06/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Una squadra di calcio palestinese in Italia per promuovere lo sport in 'libertà'
Allenamenti dell’Associazione Sportiva Abu Ammar ShababiaL’Associazione Sportiva Abu Ammar Shababia, una squadra di calcio di ragazzi palestinesi del campo profughi di Dheisheh (Betlemme) è stata protagonista di una singolare iniziativa organizzata da due associazioni milanesi e sostenuta dalle “curve” di alcune squadre di calcio professionistiche italiane.
 
“Cartellino rosso al razzismo” è il titolo della manifestazione itinerante che si tiene dal 5 al 14 luglio e che avrà il suo epilogo durante il Campionato mondiale antirazzista che è parte integrante della campagna “Sport sotto l’assedio”. Questa iniziativa è destinata agli abitanti del campo profughi di Dheisheh ed è organizzata da alcune associazioni milanesi che si sono date appuntamento davanti a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano.
 
Hied, sedici anni, ha occhi neri come la pece e lo sguardo da adulto. Hied si ferma e con un sorriso in italiano mi dice: “ Ciao”. Accanto a lui un signore arabo che vive da anni in Italia, e che li accompagna nel viaggio, mi dice di essere a disposizione per far da traduttore.
 
Hai voglia di raccontarmi come fate per allenarvi? “Ci alleniamo nella scuola dove studiamo. In uno spazio molto piccolo perché non abbiamo il permesso di uscire dal campo. Negli ultimi tempi le cose vanno meglio grazie all’intervento dei “ragazzi” (le due associazioni organizzatrici, ndr). Abbiamo ricevuto il materiale giusto ma quello che ci manca è lo spazio. Cerchiamo anche di allenarci in altri posti ma facendolo rischiamo moltissimo. Non ci sono molti luoghi sicuri da noi".
 
Si preoccupano i tuoi genitori quando sei in giro a giocare? “ Si certo. Ma mi incoraggiano a praticare lo sport anche sotto assedio. Mi dicono di continuare a sperare nello sport. Potrebbe aiutarmi ad uscire, a vedere l’esterno.”
 
Hai mai disputato una partita di calcio contro dei tuoi coetanei israeliani? “Assolutamente no. Ci considerano nemici e ci vogliono ammazzare. Non abbiamo modo di avere contatti con loro.”
 
Secondo te il calcio può essere un mezzo di aggregazione fra il tuo popolo e gli israeliani? “E’ difficile dirlo. Per noi il calcio è un mezzo. Ci permette di comunicare con le realtà all’estero. Tutto questo lo facciamo al fine aiutare il nostro popolo. Anche il calcio può essere un modo per lottare per la libertà e l’indipendenza della Palestina.”
 
Riuscite a vedere le partite di calcio dei campionati stranieri? "Alcune volte riusciamo a vedere le partite internazionali. Come gli Europei o i campionati del mondo. Molto spesso però gli israeliani ci tolgono la corrente, quando è in arrivo un’incursione oppure quando c’è il coprifuoco. Un giorno vorrei vedere la squadra nazionale palestinese crescere e magari fronteggiarsi alla pari con le migliori squadre al mondo.”
 
Ahmed, anche lui sedici anni, indossa la maglia di Ronaldo e dice: “lo stimo, mi piace moltissimo”. Sono giunti in Italia per i campionati mondiali antirazzisti che si svolgeranno a Montecchio, in provincia di Reggio Emilia. Il progetto nasce dalla voglia di pace e dalla passione per lo sport di alcuni ragazzi che gestiscono due associazioni, la Jalla onlus e l’a.s. Salah onlus, ambedue impegnate a diffondere lo sport come valore e a costruire progetti di cooperazione internazionale. Portano in giro la loro voglia di libertà. Animati dallo spirito sportivo sostengono con orgoglio il motto “cartellino rosso al razzismo”.
 
Inclemente un forte temporale rischia di rovinare la partita. I “ragazzi di Arafat” indossano velocemente una casacca bianca. Bisogna fare presto. Hied: “siamo proprio sfortunati...”. Sembra una battuta ma mentre lo dice è incisivo, lapidario, freddo.
 
Cinque per parte, qualche fumogeno per creare il “clima-stadio”, via si parte. Inizia una partitella spensierata. I goal non si contano. Ad un certo punto la palla arriva vicino ad un gruppo di poliziotti. Non la toccano.
 
Hai visto, c’è anche la polizia, come in uno stadio vero.... “Che differenza vuoi che faccia per me? Una divisa verde, una blu, una gialla...ormai sono abituato, io, alle divise”.
 
La gara continua. Non una vera partita ma un regalo di libertà per questi ragazzini che vivono sotto assedio quotidiano, dentro un campo profughi. Ragazzi per i quali pace e libertà sono solo parole. Ma che hanno visto tante armi, vere. Dieci ragazzini che sognano di diventare campioni mentre vivono in Palestina. Sotto assedio.
 
Alessandro Grandi
Categoria: Pace, Sport
Luogo: Israele - Palestina