scritto per noi da
Michela La Perna
La
famiglia di Mohammed Abu Halemeh vive nel campo rifugiati di Balata,
alle porte di Nablus. Il giorno che passiamo a trovare suo padre, Abed,
nel campo ci sono alcune jeep e si sentono spari.
La sua famiglia ha un negozio di humus e falafel in un vicolo centrale di Balata.
Ci
dicono di non preoccuparci perché i soldati sono molto lontani. Solo
dopo alcune ore scopriamo che con questo intendevano dire, in realtà, a
circa 200 metri: ma è normale se si pensa che la gente di Balata
assiste quotidianamente alle operazioni dell'esercito nel campo.
Nel negozio lavora quasi tutta la famiglia.
Vi lavorava fino a quattro mesi fa anche Mohammed. Il 22 marzo scorso è
stato il suo compleanno, ha compiuto 23 anni. Ma nello stesso giorno
Mohammed è stato ucciso.
Mohamad era uno
studente di giornalismo all'università An-najah di
Nablus. Era un anno che lavorava anche alla Najah
Radio, come corrispondente da Balata.
Quel giorno stava, come sempre, aiutando il padre in
negozio, quando ha sentito degli spari. Venuto a sapere che jeep
militari erano entrate nel campo, ha chiesto al padre
il permesso di andare a verificare la situazione.
Arrivato all'ingresso del campo rifugiati, inizia a
osservare le jeep militari e i ragazzi pronti a tirar loro
pietre. Si mette in contatto con la radio per mandare in onda un
pezzo che descriva la situazione direttamente dal
campo.
All'improvviso la sua voce in diretta si interrompe: un solo
sparo, secco, lo colpisce al petto. Quando l'ambulanza arriva
all'ospedale, Mohammed e' ancora vivo, ma resisterà solo pochi
minuti. La versione ufficiale
dell'esercito israeliano riporta che il ragazzo era
armato e che i soldati hanno risposto al fuoco.
Tutti i documenti video girati quel giorno, molti dei quali
ci vengono mostrati dal padre, dicono il contrario: pare evidente che
Mohammed non avesse nessun arma in mano.
Il
padre racconta che quando ha appreso per telefono la notizia che suo
figlio era stato ferito, ha immediatamente temuto che in realtà era
morto. Da quel momento, anche per tutta la durata del funerale, non è
stato in grado di realizzare l'accaduto, e ha preso parte alla
cerimonia come se non si trattasse dell'ultimo saluto al suo amato
Mohammed.
Lentamente ha cominciato
a realizzare di aver perso una parte stessa del proprio corpo. Il padre
ci mostra la camera da letto di Mohammed, simile a quella di tanti suoi
coetanei: poster di Vieri e altri calciatori, ma anche le foto della
sua ragazza e del giorno del suo fidanzamento.
Lo avevano annunciato ufficialmente, come usa qui, sei mesi
prima. Suo padre ci dice che si amavano molto. Lui lo sognava
sposato: tutti pensavano al mese prossimo, agosto, come data possibile
per il matrimonio, perché a giugno Mohamad si sarebbe dovuto laureare.
Per tutta la famiglia, come per tutti gli
abitanti i Balata, la vita continua, ma continua ad essere dannatamente
difficile: proprio il giorno prima della nostra visita, la madre e la
zia di Mohammed camminavano per la strada e sono state ferite alle
gambe da colpi sparati all'impazzata da alcune jeep militari di Tel
Aviv.
Abed, il padre di Mohammed, teme ogni
giorno che possa accadere qualcosa ad un componente della propria
famiglia. Durante la nostra visita ci
accorgiamo che Abed si assenta per circa una
mezz'ora.
Ci spiegano che il figlio minore
ha lasciato il negozio per tornare a casa a piedi, che dista circa 15
minuti da dove ci troviamo noi. Lui ha avuto paura. E' voluto
tornare a casa solo per controllare che fosse arrivato sano e salvo ed
è tornato da noi in negozio.