Libere di sposarsi e di divorziare. Lo
scorso febbraio il Marocco ha sottoposto al voto del parlamento una
nuova "Moudawana" (codice della famiglia), che pur
nel rispetto dello spirito dell'Islam e della cultura della società
marocchina introduce una serie di norme per una maggior libertà della
donna. Un progresso voluto dal re Mohammed IV, che fin dal suo primo
discorso, nell'agosto 1999, aveva promesso di riformare le norme sulla
condizione femminile: "Come sperare", aveva detto, "di raggiungere la
prosperità e il progresso mentre si calpestano i diritti delle donne,
cioè di metà della società?". Ne parliamo con Aïcha Belarbi,
psico-sociologa, ex ambasciatrice del Regno del Marocco presso l’Unione
Europea ed ex ministra per la Cooperazione internazionale.
Ci può fare un parallelo con la
normativa in vigore negli altri due Paesi del Maghreb, Algeria e
Tunisia? Sì. Il codice tunisino era già molto
modernista, grazie al presidente Bourguiba, dall'indipendenza del Paese
nel 1956. Con, in particolare, il divieto rigoroso della poligamia e
del ripudio, suscettibili d'imprigionamento se la legge viene
trasgredita; e dal 1992, il diritto per le tunisine di dare la loro
nazionalità ad un bambino nato da un padre non tunisino, cosa che prima
era impossibile. In Algeria invece, le donne sono sempre sotto la
tutela di un marito, di un padre o di un fratello; la poligamia e il
ripudio sono assolutamente legali, non possono chiedere il divorzio.
Anche qui qualcosa sta cambiando: lo scorso ottobre, il presidente
Bouteflika ha infatti istituito una commissione che dovrebbe modificare
il codice in vigore dall’84, ma tuttora non si conosce l’esito dei
lavori.
Con la riforma del
codice della famiglia, il Marocco si apre alla modernità. Ma che cosa
c’è dietro l’emanazione di questo testo di legge? Non viene dal nulla. È il punto di arrivo di
alcuni grandi cambiamenti verificatisi negli ultimi tempi in Marocco:
le istituzioni sono state profondamente democratizzate, tanto che è
sorto un ministero dei Diritti dell’Uomo. In altre parole, Mohammed IV
vuole trasformare il Paese in uno Stato di diritto a tutti gli effetti.
Va detto comunque che da molto tempo le donne marocchine lottavano per
questo stesso scopo, chiedendo una maggiore tutela soprattutto
nell’ambito educativo e sanitario.
Quali sono state le tappe essenziali prima di
arrivare alla riforma? Nel 1992
un’associazione femminile aveva chiesto un cambiamento del codice e, a
questo scopo, aveva raccolto un milione di firme. La reazione sia del
re sia dei tradizionalisti musulmani fu forte. Venne allora costituita
una commissione, col compito di rivedere sei articoli. Così cadde un
tabù: il codice della famiglia “poteva” essere modificato. Nel marzo
2000 ci furono due marce contraddittorie a Casablanca e Rabat, in cui
sfilarono separatamente femministe occidentalizzate e altre velate: a
tutti parve allora importante uscire dallo status quo, possibilmente
senza cadere in alcuna trappola. Un’altra commissione fu
dunque creata poco dopo, su iniziativa del sovrano, per studiare varie
proposte. Lavorerà per 30 mesi in collaborazione con alcune Ong, di cui
accoglie i consigli. Il testo definitivo è uno dei primi votati nel
2004 al parlamento, come qualsiasi legge ordinaria, cosa che è un modo
per coinvolgere tutte le componenti della nazione tramite gli eletti. È
la prima volta che si osa affrontare la questione, dissacrandola, cioè
sottoponendola al potere.
Quali sono le sostanziali novità introdotte
del nuovo testo di legge? Per potersi sposare,
le ragazze non dipendono più dall'assenso del padre, del fratello o del
tutore. La famiglia è affidata alla responsabilità condivisa dei due
coniugi, i quali peraltro hanno la possibilità di stipulare un
contratto per gestire su basi egualitarie i beni acquisiti durante il
matrimonio. La donna non deve più obbedienza al marito; può divorziare
se lo desidera, e presentarsi al giudice accompagnata da un avvocato.
Certo, il ripudio (cioè il diritto di separarsi dalla moglie senza
alcuna giustificazione) non è definitivamente abolito; ma è stato reso
quasi impraticabile, ed è comunque inquadrato dalla legge, tanto che
sul piano giudiziario diventa un divorzio.
Anche la poligamia
(contemplata dal Corano) è resa praticamente impossibile, visto che il
coniuge dovrebbe adempiere a condizioni inumane, come ad esempio
ottenere l'accordo della prima moglie, o garantire alle sue consorti
giustizia e uguaglianza affettiva. D'altra parte, la donna ha diritto a
chiedere che l'atto di matrimonio sia stipulato escludendo la
possibilità del ripudio e della poligamia.
Resta l'eredità. La nuova "Moudawana" non ne parla. La questione permane
quindi all'interno dell'ambito religioso… La
donna ha diritto alla metà della quota ereditata dal fratello: una
norma che costituisce un punto sensibile, perché da sempre fa parte
dello spirito e della mentalità musulmana. Né il re, né i membri della
commissione, composta anche da donne, hanno osato modificarla.
Che cosa si
augura? Che il Marocco diventi un modello per
tutto il Maghreb e i Paesi musulmani in via di sviluppo su tutto ciò
che riguarda il diritto delle donne.