02/03/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Il problema è anche economico e sociale. La fabbrica del mondo deve inventarsi una crescita sostenibile

La siccità che affligge le regioni settentrionali, mettendo a rischio l'intero raccolto invernale di grano e facendo crescere l'inflazione alimentare, dev'essere stato il definitivo campanello d'allarme: il global warming è una minaccia per la stessa crescita economica della Cina e, quindi, per l'armonia sociale.

Pechino corre ai ripari e cerca di riequilibrare uno sviluppo che, nonostante i progressi della ricerca cinese sulle energie alternative, viaggia ancora soprattutto a carbone. E negli ultimi dieci anni la domanda energetica della Cina è cresciuta del duecentoventi per cento, contro il venti per cento di media nel resto del mondo.

Il premier Wen Jiabao ha così annunciato che nel piano quinquennale 2011-2015 l'obiettivo per l'aumento del Pil è stato abbassato dall'otto al sette per cento annuo.
"Non possiamo assolutamente più sacrificare l'ambiente come costo per la crescita ad alta velocità, per avere sviluppo cieco e creare così eccesso di capacità produttiva premendo sempre più sull'ecosistema e sulle risorse. Quello sviluppo economico è insostenibile."
Gli fa eco il ministro dell'Ambiente Zhou Shengxian che, dal sito del suo dicastero, ha ricordato che "nei millenni di civiltà cinese, il conflitto tra uomo e natura non è mai stato serio come oggi. [...] Riduzione, deterioramento, esaurimento delle risorse e danni ambientali sono diventati strozzature che condizionano lo sviluppo economico e sociale."

Di solito le autorità di Pechino si esprimono con toni molto più sfumati. Accenti così gravi non rivelano panico ma preannunciano piuttosto misure drastiche. Resta da intendere quali.

E' probabile che nell'immediato verranno rivisti i metodi di controllo delle emissioni. Finora la Cina ha privilegiato un approccio "top-down": Pechino decide i limiti alle emissioni e le politiche per implementarli a livello locale. Spesso, questo dà luogo a fenomeni di falsificazione e corruzione per occultare i dati reali. Tuttavia, da tempo si va in direzione di un metodo cap and trade, cioè verso il mercato delle emissioni interno. In tal modo, province che inquinano (e producono) di più compreranno crediti carbonio da altre meno sviluppate, redistribuendo così anche le risorse economiche.

Ma è tutto il modello di crescita cinese che, sul medio-lungo periodo, va rivisto.
Il punto di equilibrio è stato identificato in quel sette per cento annuo che dovrebbe garantire sia il progressivo allargamento del benessere a chi finora ne è stato escluso, sia la sostenibilità. E' una bella scommessa: negli anni passati, ogni tentativo di raffreddare la crescita si è sempre risolto in un nulla di fatto. Le masse cinesi premono troppo per conquistarsi la propria fetta di ricchezza e il potere del Partito comunista si fonda proprio sulla garanzia che ognuno, prima o poi, avrà la sua parte.

Se le manifatture inquinano ma la crescita non può essere rallentata troppo, questa deve allora basarsi meno sulla produzione di merci orientate all'export e più sui servizi.
Qui il problema ambientale e quello sociale si incontrano.
Il modello "fabbrica del mondo" non solo è ormai insostenibile, ma verte sulla diseguaglianza che relega masse di migranti al ruolo di esercito industriale a basso costo.
Oggi, i mingong (unione di nongmin, contadino, e gong, lavoratore) delle campagne hanno conquistato potere contrattuale non solo per l'introduzione della legge sul contratto di lavoro (2008), ma anche per una semplice regola di mercato: c'è tanta richiesta di manodopera e quindi hanno più possibilità di scelta. Si è così diffusa la pratica del kuangli ("dimissioni pazze") con cui i nuovi migranti, giovani, usano licenziarsi all'improvviso per accasarsi dove trovano condizioni migliori.
Prendendo esempio dall'Occidente, i padroni cinesi hanno così introdotto la figura dello stagista. Si tratta soprattutto di giovani istruiti e ambiziosi che, fallito l'esame di ingresso nelle università, ripiegano sulla scuole professionali e finiscono quindi in fabbrica con il meccanismo degli stage. Per loro, la legge sul contratto di lavoro non vale.
Tradire le aspettative di una generazione che sogna consumi all'occidentale e finisce alla catena di montaggio per pochi yuan prefigura scenari maghrebini: rivolte del pane e dei desideri infranti.

La Cina deve riconvertire gradualmente la propria economia e la sua stessa natura come società, evolvendo verso produzioni ad alto valore aggiunto che sappiano al contempo offrire lavoro.
Il tema è soprattutto quello della green technology, dove Pechino sta investendo massicciamente e ha già alcune eccellenze: turbine eoliche e pannelli solari, su tutto. Ma oggi, per fabbricare un pannello solare si consuma più carbone di quanta energia verde lo stesso pannello produca.
Il processo per riconvertire l'economia è lento. La siccità incombe.

Gabriele Battaglia

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