03/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il dramma della morte di Mohammed, giovane giornalista palestinese
scritto per noi da
Michela La Perna
 
Jeep israeliana a BalataLa famiglia di Mohammed Abu Halemeh vive nel campo rifugiati di Balata, alle porte di Nablus. Il giorno che passiamo a trovare suo padre, Abed, nel campo ci sono alcune jeep e si sentono spari.
 
La sua famiglia ha un negozio di humus e falafel in un vicolo centrale di Balata. Ci dicono di non preoccuparci perché i soldati sono molto lontani. Solo dopo alcune ore scopriamo che con questo intendevano dire, in realtà, a circa 200 metri: ma è normale se si pensa che la gente di Balata assiste quotidianamente alle operazioni dell'esercito nel campo.
 
Nel negozio lavora quasi tutta la famiglia. Vi lavorava fino a quattro mesi fa anche Mohammed. Il 22 marzo scorso è stato il suo compleanno, ha compiuto 23 anni. Ma nello stesso giorno Mohammed è stato ucciso.
 
Mohamad era uno studente di giornalismo all'università An-najah di Nablus. Era un anno che lavorava anche alla Najah Radio, come corrispondente da Balata.
 
Quel giorno stava, come sempre, aiutando il padre in negozio, quando ha sentito degli spari. Venuto a sapere che jeep militari erano entrate nel campo, ha chiesto al padre il permesso di andare a verificare la situazione.
 
Arrivato all'ingresso del campo rifugiati, inizia a osservare le jeep militari e i ragazzi pronti a tirar loro pietre. Si mette in contatto con la radio per mandare in onda un pezzo che descriva la situazione direttamente dal campo.
 
All'improvviso la sua voce in diretta si interrompe: un solo sparo, secco, lo colpisce al petto. Quando l'ambulanza arriva all'ospedale, Mohammed e' ancora vivo, ma resisterà solo pochi minuti. La versione ufficiale dell'esercito israeliano riporta che il ragazzo era armato e che i soldati hanno risposto al fuoco.
 
Tutti i documenti video girati quel giorno, molti dei quali ci vengono mostrati dal padre, dicono il contrario: pare evidente che Mohammed non avesse nessun arma in mano.
 
Il padre racconta che quando ha appreso per telefono la notizia che suo figlio era stato ferito, ha immediatamente temuto che in realtà era morto. Da quel momento, anche per tutta la durata del funerale, non è stato in grado di realizzare l'accaduto, e ha preso parte alla cerimonia come se non si trattasse dell'ultimo saluto al suo amato Mohammed.
 
Lentamente ha cominciato a realizzare di aver perso una parte stessa del proprio corpo. Il padre ci mostra la camera da letto di Mohammed, simile a quella di tanti suoi coetanei: poster di Vieri e altri calciatori, ma anche le foto della sua ragazza e del giorno del suo fidanzamento.
 
Lo avevano annunciato ufficialmente, come usa qui, sei mesi prima. Suo padre ci dice che si amavano molto. Lui lo sognava sposato: tutti pensavano al mese prossimo, agosto, come data possibile per il matrimonio, perché a giugno Mohamad si sarebbe dovuto laureare.
 
Per tutta la famiglia, come per tutti gli abitanti i Balata, la vita continua, ma continua ad essere dannatamente difficile: proprio il giorno prima della nostra visita, la madre e la zia di Mohammed camminavano per la strada e sono state ferite alle gambe da colpi sparati all'impazzata da alcune jeep militari di Tel Aviv.
 
Abed, il padre di Mohammed, teme ogni giorno che possa accadere qualcosa ad un componente della propria famiglia. Durante la nostra visita ci accorgiamo che Abed si assenta per circa una mezz'ora.
 
Ci spiegano che il figlio minore ha lasciato il negozio per tornare a casa a piedi, che dista circa 15 minuti da dove ci troviamo noi. Lui ha avuto paura. E' voluto tornare a casa solo per controllare che fosse arrivato sano e salvo ed è tornato da noi in negozio.

Categoria: Guerra, Media
Luogo: Israele - Palestina