Dopo un difficile dibattito, la decisione del ritiro israeliano dlla Striscia di Gaza
La decisione di ritirare la presenza
israeliana dalla Striscia di Gaza è stata raggiunta dopo un difficile
dibattito alla Knesset soprattutto grazie all’impegno personale del
premier Sharon che l’ha fortemente sostenuta, proponendola fin
dall’inizio come un processo dichiaratamente unilaterale a causa
dell’impossibilità di trovare degli interlocutori “credibili ” da parte
palestinese, è destinata a portare grandi novità nella vita della sua
popolazione.
L’ex capo della
sicurezza nella Striscia, Mohammed Dahlan,
è stato tra i primi a comprendere la portata dei cambiamenti che, se il
piano fosse realizzato, l’Autorità Palestinese dovrebbe affrontare
direttamente. In un’intervista rilasciata agli inizi di
giugno, esortava il Governo e il Presidente Arafat a non farsi trovare
impreparati di fronte all’eventuale ritiro e ad agire. “Perchè il loro
compito non è quello di contare i morti sul campo, bensì di trovare
soluzioni per mettere fine allo spargimento di sangue”. Il problema della sicurezza
in
quello che potrebbe diventare territorio palestinese non occupato (o
dis-occupato, alludendo alla generale condizione economica ) è uno dei
più complessi e decisivi per Arafat. Il
presidente palestinese, ancora confinato nel suo quartier
generale a Ramallah, deve in qualche modo dimostrare di
avere il controllo della Striscia che, in mancanza di riforme radicali,
cadrebbe quasi certamente nelle mani dei gruppi estremisti islamici.
In
questo contesto si è inserita la diplomazia egiziana, un contributo
essenziale ma accolto in modo non completamente favorevole
da entrambe le parti: Sharon in occasione della recente visita dell’ex
capo dei servizi di sicurezza egiziani dichiarava che “il
coinvolgimento dell’Egitto ha grande importanza, ma il ritiro da Gaza è
stato concepito come una mossa unilaterale e tale deve
restare”, escludendo così l’ipotesi di negoziati diretti
tra Israele e Autorità Palestinese. In realtà un ruolo di mediazione
l’Egitto l’ha già avuto, promettendo ad Arafat la libertà di spostarsi
da Ramallah in cambio di una riforma dei servizi di sicurezza che ne
riduca il numero di apparati da 12 a 3, e della nomina di un ministro
degli Interni a cui solo, essi rispondano.
Al
momento le forze di sicurezza sono sotto il controllo
diretto di Arafat e il ministro degli Interni non ha potere di
controllo sulle varie forze che si occupano, ognuna per conto proprio
di sicurezza preventiva, di intelligence generale, del controllo delle
droghe, del contrabbando, di intelligence militare, polizia e sicurezza
nazionale. La ragione per cui si chiede con
tanta insistenza la riduzione dei corpi di sicurezza e la presenza di
un Ministro dell’Interno incorruttibile e
forte è che oggi questi reparti versano in una situazione di profonda
disgregazione e sono costretti a lavorare in condizioni umilianti che
favoriscono la corruzione tra gli ufficiali. Recentemente ci
sono anche stati casi di ammutinamento e di scontri tra diversi reparti
della polizia palestinese. A commento di questi episodi, Eyad
al-Sarraj, presidente del Gaza
Community for Mental Health Preject e grande conoscitore della Striscia
di Gaza commentava: “ dov’è un ministro che sappia arginare questa
pericolosa crisi morale dei soldati palestinesi? Dov’è il
ministro dell’interno capace di riempire i vuoti di potere lasciati
dall’inutile Autorità Palestinese? Dov’è un uomo che sappia trattare
con le Brigate al-Aqsa, le Brigate Qassam e tutte le altre, per
garantire la sicurezza ai cittadini palestinesi senza
distinzioni? Dov’è il ministro capace di imporre alle
stesse forze di sicurezza il rispetto per la legalità e di cerare una
nuova situazione in cui l’assenza di sicurezza non diventi una
giustificazione per la mancanza di giustizia nelle corti?”. Arafat,
nonostante le molte perplesità ha comunicato la sua
approvazione al piano Moubarak scrivendo direttamente al presidente
Egiziano, al quale ha chiesto anche di fare pressione su Israele
affinchè il piano di ritiro venga integrato nella Road Map e che dunque
il ritiro riguardi anche gli insediamenti della West Bank. Il
Raìs ha anche accettato di presiedere il comitato che dovrà
supervisionare le fasi del ritiro, comitato di cui fan parte anche il
Primo Ministro Abu Ala e Mohammed Dahlan.
Uno dei problemi più scottanti al momento è l’ipotesi di
integrare i militanti dei vari gruppi radicali nei nuovi servizi di
sicurezza, ipotesi a cui i vari gruppi hanno reagito in modo diverso:
maggior resistenza si è riscontrata da Hamas, che per voce di uno dei suoi capi,
Mahmoud Zahhar, ha dichiarato di essere
disposto ad accettare il ritiro israeliano dalla Striscia senza però
rinunciare al diritto all’intera Palestina
storica. “Proponiamo la formazione di un esercito nazionale e
di un apparato di sicurezza che uniscano tutti i partiti politici e
vedano di buon occhio l’aiuto egiziano”. Zahhar ha anche
sostenuto la necessità di elezioni per determinare chi
guiderà la striscia, una dichiarazione che minaccia
direttamente l’autorità di Arafat, la cui popolarità nell’area è
decisamente inferiore a quella di Hamas.
Da
parte delle Brigate dei Martiri di
al-Aqsa, il braccio armato del partito di Arafat, si è
invece assistito ad un rapido cambiamento di posizione: inizialmente Zakaria Zubeideh,
noto miltante di Jenin,
ha annunciato che le brigate non avrebbero fermato gli attacchi anche
dopo il ritiro, pochi giorni dopo, lo stesso Zubeideh ha dichiarato:
“E' il raìs che decide, se vuole che entriamo nei servizi di sicurezza
dell’Anp, noi siamo daccordo.” Questa dichiarazione mostra
come in Al-Fatah si stia rafforzando la corrente
riformista legata all' ex ministro per la Sicurezza
Interna, Mohammed Dahlan. Le elezioni interne al movimento
politico, in corso dalla fine di maggio in vari distretti dei
Territori, hanno visto il successo dei riformisti che chiedono in
particolare un immediato ricambio generazionale ai vertici di Al-Fatah.
Successo ancora più marcato nella Striscia di Gaza. Arafat, di fronte alla valanga
di voti ottenuta
dai riformisti, ha deciso di congelare il processo
elettorale e non ha ancora indicato quando potrà
riprendere. Dahlan, un tempo molto vicino ad Arafat, sostiene
l’urgenza di rinnovare gli organismi direttivi di Al-Fatah, eletti 16
anni fa, e chiede di limitare i poteri esecutivi della presidenza
palestinese.
L’idea di prendere il
controllo della situazione integrando i componenti dei gruppi armati
nelle forze di sicurezza non è una novità, ci aveva già provato l’anno
scorso proprio Mohammed Dahlan, allora in conflitto con Arafat durante
il governo Mazen. A decine di
membri di Jihad, Hamas e Brigate dei Martiri di al-Aqsa, era stato
offerto un “appetibile “ posto da poliziotto e la strategia aveva
portato a una tregua degli attacchi negoziata dai gruppi
armati insieme all’Egitto. Oggi gli attori in
campo sono gli stessi ma le circostanze sono completamente
mutate. Lo stesso ritiro unilaterale ben
difficilmente potrebbe rientrare entro la Road Map, la cui
caratteristica principale è la reciprocità delle
concessioni.
Il 22 giugno,
alla vigilia della visita del capo dei servizi egiziani Omar Suleiman a Ramallah,
i movimenti
radicali uniti sembravano nuovamente intenzionati ad opporsi al ruolo
dell’Egitto, rilasciando una dichiarazione congiunta in cui
affermavano: “ Siamo sorpresi e deploriamo che si parli di un ruolo di
sicurezza che alcune parti dovrebbero svolgere a Gaza e in West Bank,
perchè il nostro popolo si aspetta che la Nazione araba si comporti
secondo una logica di sostegno dei palestinesi e non di sicurezza che è
inapplicabile nel caso del popolo palestinese che sta difendendo la sua
terra e i suoi luoghi santi. Questi riferimenti alla sicurezza
stravolgono le cose e fanno del popolo palestinese il problema e non la
vittima dell’occupazione.” I firmatari attaccano l’Egitto e
la Giordania nel timore che il loro ruolo ventilato nella sicurezza
rappresenti un tentativo di rilevare il problema palestinese.
“ Il popolo palestinese non accetterà la logica del
guardiano e la trasformazione dei palestinesi in
apprendisti al posto di una comune politica araba.” A fronte
di questa dichiarazione invece l’Egitto ha assicurato di
volere l’assenso formale di tutte le istituzioni palestinesi
competenti prima di autorizzare una sua presenza formale
a Gaza, e ha concesso ad Arafat due mesi di tempo per mantenere le
promesse di riforme. Arafat ha accettato di nominare un nuovo
ministro dell’interno perchè si occupi della sicurezza nel paese,
annunciando la nomina di Taid Abdul Rahim
gradito anche da Israele e dall’Egitto. Rahim è anche un membro di
lungo corso di Fatah, il partito di Arafat, ed è stato spesso il suo
inviato a Gaza, le riformate forze di sicurezza, dovrebbero essere
sotto il suo controllo.
Intanto un gruppo
di diplomatici del Quartetto (Usa, Russia, UN, UE), in visita mercoledì 7 luglio
da
Abu Ala per accelerare il processo di riforme, si sono detti stanchi e
insoddisfatti delle “vuote promesse”
dell’Autorità Palestinese. In particolare, il responsabile principale
della immobilità viene considerato il presidente Arafat, che non a caso
i delegati hanno evitato di incontrare. In un comunicato gli
vengono infatti ricordati gli impegni presi: “Arafat deve ridurre la
sua dozzina di corpi della sicurezza ad un massimo di tre, rimuovere
tutti i comandanti corrotti, cambiare Ministro dell’Interno e dargli
potere effettivo ”, e si minaccia che “ se le riforme
alla sicurezza non saranno attuate non ci sarà più alcun supporto e
finanziamento da parte dalla comunità internazionale”.
Un sondaggio, svolto dal Centro Palestinese per le Ricerche Politiche di
Ramallah ha rivelato che il 64% dei palestinesi guarda
con favore l’iniziativa diplomatica egiziana parallela al piano Sharon,
che l’81% è favorevole ad una riorganizzazione e riduzione dei servizi
di sicurezza, il 53% è favorevole all’invio di forze militari egiziane
per addestrare i nuovi servizi di sicurezza e l’87% vorrebbe che a
guidare le forze di sicurezza fosse un ministro dell’interno dotato di
poteri effettivi.