01/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La realtà di un Paese dove il terrorismo non è ancora sconfitto
scritto per noi da
Liams
 
Abdelaziz BouteflikaCome vanno le cose in Algeria? Vanno bene. Punto e basta. Provate a sfogliare quelli che si definiscono i maggiori organi d'informazione italiana, oppure fate un pò di zapping da una rete all'altra della televisione: sull'Algeria, quel bellissimo Paese dell'Africa settentrionale dove sono nato, non troverete assolutamente nulla.
 
O meglio, vi troverete tutt'al più le affermazioni retoriche e rassicuranti di Abdelaziz Bouteflika, recentemente rieletto alle presidenziali con l'83, 49 per cento dei voti.
 
"Oggi, nessuno minaccia nè esercita la la propria forza sullo Stato repubblicano e il suo potere", ha dichiarato in una recente intervista al quotidiano algerino L'Echo d'Oran, tentando così di tranquillizzare la comunità internazionale sulla reale situazione del Paese.
 
Un Paese che, a 40 anni dalla dichiarazione d'indipendenza, ha in realtà una situazione ancora tremendamente ingarbugliata e fa fatica a trovare un proprio equilibrio.
 
"A dispetto delle profonde trasformazioni socioeconomiche...la transizione alla democrazia riaffermata con la nuova fase di Abdelaziz Bouteflika fa fatica ad avanzare", si legge sul settimanale Nigrizia, che denuncia come "dopo gli anni intensi del terrorismo...e malgrado un'amnistia per i terroristi che rinunciano alle armi, il terrorismo residuale non è ancora sconfitto".
 
Dichiarazioni confermate da un altro giornale, Jeune Afrique/l'Intelligent, che nel suo numero di dicembre 2003 scrive: "(ad Algeri) il processo elettorale è stato interrotto quando il Fronte di Liberazione Islamica (FIS) ha rastrellato, nel dicembre del 1991, la maggioranza dei seggi dell'Assemblea nazionale del primo turno. Le violenze che si susseguiranno faranno qualcosa come 150mila morti in dodici anni. In questi ultimi tempi, anche se il numero delle vittime si è notevolmente ridotto, si continuano a registrare regolarmente atti terroristici. Un altro grave fenomeno è quello della criminalità e del grande banditismo. molti cadaveri sono stati rinvenuti orribilmente mutilati e talvolta nell'impossibilità di venire identificati. Secondo la polizia, qualcosa come 150 cadaveri sono stati scoperti dall'inizio dell'anno nella sola zona di Algeri".
 
Nessuno o quasi si preoccupa per queste notizie, a parte alcune realtà come il manifesto che a proposito della realtà algerina scrive: "nel silenzio assordante della comunità internazionale continuano a venire uccisi in media 100 civili al mese", e cita a questo proposito un rapporto di Amnesty International del settembre scorso che denuncia che "nessuna indagine completa, indipendente e imparziale è stata avviata sugli abusi di massa dei diritti umani compiuti dal 1992...".
 
Una coltre di silenzio copre la vera realtà dell'algeria di oggi, un silenzio voluto naturalmente. "Il 19 gennaio 2004 avviene un'esplosione in algeria che causa 27 morti e più di 70 feriti ad una stazione di un oleodotto", ha ricordato Piergiorgio Mora, uno dei relatori dell'incontro Algeria, una guerra dimenticata, organizzato dalla Casa per la Pace, raccontando come "le foto fatte circolare non mostrano alcuno di questi morti, solo bidoni deformi, impalcature piegate dell'impianto. Mentre un comunicato ANSA informa che non ci sono problemi nè per l'approvvigionamento di gas dell'Italia nè per gli impianti Eni in Algeria. Nessun cenno alle vittime, ma tutte queste guerre coperte da questo tipo di stampa non sono guerre dimenticate?" Ovviamente mi sono trovato completamente d'accordo con lui.
 
Così come è completamente dimenticata la drammatica realtà della popolazione berbera. "I berberi che sono i discendenti della popolazione autoctona presente in Algeria al tempo dei Romani e che costituiscono una minoranza consistente, spezzettata in diverse comunità di cui la più grande è la Cabilia, hanno avuto una sorte diversa dagli altri algerini", ha spiegato durante lo stesso incontro il professor Luca Alberti, studioso dell'Islam, "dopo la decolonizzazione, il governo algerino ha importato dall'Egitto insegnanti arabi, ha spinto in tutte le scuole l'insegnamento dell'arabo e lo ha imposto anche ai berberi, negando la loro identità".
 
A tutto questo si aggiungono la serie di problemi che, oltre a quello della sicurezza, pesano sull'algeria e che le impediscono di andare avanti: la crescita economica ancora in panne, l'inadeguatezza del sistema educativo, l'assurdità del Codice di famiglia ispirato alla legge islamica (la sharia) che ancora sottomette la donna alla volontà dell'uomo e, infine, la mancanza di lavoro e la disoccupazione al 30 per cento.
 
Come ha scritto recentemente Jeune Afrique/l'Intelligent, "ogni anno, le università riversano sulle strade migliaia di giovani diplomati, che nella maggior parte dei casi, si ritrovano senza un impiego".
 
"Ciascuno se la cava come può", dice uno di questi, "ingegneri, medici e aspiranti dirigenti finiscono così per diventare venditori ambulanti oppure degli  hitistes (quelli che tengono il muro), come vengono chiamati nel gergo algerino i giovanotti che se ne stanno tutto il giorno senza fare niente, per l'appunto appoggiati al muro".
Categoria: Guerra
Luogo: Algeria