L’Associazione Sportiva Abu Ammar Shababia,
una squadra di calcio di ragazzi palestinesi del campo profughi di
Dheisheh (Betlemme) è stata protagonista di una singolare iniziativa
organizzata da due associazioni milanesi e sostenuta dalle “curve” di
alcune squadre di calcio professionistiche italiane.
“Cartellino rosso al
razzismo” è il titolo della manifestazione itinerante che si tiene dal
5 al 14 luglio e che avrà il suo epilogo durante il Campionato mondiale
antirazzista che è parte integrante della campagna “Sport sotto
l’assedio”. Questa iniziativa è destinata agli abitanti del campo
profughi di Dheisheh ed è organizzata da alcune associazioni
milanesi che si sono date appuntamento davanti a
Palazzo Marino, sede del Comune di
Milano.
Hied,
sedici anni, ha occhi neri come la pece e lo sguardo da
adulto. Hied si ferma e con un sorriso in italiano mi dice: “
Ciao”. Accanto a lui un signore arabo che vive da
anni in Italia, e che li accompagna nel viaggio, mi dice di essere a
disposizione per far da
traduttore.
Hai voglia di raccontarmi
come fate per allenarvi? “Ci alleniamo nella
scuola dove studiamo. In uno spazio molto piccolo perché non abbiamo il
permesso di uscire dal campo. Negli ultimi tempi le cose vanno
meglio grazie all’intervento dei “ragazzi” (le due
associazioni organizzatrici, ndr). Abbiamo ricevuto il
materiale giusto ma quello che ci manca è lo spazio. Cerchiamo anche di allenarci
in altri
posti ma facendolo rischiamo moltissimo. Non ci sono molti luoghi
sicuri da noi".
Si preoccupano i tuoi
genitori quando sei in giro a giocare? “ Si
certo. Ma mi incoraggiano a praticare lo sport anche sotto assedio. Mi
dicono di continuare a sperare nello sport. Potrebbe aiutarmi ad
uscire, a vedere l’esterno.”
Hai mai
disputato una partita di calcio contro dei tuoi
coetanei israeliani? “Assolutamente
no. Ci considerano nemici e ci vogliono ammazzare. Non abbiamo modo di
avere contatti con loro.”
Secondo te
il calcio può essere un mezzo di aggregazione fra il tuo popolo e gli
israeliani? “E’ difficile dirlo. Per noi il
calcio è un mezzo. Ci permette di comunicare con le realtà all’estero.
Tutto questo lo facciamo al fine aiutare il nostro popolo. Anche il
calcio può essere un modo per lottare per la libertà e l’indipendenza
della Palestina.”
Riuscite a vedere le partite di calcio dei campionati
stranieri? "Alcune volte riusciamo a vedere le
partite internazionali. Come gli Europei o i campionati del mondo.
Molto spesso però gli israeliani ci tolgono la corrente, quando è in
arrivo un’incursione oppure quando c’è il coprifuoco. Un giorno vorrei
vedere la squadra nazionale palestinese crescere e magari
fronteggiarsi alla pari con le migliori squadre al mondo.”
Ahmed, anche lui sedici anni, indossa la
maglia di Ronaldo e dice: “lo stimo, mi piace moltissimo”. Sono giunti
in Italia per i campionati mondiali antirazzisti che si svolgeranno a
Montecchio, in provincia di Reggio Emilia. Il progetto nasce
dalla voglia di pace e dalla passione per lo sport di alcuni ragazzi
che gestiscono due associazioni, la Jalla onlus e l’a.s. Salah
onlus, ambedue impegnate a diffondere lo sport come valore e a
costruire progetti di cooperazione internazionale. Portano in
giro la loro voglia di libertà. Animati dallo spirito sportivo
sostengono con orgoglio il motto “cartellino rosso al razzismo”.
Inclemente un forte
temporale rischia di rovinare la partita. I “ragazzi di Arafat”
indossano velocemente una casacca bianca. Bisogna fare presto. Hied:
“siamo proprio sfortunati...”. Sembra una battuta ma mentre lo dice è
incisivo, lapidario, freddo.
Cinque per
parte, qualche fumogeno per creare il “clima-stadio”, via si parte.
Inizia una partitella spensierata. I goal non si contano. Ad un certo
punto la palla arriva vicino ad un gruppo di poliziotti. Non la
toccano.
Hai visto, c’è anche
la polizia, come in uno stadio vero.... “Che
differenza vuoi che faccia per me? Una divisa verde, una blu, una
gialla...ormai sono abituato, io, alle divise”.
La gara continua. Non una vera partita ma un regalo di
libertà per questi ragazzini che vivono sotto assedio quotidiano,
dentro un campo profughi. Ragazzi per i quali pace e libertà sono solo
parole. Ma che hanno visto tante armi, vere. Dieci ragazzini che
sognano di diventare campioni mentre vivono in Palestina. Sotto
assedio.