scritto per noi da
Liams
Come vanno le cose in Algeria? Vanno bene. Punto e
basta. Provate a sfogliare quelli che si definiscono i maggiori organi
d'informazione italiana, oppure fate un pò di zapping da una rete all'altra della
televisione: sull'Algeria, quel
bellissimo Paese dell'Africa settentrionale dove sono nato, non
troverete assolutamente nulla.
O meglio, vi
troverete tutt'al più le affermazioni retoriche e rassicuranti di
Abdelaziz Bouteflika, recentemente rieletto alle presidenziali con
l'83, 49 per cento dei voti.
"Oggi, nessuno
minaccia nè esercita la la propria forza sullo Stato repubblicano e il
suo potere", ha dichiarato in una recente intervista al quotidiano
algerino L'Echo d'Oran, tentando così di
tranquillizzare la comunità internazionale sulla reale situazione del
Paese.
Un Paese che, a 40 anni dalla
dichiarazione d'indipendenza, ha in realtà una situazione ancora
tremendamente ingarbugliata e fa fatica a trovare un proprio
equilibrio.
"A dispetto delle
profonde trasformazioni socioeconomiche...la transizione alla
democrazia riaffermata con la nuova fase di Abdelaziz Bouteflika fa
fatica ad avanzare", si legge sul settimanale Nigrizia, che denuncia come "dopo gli anni intensi del terrorismo...e malgrado
un'amnistia per i terroristi che rinunciano alle armi, il terrorismo
residuale non è ancora sconfitto".
Dichiarazioni confermate da un altro giornale, Jeune Afrique/l'Intelligent, che
nel suo numero di
dicembre 2003 scrive: "(ad Algeri) il processo elettorale è stato
interrotto quando il Fronte di Liberazione
Islamica (FIS) ha rastrellato, nel dicembre del 1991, la
maggioranza dei seggi dell'Assemblea nazionale del primo turno. Le
violenze che si susseguiranno faranno qualcosa come 150mila morti in
dodici anni. In questi ultimi tempi, anche se il numero delle vittime
si è notevolmente ridotto, si continuano a registrare regolarmente atti
terroristici. Un altro grave fenomeno è quello della criminalità e del
grande banditismo. molti cadaveri sono stati rinvenuti orribilmente
mutilati e talvolta nell'impossibilità di venire identificati. Secondo
la polizia, qualcosa come 150 cadaveri sono stati scoperti dall'inizio
dell'anno nella sola zona di Algeri".
Nessuno o quasi si preoccupa per queste notizie, a parte
alcune realtà come il
manifesto che a
proposito della realtà algerina scrive: "nel silenzio assordante della
comunità internazionale continuano a venire uccisi in media 100 civili
al mese", e cita a questo proposito un rapporto di Amnesty
International del settembre scorso che denuncia
che "nessuna indagine completa, indipendente e imparziale è stata
avviata sugli abusi di massa dei diritti umani compiuti dal
1992...".
Una coltre di silenzio copre la
vera realtà dell'algeria di oggi, un silenzio voluto naturalmente. "Il
19 gennaio 2004 avviene un'esplosione in algeria che causa 27 morti e
più di 70 feriti ad una stazione di un oleodotto", ha ricordato
Piergiorgio Mora, uno dei relatori dell'incontro Algeria,
una guerra dimenticata, organizzato dalla Casa per la Pace, raccontando come "le foto fatte
circolare non mostrano alcuno di questi morti, solo bidoni deformi,
impalcature piegate dell'impianto. Mentre un comunicato ANSA informa
che non ci sono problemi nè per l'approvvigionamento di gas dell'Italia
nè per gli impianti Eni in Algeria. Nessun cenno alle vittime, ma tutte
queste guerre coperte da questo tipo di stampa non sono guerre
dimenticate?" Ovviamente mi sono trovato completamente
d'accordo con lui.
Così come è completamente dimenticata la drammatica realtà
della popolazione berbera. "I berberi che sono i discendenti
della popolazione autoctona presente in Algeria al tempo dei Romani e
che costituiscono una minoranza consistente, spezzettata in diverse
comunità di cui la più grande è la Cabilia, hanno avuto una sorte
diversa dagli altri algerini", ha spiegato durante lo stesso incontro
il professor Luca Alberti, studioso dell'Islam, "dopo la
decolonizzazione, il governo algerino ha importato dall'Egitto
insegnanti arabi, ha spinto in tutte le scuole l'insegnamento
dell'arabo e lo ha imposto anche ai berberi, negando la loro
identità".
A tutto questo si aggiungono la
serie di problemi che, oltre a quello della sicurezza, pesano
sull'algeria e che le impediscono di andare avanti: la crescita
economica ancora in panne, l'inadeguatezza del sistema educativo,
l'assurdità del Codice di famiglia ispirato alla legge islamica
(la sharia) che ancora sottomette la donna alla
volontà dell'uomo e, infine, la mancanza di lavoro e la disoccupazione
al 30 per cento.
Come ha scritto
recentemente Jeune Afrique/l'Intelligent, "ogni
anno, le università riversano sulle strade migliaia di giovani
diplomati, che nella maggior parte dei casi, si ritrovano senza un
impiego".
"Ciascuno se la cava come può",
dice uno di questi, "ingegneri, medici e aspiranti dirigenti
finiscono così per diventare venditori ambulanti oppure degli hitistes (quelli che tengono il muro),
come vengono chiamati nel gergo algerino i giovanotti che se ne stanno
tutto il giorno senza fare niente, per l'appunto appoggiati al
muro".