Mohammed Mahjoub è stato arrestato in Canada - dove
risiedeva con lo status di rifugiato - da agenti della polizia armati
di mitra. Tutto è cominciato nel giugno del 2000, quattro anni
fa, mentre andava al lavoro con la sua auto. Da quel giorno i figli non
l'hanno più visto, fino all'udienza che si è tenuta nei giorni scorsi
in un tribunale di Toronto sulle rive del Lago Ontario.
Mahjoub ha passato quattro anni nelle prigioni canadesi, di
cui uno in isolamento. Si è ritrovato in carcere senza
imputazioni precise, sospettato di appartenere a gruppi terroristici
islamici, ma senza imputazioni che riguardassero la sicurezza
nazionale. E’ stato incarcerato grazie ad una legge che ha stabilito
che un imputato può anche non conoscere le motivazioni che lo hanno
condotto nelle patrie galere.
“Mi hanno
perquisito, facendomi spogliare e lasciandomi tutto nudo.
Questo è un attacco alla mia persona. Ma non avevo scelta, se mi fossi
rifiutato mi avrebbero picchiato. Io sono dalla parte della pace. Non
ho mai fatto nulla che riguardasse attività terroristiche. La mia
detenzione nelle carceri canadesi è ingiusta. E sarebbe
un'ingiustizia se il Canada concedesse l'estradizione in
Egitto. Lì subirei torture impressionanti.”
La storia di Mahjoub ha dei lati
oscuri. In Egitto è stato considerato molto vicino alle
posizioni radicali della Jihad islamica prima e di Osama Bin Laden poi.
Questo anche perché a
cavallo degli anni novanta, più precisamente dal 1990 al 1993 ha
lavorato in Sudan per un’azienda agricola di proprietà di quello che
sarebbe diventato lo sceicco del terrore.
“Nel 1986 – dopo essere stato arrestato per probabili
affinità con gruppi di estremisti islamici – ho subito trattamenti
osceni, abominevoli, da parte dell’intelligence militare egiziana. Mi
sono stati applicati fili elettrici in punti sensibili del corpo e
riempita la cella di acqua in modo che non potessi addormentarmi o
toccare il pavimento perché sarei rimasto folgorato dall’elettricità.
Mi hanno appeso più volte al soffitto per mani e piedi. Queste sono
pratiche molto conosciute e utilizzate anche oggi, in
Egitto” Solo pochi giorni fa Mohammed Mahjoub ha potuto
riabbracciare i suoi due figli di 6 e 12 anni; ma non la
moglie. "E' stato comunque bellissimo - ha detto la moglie di Mohammed
dopo essersi asciugata le lacrime -vedere i bambini che hanno potuto
stare in braccio al loro padre".
Comunemente
chiamate “torture”, spesso questi metodi vengono utilizzati – e
mascherati da procedure normali - per far in modo che il detenuto
racconti le cose che conosce. Nella terra delle
Piramidi chi è ritenuto vicino ai gruppi estremisti
islamici viene sistematicamente torturato, sia nelle sedi dei servizi
di sicurezza, sia nelle stazioni di polizia e nelle prigioni. I metodi
di tortura più comuni sono le scosse elettriche, le percosse, la
sospensione al soffitto per polsi o caviglie, le bruciature
con le sigarette e varie forme di tortura psicologica, comprese le
minacce di morte e di abusi sessuali nei confronti delle parenti
femmine del carcerato.
Malgrado le centinaia dei reclami riguardanti gli
abusi segnalati dagli avvocati e dai gruppi locali di diritti dell'uomo
nessuna indagine è stata condotta. Per tortura si intende
ogni atto mediante il quale siano inflitti intenzionalmente a una
persona dolore o sofferenza gravi, sia fisici che mentali, allo scopo
di ottenere da essa o da un'altra persona informazioni o una
confessione, di punirla per un atto che essa o un'altra persona ha
commesso o è sospettata di aver commesso, per intimidirla o sottoporla
a coercizione o intimidire o sottoporre a coercizione un'altra persona
o per qualunque ragione che sia basata su una discriminazione di
qualsiasi tipo, a condizione che il dolore o la sofferenza siano
inflitti da o su istigazione o con il consenso di un pubblico ufficiale
o altra persona che svolga una funzione ufficiale. Secondo l’ultimo rapporto stipulato
da Amnesty International,
in Egitto la tortura ha continuato a essere usata sistematicamente nei
centri di detenzione in tutto il paese. Diverse persone sono morte in
prigione in circostanze che indicano come la tortura o i maltrattamenti
possano avere causato o contribuito alla morte. Le vittime della
tortura appartengono a tutti i settori della società civile, e
comprendono attivisti politici e persone arrestate nel corso di
indagini penali.
In Canada, che nella
stragrande maggioranza dei casi viene visto come un paese civile, non è
ancora stata data applicazione alle disposizioni della legge per la
protezione degli immigrati e dei rifugiati, in vigore dal giugno 2002,
relative all’introduzione della procedura di appello per i rifugiati. A
seguito di ciò, a tutti i richiedenti asilo la cui richiesta è stata
respinta in prima istanza dal Consiglio per gli immigrati e i
rifugiati, continua ad essere negata la possibilità di presentare
appello in merito al proprio caso.