31/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La mancanza di lavoro e di prospettive pesano in un Paese che non produce quasi nulla
Vita notturna in LibanoSecondo un’inchiesta realizzata dall’Istituto di sviluppo e ricerca applicata (Idrac), assieme all’ospedale Saint-Georges di Beirut, sotto l’egida dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo delle droghe e la prevenzione dei crimini(Odccp), il 9% dei liceali ha provato, almeno una volta nella vita, una droga illecita. E il consumo di hashish da parte dei ragazzi, in dieci anni, è triplicato; lo stesso fenomeno riguarda in maniera ancor più drammatica le ragazze, il cui numero si è moltiplicato per nove fra il 1991 e il 1999. Mentre l’età media della prima assunzione di sostanze illecite resta attorno ai 15 anni.  Secondo un altro studio, pubblicato da Oum an-Nour (una ONG che gestisce un centro di riabilitazione a Beirut), l’8% degli studenti libanesi consuma droga contro una media del 4,6% degli altri Paesi arabi.
 
Ma perché drogarsi sta diventando uno sport nazionale, per i ragazzi libanesi? Sono in molti a chiederselo. Dal suo osservatorio privilegiato sulla condizione giovanile, Elie Aaraj - presidente dell'associazione Sidc (Soins infermiers et développements communautaires), nel quartiere di Sin el-Fil - constata: “Tra queste generazioni e la società che le circonda, esiste un gap insanabile. Per evadere dalla realtà, si danno alla vita notturna, sognando e aspettando di partire. La mancanza di prospettive e di leadership, di lavoro, la persistenza dell’occupazione nella fascia meridionale (fino al ritiro israeliano avvenuto nel 2000, ndr), i bombardamenti sporadici, i 30 miliardi di dollari di debito estero, pesano in un Paese che non produce quasi nulla. Che è diventato molto povero e che continua ad esserlo”. Fra i molteplici fattori, spicca la corruzione che ha dilagato, fino al 1994, addirittura nella sezione stupefacenti della polizia: sono stati costretti a dimettersi in dieci. In tutto questo i giovani vengono lasciati da parte. Per avere il diritto di voto, bisogna attendere i 21 anni. “Mentre una serata rap, Beirut by night, viene organizzata e protetta dalle autorità (con tanto di ingresso gratuito per le ragazze in bikini)”, prosegue Aaraj, “alcune manifestazioni di universitari sono state duramente represse: i ragazzi/e sono stati imprigionati e torturati”. “E poi ci si stupisce se la gente si droga…”, dice quasi in un soffio Omar Azar, 19 anni. Lui deve forse alla sua fortissima passione per il teatro, se è fuggito a questo destino. Molti dei suoi amici non sono stati così fortunati: “Possono contare sulle dita di una mano quelli che non fanno uso di sostanze. Saranno due o tre; tutti gli altri le prendono. Quanto alle ragioni, nessuno dirà mai: mi ‘faccio’ di eroina, perché ho problemi in famiglia. Ti dirà piuttosto: è geniale. Insomma, ci si riempie la testa di sostanze, perché si ha una voglia matta di divertirsi”. Solo che anche il divertimento, a Beirut, è diventato qualcosa di banale. Come se avesse del tutto perso la propria carica trasgressiva. “È triste, ma è così: si va in centro e si constata che lì non si ha niente da fare. Tutti però hanno cominciato ad andarci; e il fatto di trovare il mondo fa sì che comunque ci si diverta in orari precisi. Anche durante il giorno… perché la gente qui non ha niente da fare”.
 
Ci sono dei fast food o dei caffè, dove i teenager si recano puntualmente tutti i giorni. Si fanno scaricare lì davanti dai pulmini scolastici o dalle auto dei genitori, ci passano ore ed ore chiacchierando da un tavolo all’altro, bevendo della gazzosa e fumando. Poi magari la serata continua a casa di qualcuno, seduti sul divano, davanti a un Dvd, o al cinema. “Mi ricordo il mio ultimo anno delle superiori”, dice Omar. “Per noi quel posto era diventata una specie di droga. Che si lasciava soltanto per fare un salto a casa, cambiarsi, farsi una doccia, poi di nuovo ci precipitavamo là. Era un locale dove per noi non c’erano tabù… Si era liberi di parlare con chiunque, di qualunque cosa”.
 
Aspettando di partire Se gli adolescenti libanesi passano gran parte del loro tempo nei fast food e all’ultimo piano di Virgin Megastore, i giovani preferiscono le boîtes de nuit, i pub. In via Monnot ne sono spuntati nel giro di due anni un centinaio. Questa era una zona di negozietti di elettricisti e panetterie; ad un certo punto qualcuno però li ha comprati e trasformati, previa ristrutturazione accurata, in locali notturni. Quindi è iniziata l’attesa dei permessi. “Non arrivavano mai”, si dice in giro, “perché l’amministrazione voleva aspettare che quelli del quartiere Hamra ingranassero…”. Ma, di fatto, il problema non sussiste: ciascun quartiere ha un suo target, e quasi tutti i locali lavorano. “Mentre i giovani di sinistra, gli artisti, gli intellettuali optano solitamente per Hamra, i nuovi manager, i figli di papà che vogliono mostrare di poter spendere, vanno in via Monnot”, spiega Omar. “Lì locali come il Cassino o il Crystal stanno andando fortissimo”. E poi c’è una piccola minoranza di ragazzi/e – cui appartiene anche questo attore di teatro – che preferisce andare nelle case private, da amici, magari con una bottiglia. “Perché? boîtes de nuit restano dei luoghi stereotipati. Ciò significa che ognuna ha una sua clientela, per la quale la porta è sempre aperta: può essere il ragazzo con i capelli sparati, o quello che indossa una maglietta con su scritto peace and love… I locali rispecchiano perfettamente il sistema libanese, dove se conosci qualcuno di importante entri; altrimenti resti fuori”.
 
E la maggior parte dei giovani libanesi, appunto, restano fuori dalla porta d’ingresso. Secondo un’inchiesta realizzata dal Dipartimento di Sociologia e di Antropologia dell’Università Saint-Joseph di Beirut, il 37% dei ragazzi/e fra i 18 e i 35 anni lasciano per un po’ il Paese oppure emigrano definitivamente; l’80% di questi sono alla ricerca disperata di un lavoro. Il 45,2% delle famiglie hanno almeno un membro residente all’estero, dopo la partenza avvenuta fra il 1975 e il 2001. Le principali mete degli emigrati sono state fino ad oggi i Paesi arabi (20%), l’Europa (25%), l’America del Nord (29%), l’Australia (13%). “Tutti i miei amici desiderano partire”, ci confessa Omar. “Sognano la Francia, la Germania, Amsterdam, soprattutto se hanno ambizioni artistiche. Venticinque anni fa, al top delle destinazioni c’era la Russia; oggi, sono gli Stati Uniti e il Canada (la cui ambasciata rilascia visti con facilità) ad essere ambiti”. E poi magari, dopo 15 anni di esperienza all’estero, si torna e si apre un piccolo business, un ristorantino o una ditta import/export. Mentre cominciare da zero qui, resta un’impresa ardua. Allora chiunque abbia un minimo di mezzi, parte. Chi invece non possiede una lira, si cerca un lavoro umile, uno qualsiasi…. “Sarà di una vita intera”, precisa Omar, “perché questo tipo di carriera a Beirut, a differenza di Parigi, non è mai pro tempore”. Lui fa parte di coloro che non vogliono partire. Adora questa città, il suo essere assolutamente fuori dalle regole. Ma, al tempo stesso, riconosce quanto sia difficile la condizione giovanile libanese e la centralità, in tutto ciò, del problema droga. “È tutto il Libano a drogarsi”, dice. “E la colpa è dell’attuale governo che da un lato non offre occupazione, aiuti, alle giovani generazioni; e, dall’altro, non vuole l’arresto dei boss, dei grossi spacciatori”. È quello che Hani non s’è mai stancato di ripetere nel corso dell’intervista: “Dentro, ci sono solo i pesci piccoli”. Ci finisce gente come Ali, quel ragazzino sudanese di 11 anni, che ha le narici totalmente insensibili, una candela al naso permanente, in seguito all’uso di cocaina. Vive in un quartiere povero di Beirut ed è continuamente esposto al rischio d’aggressioni da parte di pedofili. Oggi però sta frequentando un corso di teatro. Lo tiene Omar Azar.
 
Alessandra Garusi
Categoria: Popoli
Luogo: Libano