04/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Akila Ouared, presidente della Associazione di difesa delle donne in Algeria
Donne in Algeria“Bouteflika o ‘Boutef’ (come viene ironicamente chiamato) è atteso al varco. Rieletto il 9 aprile con l’83 per cento dei voti, il presidente ora deve dimostrare che la Commissione per la riforma del Codice della Famiglia, istituita nell’ottobre 2003, partorirà davvero una nuova normativa. Che c’è la volontà politica di un cambiamento. Il 52 per cento dei 32 milioni di abitanti dell’Algeria sono donne; e loro si aspettano questo”.
 
Akila Ouared, militante del Fnl (Fronte di liberazione nazionale) dal 1957 fino all’indipendenza raggiunta nel ’62, oggi presidente dell’Associazione di difesa e promozione dei diritti delle donne, è categorica: “Se le nostre aspettative vengono nuovamente disattese, ci saranno forti ripercussioni”. Ecco l’intervista che ci ha rilasciato.
 
A proposito del Codice della Famiglia: il presidente Bouteflika si è impegnato a rivederlo. A questo scopo è stata istituita una Commissione nell'ottobre 2003. Si è trattato da una mossa elettorale, o esiste davvero la volontà di attuare una riforma?  Fino a quando non vedremo qualcosa di concreto, di nero su bianco, non possiamo dire nulla. È vero che è stata istituita una Commissione. Ma il problema è che tuttora questo governo ha un'alleanza con gli islamisti. Quindi temo che i lavori della Commissione non possano andare molto lontano. Forse per quanto riguarda l'abitazione coniugale, la tutela dei figli, per le donne ci sarà qualcosa da guadagnare. Ma si tratterà pur sempre di risultati molto marginali. Non si potrà certo andare in direzione dell'uguaglianza fra i due sessi.
 
In Algeria, le donne sono state all'avanguardia nella lotta per la liberazione del Paese, nella battaglia contro gli islamisti. Per quale ragione sono oggi ancora così marginalizzate? A chi fanno paura? Ci sono ancora molti conservatori, oggi, nel mio Paese. Per cui a una donna non può tuttora essere intestata una proprietà privata; è considerata a tutti gli effetti una minorenne... E il colmo è che l'Algeria è piena di donne-magistrati e di donne che ricoprono incarichi di rilievo. Potenzialmente anche il presidente della Repubblica o il primo ministro potrebbe essere una donna (ci sono già delle ministre, ndr), ma nemmeno queste avranno il controllo sulla loro vita privata. Se fanno paura? Sì, ma solo agli uomini retrogradi. Tutti gli altri sanno che la società di domani non potrà che essere costruita valorizzando l'apporto dei due sessi.
 
Lei ha partecipato alla lotta di liberazione del suo Paese, poi alla battaglia contro gli islamisti. Oggi è presidente dell'Associazione di difesa e promozione dei diritti delle donne, fondata nel 1989. Per che cosa si batte? Sono stata una militante del Fronte di liberazione nazionale (Fnl). Ho partecipato attivamente alla resistenza dal 1957 fino al raggiungimento dell'indipendenza nel 1962. Posso dire di aver preso parte sia alla liberazione che alla costruzione di questo Paese. Mi sono opposta al fascismo che stava per prendere piede. Oggi la nostra battaglia - delle donne della mia epoca, ma anche delle giovanissime - è per la democrazia, l'uguaglianza dei sessi, i diritti dell'uomo che vengono ancora così spesso violati. Lo Stato che vogliamo, è uno che rispetti le differenze di genere fra gli uomini e le donne, ma li ponga sullo stesso piano. Lottiamo per un progetto di società repubblicana, democratica e progressista.
 
Nel caso in cui il presidente non intenda riformare il Codice della Famiglia, che cosa faranno le associazioni aderenti alla Campagna "Vingt ans barakat!" ("Vent'anni sono stati sufficienti!")? Questa Campagna è stata decisa da un collettivo - di cui fa parte anche l'associazione che dirigo - e ha lo scopo di far pressione su questo governo perché il Codice, approvato nel lontano 1984, venga sostanzialmente modificato. Mentre questo testo legislativo sta per compiere vent'anni, le donne algerine sono tuttora relegate nella condizione di minorenni. Le attività sono molte: da quelle di sensibilizzazione attorno all'argomento, al concorso lanciato fra studenti/esse algerine per la realizzazione di un manifesto, agli atelier di scrittura per bambini fra i sette e i 10 anni, e fra i 12 e i 15. È molto importante che questa rivoluzione parta dalle scuole.
 
Bouteflika sarà dunque costretto a riformare il Codice... Penso di sì. Le pressioni di tutta la classe politica, della società civile, delle forze democratiche, ecc. ormai sono tali che il presidente non potrà tirarsi indietro.
 
Per quale ragione sono sempre di più le ragazzine algerine che oggi portano lo hijab, il velo? C'è chi lega questo fatto al terremoto del maggio 2003... Sì, è esattamente così. Prima del terremoto del maggio 2003, molte ragazze che in precedenza avevano portato il velo, andavano in giro a capo scoperto. Dopo il sisma l'hanno rimesso e non se lo sono più tolto. Certo, è una spiegazione non troppo scientifica che abbiamo dato. Ma di sicuro la voce diffusa dagli islamisti che il terremoto fosse una "punizione divina" indirizzata alle donne vestite sempre più all'occidentale, ha avuto i suoi effetti. La gente non s'è chiesta perché questo succede soltanto in Algeria. I terremoti accadono ovunque... anche dove l'islam non viene praticato.
 
Nei momenti più difficili della sua vita, chi l'ha sostenuta? I miei genitori, direi soprattutto mio padre che faceva il sindacalista. E poi l'ambiente stesso: le ingiustizie che venivano perpetrate prima dell'indipendenza dell'Algeria e che ancor oggi avvengono sotto gli occhi di tutti in violazione dello Stato di diritto, della parità fra i sessi. Da lì, ho tratto la forza per continuare la mia lotta.
 
Ha un sogno Mi definisco un’internazionalista. Vorrei che tutti i popoli del pianeta potessero vivere normalmente, realizzare i loro progetti rispettando le differenze all'interno di uno stesso Paese. Vorrei che le mie figlie fossero considerate sullo stesso piano del diritto dei loro fratelli maschi. All'interno di una famiglia questo succede, ma desidererei che anche fuori valessero le stesse regole.
 
L'Algeria ha dovuto far fronte alla minaccia degli islamisti oltre dieci anni fa. Quale consiglio si sentirebbe di dare all'Europa, che oggi si trova in una situazione analoga? In Algeria abbiamo vissuto dieci anni d'inferno. In tutto questo tempo, l'Europa è stata sorda ai nostri appelli e alla nostra mobilitazione. Sono stata in Francia, in Italia; ho tentato di spiegare decine di volte che cosa stava succedendo da noi. E cioè che l'islam veniva – e talvolta ancora viene – strumentalizzato per fini politici da alcuni gruppi; ma l'islam autentico, quello radicato nel mio Paese da centinaia e centinaia di anni, ha sempre praticato la tolleranza. Sono dell'opinione che la religione debba restare qualcosa di individuale, di assolutamente privato. Nessuno deve poter dettare a qualcun altro che cosa fare in questo o quel campo. "Essere per la laicità non significa essere per l'ateismo", come m'è stato spesso rinfacciato. La politica è una cosa e la religione un'altra: nessuna interferenza.
 
Alessandra Garusi
 
Categoria: Diritti, Donne
Luogo: Algeria