28/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



La riforma dell'Hukou potrebbe essere la prossima mossa di Pechino per evitare rivolte del pane

Vedi anche: La Cina e il gelsomino

Wen Jiabao, il premier cinese, ha promesso che l'Hukou - il sistema di residenza registrata e obbligatoria in vigore dall'antichità - sarà riformato a breve. L'ha fatto in un'intervista concessa in contemporanea a due organi d'informazione ufficiali - l'agenzia Nuova Cina e il portale del governo - e basata su domande poste dagli utenti online.

L'Hukou è il dispositivo giuridico che, in epoca contemporanea, ha permesso alla Cina di divenire la fabbrica del mondo.
All'epoca di Mao, quando i cinesi erano soprattutto contadini, la comune popolare d'appartenenza pensava al loro fabbisogno anche in termini di welfare (educazione, sanità). A quell'epoca, l'Hukou serviva a contenere la migrazione verso le città e quindi l'urbanizzazione incontrollata.

Con l'avvento delle riforme, alla fine degli anni Settanta, l'Hukou fu progressivamente allentato e si concesse libertà di spostamento, perché era funzionale allo sviluppo industriale: i lavoratori migranti fluivano verso le Zone Economiche Speciali create da Deng Xiaoping e creavano quell'esercito industriale a basso costo che ha permesso alle industrie occidentali di delocalizzare (sia fabbriche sia investimenti) e alla Cina di crescere sull'onda dell'export. Tuttavia le misure di sicurezza sociale rimasero legate alla residenza nel luogo d'origine. Si creò così una liudong renkou ("popolazione fluttuante") mercificata e priva di diritti, in un regime economicamente inclusivo ma socialmente e politicamente esclusivo. Una sorta di apartheid non basato sulla razza, ma sulla localizzazione geografica: la polarizzazione città-campagna.

Oggi, di fronte all'intifada virale del mondo arabo, che al di là delle differenze è soprattutto rivolta del pane e per le opportunità di una moltitudine giovane a caccia di beni materiali, la Cina sembra accelerare nella revisione dell'Hukou.
Si tratta finalmente di far godere a tutti i benefici della crescita economica.

L'ultima generazione di migranti non è composta solo da contadini, ma anche da giovani scolarizzati costretti a fare lavori umili e poco redditizi a fronte di crescenti aspettative. Lo stesso ceto medio di recente formazione - la base sociale su cui si regge il potere del Partito - comincia a soffrire gli effetti dell'inflazione alimentare e della crescita dei prezzi immobiliari, con il conseguente aumento del carovita. E così, mentre le differenze sociali si fanno sempre più stridenti, l'Hukou appare in misura maggiore un sistema rigido e ingiusto. Per tenere sotto controllo i circa novantamila "incidenti" (rivolte) che scoppiano ogni anno, le autorità hanno bisogno di creare nuova ricchezza e redistribuirla più equamente.

D'altra parte, il governo ha ampi margini di manovra. La situazione cinese non è neppure lontanamente paragonabile a quella che ha provocato l'intifada del Maghreb. A diversi sondaggi, la popolazione del Dragone risulta inevitabilmente tra le più ottimiste del pianeta. I vecchi hanno memoria della povertà vera e la nuova Cina gli appare un grande passo in avanti. I giovani sono educati all'obbedienza dal pensiero confuciano e il terrore del disordine è molto più forte della tendenza alla ribellione.

Ma non c'è solo la paura della "rivoluzione dei gelsomini" a muovere le autorità di Pechino. La revisione dell'Hukou è un tema sul tavolo da parecchio.
Se infatti un migrante rurale non ha contributi al reddito e alla casa, se i suoi figli sono esclusi dall'istruzione pubblica, questi beni deve "comprarseli": per pagarli, comprime gli altri consumi e la Cina fatica a creare un mercato interno che possa diversificare la propria economia troppo export-oriented.

La riforma dell'Hukou, in questo momento, sembra dunque la leva giusta per suscitare trasformazioni economiche e sociali a catena.

Come impedire che, resa meno rigida la residenza obbligatoria, si verifichi un'indiscriminata calata di contadini speranzosi verso le luccicanti metropoli? Parliamo di centinaia di milioni di persone.
Da un lato, si cerca di investire nelle campagne e sostituire il vecchio welfare "di sussistenza", che risale ormai a quarant'anni fa, con una sua versione moderna.
Dall'altro, Wen Jiabao ha lasciato intendere nell'intervista che ai migranti rurali verrebbe concessa con maggiore facilità la residenza nelle città di media grandezza e più vicine ai propri luoghi d'origine, a livello di contea e provincia. Sarà più difficile ottenere la registrazione nelle grandi metropoli già sovraffollate.
Si spera così che la popolazione rurale desiderosa di urbanizzarsi rinunci al grande balzo verso Shanghai, Pechino, Shenzhen o Guangzhou, per redistribuirsi "automaticamente" in molti centri minori, all'interno della propria area geografica.

Libertà di movimento con diritti, incentivi alle campagne, crescita più eguale: ecco la strategia cinese per far sì che il gelsomino resti ben chiuso nelle teiere.

Gabriele Battaglia

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