13/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo un difficile dibattito, la decisione del ritiro israeliano dlla Striscia di Gaza
Donna palestineseLa decisione di ritirare la presenza israeliana dalla Striscia di Gaza è stata raggiunta dopo un difficile dibattito alla Knesset soprattutto grazie all’impegno personale del premier Sharon che l’ha fortemente sostenuta, proponendola fin dall’inizio come un processo dichiaratamente unilaterale a causa dell’impossibilità di trovare degli interlocutori “credibili ” da parte palestinese, è destinata a portare grandi novità nella vita della sua popolazione.
 
L’ex capo della sicurezza nella Striscia, Mohammed Dahlan, è stato tra i primi a comprendere la portata dei cambiamenti che, se il piano fosse realizzato, l’Autorità Palestinese dovrebbe affrontare direttamente. In un’intervista rilasciata agli inizi di giugno, esortava il Governo e il Presidente Arafat a non farsi trovare impreparati di fronte all’eventuale ritiro e ad agire. “Perchè il loro compito non è quello di contare i morti sul campo, bensì di trovare soluzioni per mettere fine allo spargimento di sangue”. Il problema della sicurezza in quello che potrebbe diventare territorio palestinese non occupato (o dis-occupato, alludendo alla generale condizione economica ) è uno dei più complessi e decisivi per Arafat. Il presidente palestinese, ancora confinato nel suo quartier generale a Ramallah, deve in qualche modo dimostrare di avere il controllo della Striscia che, in mancanza di riforme radicali, cadrebbe quasi certamente nelle mani dei gruppi estremisti islamici.
 
Bambini a Gaza contro carroarmatoIn questo contesto si è inserita la diplomazia egiziana, un contributo essenziale ma accolto in modo non completamente favorevole da entrambe le parti: Sharon in occasione della recente visita dell’ex capo dei servizi di sicurezza egiziani dichiarava che “il coinvolgimento dell’Egitto ha grande importanza, ma il ritiro da Gaza è stato concepito come una mossa unilaterale e tale deve restare”, escludendo così l’ipotesi di negoziati diretti tra Israele e Autorità Palestinese. In realtà un ruolo di mediazione l’Egitto l’ha già avuto, promettendo ad Arafat la libertà di spostarsi da Ramallah in cambio di una riforma dei servizi di sicurezza che ne riduca il numero di apparati da 12 a 3, e della nomina di un ministro degli Interni a cui solo, essi rispondano.
 
Al momento le forze di sicurezza sono sotto il controllo diretto di Arafat e il ministro degli Interni non ha potere di controllo sulle varie forze che si occupano, ognuna per conto proprio di sicurezza preventiva, di intelligence generale, del controllo delle droghe, del contrabbando, di intelligence militare, polizia e sicurezza nazionale. La ragione per cui si chiede con tanta insistenza la riduzione dei corpi di sicurezza e la presenza di un Ministro dell’Interno incorruttibile e forte è che oggi questi reparti versano in una situazione di profonda disgregazione e sono costretti a lavorare in condizioni umilianti che favoriscono la corruzione tra gli ufficiali. Recentemente ci sono anche stati casi di ammutinamento e di scontri tra diversi reparti della polizia palestinese. A commento di questi episodi, Eyad al-Sarraj, presidente del Gaza Community for Mental Health Preject e grande conoscitore della Striscia di Gaza commentava: “ dov’è un ministro che sappia arginare questa pericolosa crisi morale dei soldati palestinesi? Dov’è il ministro dell’interno capace di riempire i vuoti di potere lasciati dall’inutile Autorità Palestinese? Dov’è un uomo che sappia trattare con le Brigate al-Aqsa, le Brigate Qassam e tutte le altre, per garantire la sicurezza ai cittadini palestinesi senza distinzioni? Dov’è il ministro capace di imporre alle stesse forze di sicurezza il rispetto per la legalità e di cerare una nuova situazione in cui l’assenza di sicurezza non diventi una giustificazione per la mancanza di giustizia nelle corti?”. Arafat, nonostante le molte perplesità ha comunicato la sua approvazione al piano Moubarak scrivendo direttamente al presidente Egiziano, al quale ha chiesto anche di fare pressione su Israele affinchè il piano di ritiro venga integrato nella Road Map e che dunque il ritiro riguardi anche gli insediamenti della West Bank. Il Raìs ha anche accettato di presiedere il comitato che dovrà supervisionare le fasi del ritiro, comitato di cui fan parte anche il Primo Ministro Abu Ala e Mohammed Dahlan.
 
Uno dei problemi più scottanti al momento è l’ipotesi di integrare i militanti dei vari gruppi radicali nei nuovi servizi di sicurezza, ipotesi a cui i vari gruppi hanno reagito in modo diverso: maggior resistenza si è riscontrata da Hamas, che per voce di uno dei suoi capi, Mahmoud Zahhar, ha dichiarato di essere disposto ad accettare il ritiro israeliano dalla Striscia senza però rinunciare al diritto all’intera Palestina storica. “Proponiamo la formazione di un esercito nazionale e di un apparato di sicurezza che uniscano tutti i partiti politici e vedano di buon occhio l’aiuto egiziano”. Zahhar ha anche sostenuto la necessità di elezioni per determinare chi guiderà la striscia, una dichiarazione che minaccia direttamente l’autorità di Arafat, la cui popolarità nell’area è decisamente inferiore a quella di Hamas.
 
Da parte delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, il braccio armato del partito di Arafat, si è invece assistito ad un rapido cambiamento di posizione: inizialmente Zakaria Zubeideh, noto miltante di Jenin, ha annunciato che le brigate non avrebbero fermato gli attacchi anche dopo il ritiro, pochi giorni dopo, lo stesso Zubeideh ha dichiarato: “E' il raìs che decide, se vuole che entriamo nei servizi di sicurezza dell’Anp, noi siamo daccordo.” Questa dichiarazione mostra come in Al-Fatah si stia rafforzando la corrente riformista legata all' ex ministro per la Sicurezza Interna, Mohammed Dahlan. Le elezioni interne al movimento politico, in corso dalla fine di maggio in vari distretti dei Territori, hanno visto il successo dei riformisti che chiedono in particolare un immediato ricambio generazionale ai vertici di Al-Fatah. Successo ancora più marcato nella Striscia di Gaza. Arafat, di fronte alla valanga di voti ottenuta dai riformisti, ha deciso di congelare il processo elettorale e non ha ancora indicato quando potrà riprendere. Dahlan, un tempo molto vicino ad Arafat, sostiene l’urgenza di rinnovare gli organismi direttivi di Al-Fatah, eletti 16 anni fa, e chiede di limitare i poteri esecutivi della presidenza palestinese.
 
L’idea di prendere il controllo della situazione integrando i componenti dei gruppi armati nelle forze di sicurezza non è una novità, ci aveva già provato l’anno scorso proprio Mohammed Dahlan, allora in conflitto con Arafat durante il governo Mazen. A decine di membri di Jihad, Hamas e Brigate dei Martiri di al-Aqsa, era stato offerto un “appetibile “ posto da poliziotto e la strategia aveva portato a una tregua degli attacchi negoziata dai gruppi armati insieme all’Egitto. Oggi gli attori in campo sono gli stessi ma le circostanze sono completamente mutate. Lo stesso ritiro unilaterale ben difficilmente potrebbe rientrare entro la Road Map, la cui caratteristica principale è la reciprocità delle concessioni.
 
Il 22 giugno, alla vigilia della visita del capo dei servizi egiziani Omar Suleiman a Ramallah, i movimenti radicali uniti sembravano nuovamente intenzionati ad opporsi al ruolo dell’Egitto, rilasciando una dichiarazione congiunta in cui affermavano: “ Siamo sorpresi e deploriamo che si parli di un ruolo di sicurezza che alcune parti dovrebbero svolgere a Gaza e in West Bank, perchè il nostro popolo si aspetta che la Nazione araba si comporti secondo una logica di sostegno dei palestinesi e non di sicurezza che è inapplicabile nel caso del popolo palestinese che sta difendendo la sua terra e i suoi luoghi santi. Questi riferimenti alla sicurezza stravolgono le cose e fanno del popolo palestinese il problema e non la vittima dell’occupazione.” I firmatari attaccano l’Egitto e la Giordania nel timore che il loro ruolo ventilato nella sicurezza rappresenti un tentativo di rilevare il problema palestinese. “ Il popolo palestinese non accetterà la logica del guardiano e la trasformazione dei palestinesi in apprendisti al posto di una comune politica araba.” A fronte di questa dichiarazione invece  l’Egitto ha assicurato di volere l’assenso formale di tutte le istituzioni palestinesi competenti prima di autorizzare una sua presenza formale a Gaza, e ha concesso ad Arafat due mesi di tempo per mantenere le promesse di riforme. Arafat ha accettato di nominare un nuovo ministro dell’interno perchè si occupi della sicurezza nel paese, annunciando la nomina di Taid Abdul Rahim gradito anche da Israele e dall’Egitto. Rahim è anche un membro di lungo corso di Fatah, il partito di Arafat, ed è stato spesso il suo inviato a Gaza, le riformate forze di sicurezza, dovrebbero essere sotto il suo controllo.
 
Intanto un gruppo di diplomatici del Quartetto (Usa, Russia, UN, UE), in visita mercoledì 7 luglio da Abu Ala per accelerare il processo di riforme, si sono detti stanchi e insoddisfatti delle “vuote promesse” dell’Autorità Palestinese. In particolare, il responsabile principale della immobilità viene considerato il presidente Arafat, che non a caso i delegati hanno evitato di incontrare. In un comunicato gli vengono infatti ricordati gli impegni presi: “Arafat deve ridurre la sua dozzina di corpi della sicurezza ad un massimo di tre, rimuovere tutti i comandanti corrotti, cambiare Ministro dell’Interno e dargli potere effettivo ”, e si minaccia che “ se le riforme alla sicurezza non saranno attuate non ci sarà più alcun supporto e finanziamento da parte dalla comunità internazionale”.
 
Un sondaggio, svolto dal Centro Palestinese per le Ricerche Politiche di Ramallah ha rivelato che il 64% dei palestinesi guarda con favore l’iniziativa diplomatica egiziana parallela al piano Sharon, che l’81% è favorevole ad una riorganizzazione e riduzione dei servizi di sicurezza, il 53% è favorevole all’invio di forze militari egiziane per addestrare i nuovi servizi di sicurezza e l’87% vorrebbe che a guidare le forze di sicurezza fosse un ministro dell’interno dotato di poteri effettivi.
 
Naoki Tomasini
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Israele - Palestina