La mancanza di lavoro e di prospettive pesano in un Paese che non produce quasi nulla
Secondo un’inchiesta
realizzata dall’Istituto di sviluppo e ricerca
applicata (Idrac), assieme all’ospedale Saint-Georges di Beirut, sotto l’egida
dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo delle
droghe e la prevenzione dei crimini(Odccp), il 9% dei
liceali ha provato, almeno una volta nella vita, una droga illecita. E
il consumo di hashish da parte dei ragazzi, in dieci anni, è
triplicato; lo stesso fenomeno riguarda in maniera ancor più drammatica
le ragazze, il cui numero si è moltiplicato per nove fra il 1991 e il
1999. Mentre l’età media della prima assunzione di sostanze illecite
resta attorno ai 15 anni. Secondo un altro studio, pubblicato
da Oum an-Nour (una ONG che gestisce un centro di
riabilitazione a Beirut), l’8% degli studenti libanesi consuma droga
contro una media del 4,6% degli altri Paesi arabi.
Ma perché
drogarsi sta diventando uno sport nazionale, per i ragazzi libanesi?
Sono in molti a chiederselo. Dal suo osservatorio
privilegiato sulla condizione giovanile, Elie Aaraj - presidente
dell'associazione Sidc (Soins infermiers et développements
communautaires), nel quartiere di Sin el-Fil - constata:
“Tra queste generazioni e la società che le circonda, esiste un gap
insanabile. Per evadere dalla realtà, si danno alla vita notturna,
sognando e aspettando di partire. La mancanza di prospettive e di
leadership, di lavoro, la persistenza dell’occupazione nella fascia
meridionale (fino al ritiro israeliano avvenuto nel 2000, ndr), i bombardamenti
sporadici, i 30 miliardi di
dollari di debito estero, pesano in un Paese che non produce quasi
nulla. Che è diventato molto povero e che continua ad esserlo”. Fra i
molteplici fattori, spicca la corruzione che ha dilagato, fino al 1994,
addirittura nella sezione stupefacenti della polizia: sono stati
costretti a dimettersi in dieci. In tutto questo i giovani
vengono lasciati da parte. Per avere il diritto di voto, bisogna
attendere i 21 anni. “Mentre una serata rap, Beirut by
night, viene organizzata e protetta dalle autorità (con
tanto di ingresso gratuito per le ragazze in bikini)”, prosegue Aaraj,
“alcune manifestazioni di universitari sono state duramente represse: i
ragazzi/e sono stati imprigionati e torturati”. “E poi ci si
stupisce se la gente si droga…”, dice quasi in un soffio Omar Azar, 19
anni. Lui deve forse alla sua fortissima passione per il teatro, se è
fuggito a questo destino. Molti dei suoi amici non sono stati così
fortunati: “Possono contare sulle dita di una mano quelli che non fanno
uso di sostanze. Saranno due o tre; tutti gli altri le prendono. Quanto
alle ragioni, nessuno dirà mai: mi ‘faccio’ di eroina, perché ho
problemi in famiglia. Ti dirà piuttosto: è geniale. Insomma, ci si
riempie la testa di sostanze, perché si ha una voglia matta di
divertirsi”. Solo che anche il divertimento, a Beirut, è diventato
qualcosa di banale. Come se avesse del tutto perso la propria carica
trasgressiva. “È triste, ma è così: si va in centro e si constata che
lì non si ha niente da fare. Tutti però hanno cominciato ad andarci; e
il fatto di trovare il mondo fa sì che comunque ci si diverta in orari
precisi. Anche durante il giorno… perché la gente qui non
ha niente da fare”.
Ci sono dei fast food o dei caffè, dove i teenager
si recano puntualmente tutti i giorni. Si fanno scaricare lì davanti
dai pulmini scolastici o dalle auto dei genitori, ci passano ore ed ore
chiacchierando da un tavolo all’altro, bevendo della gazzosa e fumando.
Poi magari la serata continua a casa di qualcuno, seduti sul divano,
davanti a un Dvd, o al cinema. “Mi ricordo il mio ultimo anno delle
superiori”, dice Omar. “Per noi quel posto era diventata una specie di
droga. Che si lasciava soltanto per fare un salto a casa, cambiarsi,
farsi una doccia, poi di nuovo ci precipitavamo là. Era un locale dove
per noi non c’erano tabù… Si era liberi di parlare con chiunque, di
qualunque cosa”.
Aspettando
di partire
Se gli adolescenti libanesi passano
gran parte del loro tempo nei fast food e all’ultimo piano di Virgin
Megastore, i giovani preferiscono le boîtes de
nuit, i pub. In via Monnot ne sono spuntati nel giro di due
anni un centinaio. Questa era una zona di negozietti di elettricisti e
panetterie; ad un certo punto qualcuno però li ha comprati e
trasformati, previa ristrutturazione accurata, in locali notturni.
Quindi è iniziata l’attesa dei permessi. “Non arrivavano mai”, si dice
in giro, “perché l’amministrazione voleva aspettare che quelli del
quartiere Hamra ingranassero…”. Ma, di fatto, il problema non sussiste:
ciascun quartiere ha un suo target, e quasi tutti i locali lavorano.
“Mentre i giovani di sinistra, gli artisti, gli intellettuali
optano solitamente per Hamra, i nuovi manager, i figli di papà che
vogliono mostrare di poter spendere, vanno in via Monnot”, spiega Omar.
“Lì locali come il Cassino o il Crystal stanno andando fortissimo”. E
poi c’è una
piccola minoranza di ragazzi/e – cui appartiene anche questo attore di
teatro – che preferisce andare nelle case private, da amici, magari con
una bottiglia. “Perché? boîtes de nuit restano
dei luoghi stereotipati. Ciò significa che ognuna ha una sua clientela,
per la quale la porta è sempre aperta: può essere il ragazzo con i
capelli sparati, o quello che indossa una maglietta con su scritto
peace and love… I locali rispecchiano
perfettamente il sistema libanese, dove se conosci qualcuno di
importante entri; altrimenti resti fuori”.
E la maggior parte dei giovani
libanesi, appunto, restano fuori dalla porta d’ingresso. Secondo
un’inchiesta realizzata dal Dipartimento di Sociologia e di
Antropologia dell’Università Saint-Joseph di
Beirut, il 37% dei ragazzi/e fra i 18 e i 35 anni lasciano per un po’
il Paese oppure emigrano definitivamente; l’80% di questi sono alla
ricerca disperata di un lavoro. Il 45,2% delle famiglie hanno almeno un
membro residente all’estero, dopo la partenza avvenuta fra il 1975 e il
2001. Le principali mete degli emigrati sono state fino ad oggi i Paesi
arabi (20%), l’Europa (25%), l’America del Nord (29%), l’Australia
(13%). “Tutti i miei amici desiderano partire”, ci confessa
Omar. “Sognano la Francia, la Germania, Amsterdam, soprattutto se hanno
ambizioni artistiche. Venticinque anni fa, al top delle destinazioni
c’era la Russia; oggi, sono gli Stati Uniti e il Canada (la cui
ambasciata rilascia visti con facilità) ad essere ambiti”. E poi
magari, dopo 15 anni di esperienza all’estero, si torna e si apre un
piccolo business, un ristorantino o una ditta import/export. Mentre
cominciare da zero qui, resta un’impresa ardua. Allora chiunque abbia
un minimo di mezzi, parte. Chi invece non possiede una lira, si cerca
un lavoro umile, uno qualsiasi…. “Sarà di una vita intera”, precisa
Omar, “perché questo tipo di carriera a Beirut, a differenza di Parigi,
non è mai pro tempore”. Lui fa parte di coloro che non
vogliono partire. Adora questa città, il suo essere assolutamente fuori
dalle regole. Ma, al tempo stesso, riconosce quanto sia difficile la
condizione giovanile libanese e la centralità, in tutto ciò, del
problema droga. “È tutto il Libano a drogarsi”, dice. “E la colpa è
dell’attuale governo che da un lato non offre occupazione, aiuti, alle
giovani generazioni; e, dall’altro, non vuole l’arresto dei boss, dei
grossi spacciatori”. È quello che Hani non s’è mai stancato di ripetere
nel corso dell’intervista: “Dentro, ci sono solo i pesci piccoli”. Ci
finisce gente come Ali, quel ragazzino sudanese di 11 anni, che ha le
narici totalmente insensibili, una candela al naso permanente, in
seguito all’uso di cocaina. Vive in un quartiere povero di Beirut ed è
continuamente esposto al rischio d’aggressioni da parte di pedofili.
Oggi però sta frequentando un corso di teatro. Lo tiene Omar Azar.