Il 30 giugno e il 1 luglio
scorsi, l’Alta Corte di Giustizia di Israele aveva emesso due
sentenze che obbligano il tracciato del muro di sicurezza a rispettare
i diritti della popolazione civile palestinese. E sembra
quasi che i giudici di Tel Aviv abbiamo preparato la strada ai colleghi
che dovranno emettere la sentenza
Onu
"Questo tracciato
ha creato tali sofferenze alla popolazione locale che lo Stato deve
trovare un'alternativa, che forse garantirà meno sicurezza ma
danneggerà anche meno la popolazione locale. Questi percorsi
alternativi esistono”.
Per bocca del
Presidente Aharon Barak, coadiuvato dai consiglieri Eliahu Mazza e
Mishael Cheshin, l'Alta Corte di Giustizia d'Israele, il 30 giugno
scorso, ha ordinato di cambiare il tracciato di una parte del muro che
gli israeliani stanno costruendo da due anni a questa parte per
separare lo Stato ebraico dai Territori Occupati. La sentenza, che si
riferisca ad un tratto della barriera di separazione lunga 30
chilometri a nord ovest di Gerusalemme, arriva in risposta ad una
petizione presentata all'organo supremo della giurisdizione israeliana
dal consiglio di una decina di villaggi palestinesi. Lamentavano danni
irreparabili ai terreni di loro proprietà, attraversati dal percorso
del muro. La comunità palestinese interessata dal provvedimento è di
35mila persone, la cui vita sarebbe stata sconvolta dai lavori per
edificare il muro.
"Il tracciato distrugge
il delicato equilibrio tra gli obblighi del comando militare di
preservare la sicurezza", ha continuato il giudice Barak nella
sentenza, "e il suo dovere di provvedere ai bisogni degli abitanti
locali in modo severo ed acuto mentre viola i loro diritti tutelati
dalla legge".
"Questa è una decisione molto
importante, coraggiosa", ha dichiarato ai cronisti assiepati sulle
scale del palazzo dell'Alta Corte Mohammed Dahla, avvocato dei
palestinesi che presentavano la petizione, "sicuramente stabilisce un
precedente". L’avvocato Dahla è stato buon profeta: il giorno dopo
infatti, 1 luglio 2004, la Corte ha emesso una sentenza uguale rispetto
ad un'altra petizione presentata da 66 palestinesi. I giudici hanno
bloccato la costruzione di un tratto di muro lungo 1 chilometro a sud
di Gerusalemme, nei pressi dell'insediamento ebraico di Har Hama. Gli
arabi vivono nella località di Nuaman che sarebbe rimasta intrappolata
dal sbagliato del muro, lontano dalla Cisgiordania.
"Questa sentenza è più
importante di quella della corte dell’Aja", ha dichiarato Dahla,
"perché è esecutiva. Conferma quello che sosteniamo dal primo giorno di
questa vicenda: la costruzione del muro è illegale. C’è un altro modo
di farlo, senza violare i diritti della popolazione civile
palestinese". L'avvocato fa riferimento all'appuntamento del 9 luglio
prossimo, quando la Corte Internazionale di
Giustizia che ha sede all'Aja, pronuncerà il
parere consultivo sulla legittimità del muro richiesto dall'Assemblea
Generale delle Nazioni Unite l'8 dicembre 2003.
Molti osservatori hanno notato una perlomeno curiosa
coincidenza di tempi. Il governo Sharon ha reso pubblico il suo
progetto di costruire una barriera di sicurezza che proteggesse i
cittadini israeliani dagli attentati suicidi nel luglio del 2002. Il
tracciato definitivo sarà lungo 700 chilometri e, in molti punti,
sconfina in quello che dovrebbe essere il futuro stato palestinese. Per
gli arabi diventa subito il muro della vergogna, la barriera razzista
che punta a fare dell'eventuale Stato di Palestina una serie
frammentata di villaggi imprigionati dal muro.
Nasce subito un
movimento che si oppone alla costruzione del muro, composto
da israeliani e palestinesi, appoggiati da associazioni e intellettuali
di tutto il mondo. Dopo due anni, proprio alla vigilia della sentenza
della corte dell'Aja , il cui giudizio è stato ufficialmente ignorato
dal governo Sharon che non riconosce l'autorità della Corte in quanto
la stessa è preposta a risolvere le controversie tra Stati, cosa che la
Palestina ancora non è.
Resta il dato di fatto di una sentenza molto importante,
che per la prima volta rompe una solida certezza del governo d'Israele:
la sicurezza nazionale ha la priorità su qualunque altro aspetto.
Quindi l'espropriazione delle terre dei Palestinesi, i nuclei familiari
separati, gli ulivi abbattuti e la separazione forzata di migliaia di
persone dai posti di lavoro, dalle scuole, dagli ospedali e dai campi
era accettabile in nome dell'interesse nazionale. La Corte con queste
due sentenze ha ricordato a politici e militari di Tel Aviv che il
rispetto dei diritti umani non è una scelta, ma un obbligo.
Il governo di Sharon, in attesa della sentenza
dell'Aja, incassa il colpo e cerca di reagire. Gilad Erdan, deputato
del partito di governo Likud, ha presentato una proposta di legge per
fare della barriera di sicurezza un ‘progetto nazionale prioritario’,
qualifica che toglierebbe all'Alta Corte il potere di giudicare in
materia. Nel frattempo, le associazioni che si battono per i diritti
dei palestinesi, esultano. Nella convinzione che queste decisioni
facciano da battistrada a quella dei giudici dell'Aja.
“L'Alta Corte ha preso una decisione molto importante. Il
terrorismo non si ferma con muri e barriere, ma dando ai Palestinesi
uno Stato indipendente. L'ottusa poitica del governo e dei militari
riesce a esprimere solo tank e bulldozer che distruggono la vita di
centinaia di migliaia di Palestinesi". Uri Avnery, membro di Gush Shalom, una delle
organizzazioni che si battono contro le violazioni che il muro comporta
commenta così le sentenze.
"Se il muro dev'essere
costruito, bisogna farlo rispettando i limiti della Linea
Verde (la divisione tra Israele e Territori Occupati sancita
dalle Nazioni Unite), senza deviazioni di sorta", aggiunge Avnery,
"l'aspetto più importante di questa vicenda è che Israele viene
richiamata a rispettare le leggi della comunità internazionale di cui
fa parte".
Chi sembra non toccato
dall’entusiasmo degli attivisti è l'Autorità Palestinese. L'unico a
parlare è stato Saab Erekat, capo negoziatore con Israele. "Noi
cerchiamo la fine di questa aggressione nella sua interezza e in tutto
il territorio palestinese", ha dichiarato Erekat, "non c'interessano i
piccoli aggiustamenti che Israele, nella sua unilaterale magnanimità,
vorrà concederci".
La Corte Internazionale
di Giustizia si pronuncierà il 9 luglio prossimo. Il suo sarà solo un
parere consultivo, ma se la sua sentenza fosse sfavorevole a Israele,
potrebbe aumentare l'isolamento di Sharon a livello internazionale. La
quasi totalità dei Paesi, compresi gli alleati storici di
Washington, ha infatti già condannato la costruzione del muro. L'attesa è cominciata,
ma sarà sicuramente meno lunga e
dolorosa di quella che ogni giorno aspetta i Palestinesi, la cui vita è
ormai scandita dall'apertura e dalla chiusura di un cancello. Come in
carcere.