“Sei anni fa, una
donna palestinese che dopo nove anni di cure contro la sterilità era
rimasta incinta di due gemelli e stava per partorire, venne bloccata
dai militari israeliani a un check-point. Partorì lì, ma i piccoli non
riuscirono a sopravvivere. In quelle stesse ore, mia nuora metteva al
mondo due gemelli. Capisce? Ho due nipoti che oggi hanno sei anni e non
posso non pensare a quella donna. Se fossi stata lì, forse avrei potuto
salvarli”.
Questa tragedia segnò profondamente la vita di Daniela Yoel e
la spinse ad aderire a Machsom
Watch,
un’associazione creata nel gennaio 2001 da
Ronnee Jaeger, un’attivista ebrea-canadese con esperienza di difesa dei
diritti umani in Guatemala e Messico, Adi Kuntsman, docente femminista
emigrata dall’ex Unione sovietica nel 1990, e un’ebrea ortodossa,
Yehudit Keshet. Gli obiettivi erano tre: monitorare il comportamento
dei soldati e della polizia ai check-point; assicurare che i diritti
umani e civili dei palestinesi vengano rispettati, soprattutto nel
momento del loro ingresso in Israele; registrare e diffondere i
risultati raccolti. Machsom Watch è
aperta esclusivamente alle donne israeliane, di qualunque età,
professione, classe sociale, tendenza politica (ma le accomuna
l’impegno per i diritti umani e la lotta contro l’occupazione, ndr).
Ormai sono più di 400. La maggior parte di
loro hanno un’età medio-alta, i capelli bianchi e il viso segnato dal
tempo. E questo fatto, solo in parte, le pone al riparo dagli attacchi.
Capita spesso che, ai check-point, vengano accolte con frasi
del tipo: “Sono arrivate le nonne, le zie”. Altre volte, invece,
l’accoglienza è un misto di insulti, minacce e imprecazioni. Una di
loro ha recentemente raccontato tra le lacrime di essere stata chiamata
“puttana, puttana, puttana” da una pattuglia di soldatesse. Questo
demoralizzerebbe chiunque, ma non loro. Al contrario: è la conferma che
la loro presenza dà fastidio.
Pur essendo la società israeliana oggi forse ancor più
machista e più militarizzata di un tempo, resta il fatto che fu il
movimento delle Quattro Madria far evacuare
l’Esercito israeliano dal sud del Libano. Dunque, nessuno sottovaluta
il ruolo delle donne in Israele.
Dopo la passeggiata di Sharon sulla spianata
delle Moschee (settembre 2000) e lo scoppio della seconda Intifada, la
risposta israeliana è stata durissima: assedio alla Cisgiordania, abusi
e maltrattamenti sempre più gravi ai check-point, ecc. Per poterli
oltrepassare, i palestinesi devono mostrare una carta di identità che,
se israeliana, a volte funziona, mentre se è palestinese non ha alcun
valore. I soldati la vedono, la prendono e sequestrano per ore. A
volte, viene detto loro di andarla a ritirare presso una base militare
o in Comune. “Il tempo dei palestinesi, per i militari, è
diverso dal nostro”, riprende Daniela Yoel. “Ai check point si può
morire, avere un infarto ed essere lasciati per terra, aspettare per
ore il trasbordo obbligatorio da un’ambulanza ad un’altra”.
Che
c’entra tutto ciò con la sicurezza? Di
rado, i soldati israeliani non se lo chiedono. Sono troppo
giovani. Arrivano qui, con le loro facce da ragazzini diciottenni,
dritti dritti da training dove viene inculcato loro che ogni
palestinese – uomo, donna o bambino che sia – è un potenziale
terrorista. Non un essere umano. E quindi non si rendono nemmeno conto
di quanto stancante e umiliante possa essere un’attesa, sotto il sole
cocente, con le braccia alzate e la faccia rivolta verso il muro. Ecco
perché la presenza di Machsom Watch si fa ogni giorno più importante:
oltre a disincentivare gli abusi,
raccolgono preziosissime informazioni anche per altre organizzazioni
israeliane che operano in difesa dei diritti umani nei
Territori, compresa B’Tselem, the Association for Civil Rights in
Israel (Acri), e Hamoked - the Center
for the Rights of the Individual.