24/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



A Beirut le droghe, diffusissime fra i giovani, tradiscono un profondo senso di disagio
Giovani e droghe“Vediamoci all’inferno”. Questa è una delle tante scritte colorate che Hani, 24 anni, sieropositivo, si è fatto tatuare sul corpo da un compagno di cella. “Un vero artista”, ci tiene a precisare lui. Il supercarcere, dal quale è appena uscito, ha un nome che fa tremare i polsi alla microcriminalità libanese: è quello affollatissimo di Roumieh, a Beirut, dove in una cella di 25 metri quadrati ci possono stare anche 15-20 detenuti. Ragazzi di 14 anni mescolati a spacciatori di 60. Stavolta Hani ci è finito dentro per spaccio; ormai le sue carcerazioni hanno raggiunto il numero di dieci. La prima se la ricorda come se fosse ieri: per il furto di una stecca di sigarette, s’era beccato tre mesi di detenzione. E poi i “soggiorni” si sono moltiplicati. “Le tante scritte si spiegano così, col tempo speso ad aspettare di rivedere il sole”, dice lui.
 
L’artista-compagno di cella ha potuto quasi sempre scegliere in libertà il soggetto da riprodurre. Questo è avvenuto ad esempio per “pas de chance” (malasorte) e “no woman no cry”, in omaggio al grande Bob Marley. Mentre la catena tatuata sulla caviglia l’ha chiesta Hani. “Avevo 13 anni, quando mio padre m’incatenò, in casa, per sei mesi perché non mi drogassi. Anche lui era un eroinomane…”, racconta. E, dopo una pausa, aggiunge: “Se mia madre fosse stata viva, non avrei fatto questa fine…”. Piange. Lo abbiamo incontrato per caso, una mattina presto, fuori dalla sede di una Ong, la Sidc (Soins infermiers et développements communautaires), nel quartiere di Sin el-Fil. Elie Aaraj, presidente dell’associazione, lo riceve senza appuntamento. È abituato alle emergenze. Hani alza la maglietta e gli mostra un grosso ematoma sul torace, anche la mano sinistra e l’avambraccio sono tumefatti. È appena uscito dal carcere e si è già ritrovato in nuovi guai: un pestaggio, che ora rende necessarie delle lastre. E lui, i soldi per farle, non ce li ha. Ecco perché è qui. Per chiedere aiuto.
 
“L’assicurazione sanitaria, in Libano, in pratica non esiste”, spiega il presidente, “ed è proprio per questa ragione che, nel lontano 1987, diedi vita a questa mini-struttura. Lo scopo era quello di assicurare alla collettività delle cure primarie. Nel 1989 e 1990 ci furono due grandi episodi di guerra, che sconvolsero l’intera regione. Finita la guerra, i programmi si sono differenziati: da una parte quelli sanitari (soprattutto di assistenza domiciliare a diabetici), dall’altra quelli diretti ai giovani (il progetto droga/tossicomanie/Aids che ha assunto un carattere nazionale, il Centro “Beit el-Chabibé”, la prevenzione realizzata sulle strade)”.
 
Fiumi di droga Ieri la guerra e oggi le sostanze stupefacenti che uccidono forse ancora di più, certo in maniera meno evidente. “Sono due realtà connesse”, ci conferma Elie. “Se ieri l’eroina era distribuita gratuitamente ai ragazzi delle milizie dai loro diretti responsabili militari, perché continuassero a combattere, oggi la crisi post-guerra o post-trauma fa sì che fiumi di ecstasy, hashish, cocaina, eroina e quant’altro, scorrano sotto Beirut”. Dopo il ’90-’91, le sostanze cominciano a girare fra gli studenti dell’American University. Successivamente, si diffondono anche all’Università in lingua francese, la Saint-Joseph. Ora non sembra esserci più alcun limite: persino i 14enni delle scuole superiori le consumano. Insomma, qui si trova di tutto. Basta avere soldi e neanche tanti, essendo questo un Paese produttore.
 
Ma facciamo un passo indietro. Storicamente, a partire dal XX secolo, in Libano si coltiva la canapa indiana (l’hashish). Tanto che un tempo veniva chiamato il “Libano rosso”. Rispetto a quella prodotta ed esportata dal Marocco, questa è di qualità superiore. Nel 1975 inizia la guerra e il prezzo dell’hashish crolla; parallelamente, sempre nella stessa zona – la valle della Bekaa – cominciano le coltivazioni di oppio. Mentre la cocaina arriva, via Israele, dall’America Latina. Il 1993 doveva essere l’anno della svolta: molte coltivazioni della Valle della Bekaa vengono infatti distrutte dietro la promessa di aiuti esterni alla riconversione delle colture (42 milioni di dollari, ndr). Peccato che quei soldi – promessi al Libano da Onu, Stati Uniti ed Europa in cambio della disponibilità ad un accordo di pace con Israele senza i Paesi arabi (Siria, ecc.), che appunto poi non c’è stato – non siano mai arrivati: i contadini hanno dovuto accontentarsi di miseri semi di patate e altri prodotti, che alla fine risultarono essere marci. Tanti sono quindi tornati a coltivare le sostanze. E a raffinarle in cantina. Di solito un matbakh – un laboratorio clandestino di raffinazione – occupa una stanza di casa, al pianterreno. All’inizio era un business familiare. Nonni, genitori e figli che cercavano così di sbarcare il lunario. A volte i terreni erano stati utilizzati per produrre sostanze, e non potevano essere destinate altrimenti. Altre volte, si scartavano altri generi di coltivazioni perché non assicuravano un reddito sufficiente. “Fino a qualche anno fa, nella Valle della Bekaa, non c’erano né scuole, né ospedali, nulla…”, interviene ancora Aaraj, che come consulente dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) conosce molto bene questa zona; ci è andato spesso. “Una volta incontrai una coppia, la donna aveva partorito prima del termine, ma il neonato era poi morto perché in quell’ospedale, raggiunto attraverso 40 km di strade dissestate, mancava un’incubatrice”. E aggiunge: “Queste famiglie non vorrebbero coltivare droga; vi sono costrette a causa di una determinata politica, che le mette in una situazione insostenibile. Certo, ci sono dei criminali, ma non sono tutti criminali. La maggioranza sono dei contadini che, all’epoca dell’impero romano, aravano i loro campi di grano”.
 
Le mille vie delle sostanze Dalla Valle della Bekaa, le sostanze si disperdono sul resto del pianeta. L’hashish prodotto in Libano arriva in molti Paesi arabi (Arabia Saudita, Emirati, Oman, ecc.), ovunque girino molti soldi, oltre che in Europa e negli Stati Uniti. Il traffico utilizza tutte le vie possibili: aereo, nave, terra (attraverso la Siria e la Giordania verso est). Mentre l’hashish libanese e quella marocchina si stanno disputando il mercato europeo, la prima non sembra avere concorrenti nel mondo arabo. Diverso è il caso della cocaina, che pure è reperibile senza troppi sforzi sul mercato clandestino di Beirut: arriva dall’estero e, per questo, è sempre un prodotto molto caro. Un grammo costa circa 60-80 dollari, a volte anche cento. Dipende. È utilizzata dal jet-set libanese: uomini e donne indistintamente, artisti, businessman, figli di papà, ecc.
 
C’è infine il giro delle droghe della middle class e quelle di poveri. L’ecstasy, ad esempio, è entrata in Libano dieci anni fa. All’epoca costava 50 dollari a pillola; oggi è sui 18 dollari e si può trovare anche a dieci. Quindi quasi tutti se la possono permettere. Chi non può, e magari ha già una dipendenza da droghe pesanti come l’eroina, quando è in crisi d’astinenza ricorre ai farmaci. È una pratica comune. Qualche mese fa, il deputato e presidente della Commissione Sanità, Atef Majdalani, ha sollevato la questione dell’utilizzo degli sciroppi per la tosse a base di codeina (un derivato dalle oppiacee) – come il “Dulsana”– a mo’ di euforizzanti. Un flacone costa mediamente due dollari. Se ne bevono 2-3, spesso con dell’alcol. E lo sballo è garantito. Questi prodotti arrivano clandestinamente dalla Siria. C’è chi sta accumulando una piccola fortuna, acquistandoli a Damasco e trasportandoli fin qui nel bagagliaio della propria auto. “Nelle circa 3mila farmacie omologate in Libano, alle quali stranamente una legge consente di lavorare in regime di libera concorrenza, spesso si soprassiede alla richiesta della ricetta medica. Pur di vendere”, denuncia il presidente dell’Ordine dei farmacisti, Ghassan el-Amine. E così chiunque (ragazzini dagli 11 anni in su, giovani, ecc.) può procurarsi queste sostanze, senza timore di incorrere in guai con la giustizia. Il peggio è che se ne ignorano totalmente gli effetti.
 
Alessandra Garusi
 
Categoria: Popoli
Luogo: Libano