“Vediamoci
all’inferno”. Questa è una delle tante scritte colorate che Hani, 24
anni, sieropositivo, si è fatto tatuare sul corpo da un compagno di
cella. “Un vero artista”, ci tiene a precisare lui. Il
supercarcere, dal quale è appena uscito, ha un nome che fa tremare i
polsi alla microcriminalità libanese: è quello affollatissimo di
Roumieh, a Beirut, dove in una cella di 25 metri quadrati ci possono
stare anche 15-20 detenuti. Ragazzi di 14 anni mescolati a spacciatori
di 60. Stavolta Hani ci è finito dentro per spaccio; ormai le sue
carcerazioni hanno raggiunto il numero di dieci. La prima se
la ricorda come se fosse ieri: per il furto di una stecca di sigarette,
s’era beccato tre mesi di detenzione. E poi i “soggiorni” si sono
moltiplicati. “Le
tante scritte si spiegano così, col tempo speso ad aspettare di
rivedere il sole”, dice lui.
L’artista-compagno di cella ha potuto quasi sempre scegliere
in libertà il soggetto da riprodurre. Questo è avvenuto ad esempio per “pas de
chance” (malasorte) e “no woman
no cry”, in omaggio al grande Bob Marley. Mentre la catena
tatuata sulla caviglia l’ha chiesta Hani. “Avevo 13 anni, quando mio
padre m’incatenò, in casa, per sei mesi perché non mi drogassi. Anche
lui era un eroinomane…”, racconta. E, dopo una pausa, aggiunge: “Se mia
madre fosse stata viva, non avrei fatto questa fine…”. Piange. Lo abbiamo incontrato
per caso, una mattina presto, fuori
dalla sede di una Ong, la Sidc (Soins infermiers et
développements communautaires), nel quartiere di Sin el-Fil.
Elie Aaraj, presidente dell’associazione, lo riceve senza appuntamento.
È abituato alle emergenze. Hani alza la maglietta e gli mostra un
grosso ematoma sul torace, anche la mano sinistra e l’avambraccio sono
tumefatti. È appena uscito dal carcere e si è già ritrovato in nuovi
guai: un pestaggio, che ora rende necessarie delle lastre. E lui, i
soldi per farle, non ce li ha. Ecco perché è qui. Per chiedere aiuto.
“L’assicurazione sanitaria, in Libano, in
pratica non esiste”, spiega il presidente, “ed è proprio per questa
ragione che, nel lontano 1987, diedi vita a questa mini-struttura. Lo
scopo era quello di assicurare alla collettività delle cure primarie.
Nel 1989 e 1990 ci furono due grandi episodi di guerra, che sconvolsero
l’intera regione. Finita la guerra, i programmi si sono differenziati:
da una parte quelli sanitari (soprattutto di assistenza domiciliare a
diabetici), dall’altra quelli diretti ai giovani (il progetto
droga/tossicomanie/Aids che ha assunto un carattere nazionale, il
Centro “Beit el-Chabibé”, la prevenzione
realizzata sulle strade)”.
Fiumi di droga Ieri la guerra e oggi le sostanze
stupefacenti che uccidono forse ancora di più, certo in maniera meno
evidente. “Sono due realtà connesse”, ci conferma Elie. “Se ieri
l’eroina era distribuita gratuitamente ai ragazzi delle milizie dai
loro diretti responsabili militari, perché continuassero a combattere,
oggi la crisi post-guerra o post-trauma fa sì che fiumi di ecstasy,
hashish, cocaina, eroina e quant’altro, scorrano sotto Beirut”. Dopo il
’90-’91, le sostanze cominciano a girare fra gli studenti
dell’American University. Successivamente, si
diffondono anche all’Università in lingua francese, la Saint-Joseph. Ora non sembra
esserci più alcun
limite: persino i 14enni delle scuole superiori le consumano. Insomma,
qui si trova di tutto. Basta avere soldi e neanche tanti, essendo
questo un Paese produttore.
Ma facciamo un passo indietro. Storicamente, a partire dal
XX secolo, in Libano si coltiva la canapa indiana (l’hashish). Tanto
che un tempo veniva chiamato il “Libano rosso”. Rispetto a quella
prodotta ed esportata dal Marocco, questa è di qualità superiore. Nel
1975 inizia la guerra e il prezzo dell’hashish crolla; parallelamente,
sempre nella stessa zona – la valle della Bekaa – cominciano le
coltivazioni di oppio. Mentre la cocaina arriva, via Israele,
dall’America Latina. Il 1993 doveva essere l’anno della svolta: molte
coltivazioni della Valle della Bekaa vengono infatti distrutte dietro
la promessa di aiuti esterni alla riconversione delle colture (42
milioni di dollari, ndr). Peccato che quei soldi – promessi
al Libano da Onu, Stati Uniti ed Europa in cambio della disponibilità
ad un accordo di pace con Israele senza i Paesi arabi (Siria, ecc.),
che appunto poi non c’è stato – non siano mai arrivati: i contadini
hanno dovuto accontentarsi di miseri semi di patate e altri prodotti,
che alla fine risultarono essere marci. Tanti sono quindi tornati a
coltivare le sostanze. E a raffinarle in cantina. Di solito
un matbakh – un laboratorio clandestino di
raffinazione – occupa una stanza di casa, al pianterreno. All’inizio
era un business familiare. Nonni, genitori e figli che cercavano così
di sbarcare il lunario. A volte i terreni erano stati utilizzati per
produrre sostanze, e non potevano essere destinate altrimenti. Altre
volte, si scartavano altri generi di coltivazioni perché non
assicuravano un reddito sufficiente. “Fino a qualche anno fa,
nella Valle della Bekaa, non c’erano né scuole, né ospedali, nulla…”,
interviene ancora Aaraj, che come consulente dell’Oms (Organizzazione
mondiale della sanità) conosce molto bene questa zona; ci è andato
spesso. “Una volta incontrai una coppia, la donna aveva partorito prima
del termine, ma il neonato era poi morto perché in quell’ospedale,
raggiunto attraverso 40 km di strade dissestate, mancava
un’incubatrice”. E aggiunge: “Queste famiglie non vorrebbero coltivare
droga; vi sono costrette a causa di una determinata politica, che le
mette in una situazione insostenibile. Certo, ci sono dei criminali, ma
non sono tutti criminali. La maggioranza sono dei contadini che,
all’epoca dell’impero romano, aravano i loro campi di grano”.
Le mille vie delle
sostanze Dalla Valle della
Bekaa, le sostanze si disperdono sul resto del pianeta. L’hashish
prodotto in Libano arriva in molti Paesi arabi (Arabia Saudita,
Emirati, Oman, ecc.), ovunque girino molti soldi, oltre che in Europa e
negli Stati Uniti. Il traffico utilizza tutte le vie possibili: aereo,
nave, terra (attraverso la Siria e la Giordania verso est). Mentre
l’hashish libanese e quella marocchina si stanno disputando il mercato
europeo, la prima non sembra avere concorrenti nel mondo arabo. Diverso è il caso
della cocaina, che pure è reperibile senza
troppi sforzi sul mercato clandestino di Beirut: arriva dall’estero e,
per questo, è sempre un prodotto molto caro. Un grammo costa circa
60-80 dollari, a volte anche cento. Dipende. È utilizzata dal jet-set
libanese: uomini e donne indistintamente, artisti, businessman, figli
di papà, ecc.
C’è
infine il giro delle droghe della middle class e
quelle di poveri. L’ecstasy, ad esempio, è entrata in Libano dieci anni
fa. All’epoca costava 50 dollari a pillola; oggi è sui 18 dollari e si
può trovare anche a dieci. Quindi quasi tutti se la possono permettere.
Chi non può, e magari ha già una dipendenza da droghe pesanti come
l’eroina, quando è in crisi d’astinenza ricorre ai farmaci. È una
pratica comune. Qualche mese fa, il deputato e presidente
della Commissione Sanità, Atef Majdalani, ha sollevato la questione
dell’utilizzo degli sciroppi per la tosse a base di codeina (un
derivato dalle oppiacee) – come il “Dulsana”– a
mo’ di euforizzanti. Un flacone costa mediamente due dollari. Se ne
bevono 2-3, spesso con dell’alcol. E lo sballo è garantito. Questi prodotti arrivano
clandestinamente dalla Siria. C’è
chi sta accumulando una piccola fortuna, acquistandoli a Damasco e
trasportandoli fin qui nel bagagliaio della propria auto. “Nelle circa
3mila farmacie omologate in Libano, alle quali stranamente una legge
consente di lavorare in regime di libera concorrenza, spesso si
soprassiede alla richiesta della ricetta medica. Pur di vendere”,
denuncia il presidente dell’Ordine dei farmacisti, Ghassan el-Amine. E
così chiunque (ragazzini dagli 11 anni in su, giovani, ecc.) può
procurarsi queste sostanze, senza timore di incorrere in guai con la
giustizia. Il peggio è che se ne ignorano totalmente gli effetti.