i radar, creare danni alle infrastrutture aereoportuali e non ci vuole molto, considerando le dimensioni ridotte della flotta di Tripoli. Sempre che si decida di procedere in tal senso; ma io non credo sia necessario. Penso che si arriverà ad un accordo per cui a Gheddafi verrà offerto un salvacondotto, sarà garantito alla sua tribù di difendere i propri interessi partecipando al nuovo governo e alla divisione delle rendite petrolifere e si formerà un governo di coalizione in cui tutti siano rappresentati.  

Una no fly zone può essere imposta e con quali tempi?

In tempi brevi, se c'è la volontà politica e soprattutto se lo vogliono gli americani. A me pare, invece, che Washington esiti e lo faccia con una buona ragione: gli americani si sono accorti che ottengono più risultati con il soft power che con l'hard power. Se intervengono militarmente, si fanno dei nemici, se stanno lì a guardare, ottengono che il mondo si trasformi in un modo conforme ai loro interessi. A me pare che Obama, come si dice in gergo, abbia trovato la chiave dell'orto.

Detto più semplicemente?

Agli americani basta lasciar fare al loro modello, che funga da attrazione, e permettere all'idea dell'autogoverno dal basso di farsi strada, perché ciò che loro vogliono è che il ribaltamento di certi regimi autoritari giunga come un frutto maturo. Non dobbiamo più pensare che gli Stati Uniti abbiano interesse nel preservare l'ordine che abbiamo conosciuto in Nord Africa o in Medio Oriente, un ordine tutto centrato sulle esigenze di sicurezza di Israele. Gli americani stanno andando oltre questo modello, sono interessati alla grande partita per il potere globale, gli equilibri con la Cina e con la Russia, il futuro dell'Europa e in tutto questo che Israele debba pensare da solo alla propria sicurezza interessa molto meno. E questo, detto tra noi, spiega perché il sito Debka File sia insolitamente empatico nei confronti del regime di Gheddafi. 

Allora crede che l'indiscrezione fornita ad Al Jazeera da un giornalista israeliano, secondo la quale dietro l'afflusso di mercenari in difesa di Gheddafi ci sia un piano di Israele, possa essere fondata?

Non ne sapevo nulla ma secondo me è assolutamente fondata e non mi stupisce per niente. Guardi, gli israeliani sono neri con gli Stati Uniti. Avevano raccomandato a Obama di difendere a oltranza Mubarak e quando il presidente egiziano è stato mollato, hanno capito che dovevano far da soli. Io credo che quanto sta accadendo adesso sia quello che gli anglosassoni chiamano il defining moment della presidenza Obama, quello in cui si definisce cosa Obama vuole essere davvero, quello in cui per la prima volta il presidente decide passando sopra il Dipartimento di Stato e fa un atto di leadership.

Un'ultima domanda: lei parlava di soft power, a proposito dei mezzi con cui gli Usa potrebbero condizionare la transizione libica. Ma in questo modo come possono garantirsi da una deriva fondamentalista?
Non si garantiscono affatto, l'accettano, sperando che nel frattempo emergano elementi che facciano assomigliare l'islamismo politico più all'Akp del premier turco Erdogan che non ad Hams o Hezbollah. E' una scommessa quella che fanno, fermo restando che per loro è meglio avere gli islamisti al potere e un certo grado di instabilità alle frontiere dell'Europa che avere il tipo di ordine che ha prodotto l'11 settembre. Questa è l'analisi che secondo me stanno facendo a Washington in questo momento.

Magari finanziando gli elementi più affidabili.
Non è necessario. Credo che confidino molto nella capacità di attrazione di queste elite che hanno utilizzato Facebook, Twitter e gli altri social network.

Alberto Tundo

 

 

 

 

Categoria: Guerra, Politica, Popoli, Armi
Luogo: Libia