22/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Gheddafi rimane 'fino alla morte'

Muammar Gheddafi non lascia. "Io sono il leader di una rivoluzione, non sono un presidente. Non ho un mandato da cui dimettermi", e perciò morirà da martire, come un combattente che resiste fino all'ultima goccia di sangue.

Per settantacinque minuti il leader libico ha urlato rabbioso contro i "ratti che hanno invaso le strade", contro le "bande di giovani drogati e ubriachi" che assaltano le caserme e le stazioni di polizia. Il Colonnello si è rivolto ai suoi sostenitori che lo ascoltavano nella Piazza Verde di Tripoli: "Uscite dalle vostre case, scendete in strada. Cacciate i nemici, andate a prenderli fin dentro le loro tane". Gheddafi prospetta il fantasma della guerra civile, ma di fatto la dichiara con il suo discorso. Mettendo libici contro libici, civili contro civili: "Indossate una fascia verde come riconoscimento, a partire da domani andate e combattete, ripulite la Libia casa per casa!". "Liberate Bengasi!" È il vero punto di non ritorno, è il momento dello scontro finale e, presumibilmente, il sangue scorrerà a fiumi. "Finora non ho ordinato che si sparasse neanche una sola pallottola, ma quando lo farò, tutto andrà in fiamme". E poi si rivolge ai famigliari dei giovani manifestanti: "Sono giovani, non hanno colpe, sono stati strumentalizzati, drogati e ubriacati dai servitori del diavolo. Riportateli a casa". Perché da domani non ci saranno più scusanti.

Dalla sua residenza di Tripoli - poi diventata monumento nazionale - bombardata "da 170 caccia americani" nel 1986, il rais di Tripoli ha rivendicato l'orgoglio nazionale della Libia, un paese "leader mondiale che oggi temono tutti". I suoi attacchi sono trasversali, i suoi nemici vanno dal diavolo occidentale - Usa e Gran Bretagna - agli estremisti islamici che vorrebbero trasformare la Libia in "una base di Al-Qaeda". "Volete questo?". "Che gli Stati Uniti occupino la Libia come hanno fatto con Afghanistan, Iraq e Somalia per sradicare l'estremismo islamico?" La telecamera della Tv di stato indugia più volte sul monumento posto all'esterno della residenza: il pugno dorato libico che stritola un caccia americano.

Gheddafi ha poi fatto riferimento al discorso sulle riforme fatto il giorno prima dal figlio Saief al-Islam: maggiore autonomia alle regioni e ai comuni tramite la costituzione dai 50 fino ai 150 comitati del popolo che amministreranno il territorio. Ma questo è l'unico passaggio politico, durato pochi minuti. Il discorso è sempre stato, per il resto, sul binario dell'attacco: contro l'Occidente che vuole riaprire l'epoca del colonialismo, contro le emittenti Tv arabe che hanno dato al mondo "una visione distorta del popolo dei coraggiosi, della gioventù patriottica", che è il vero volto della Libia, non quello mostrato dai codardi pagati da "un gruppo di malati che agisce dal di fuori".
"Da domani" assicura Gheddafi, "l'ordine e la sicurezza verranno ristabiliti in tutto il paese". Il leader ha dato il comando: esercito e polizia dovranno schiacciare la rivolta.
Ma, soprattutto, da domani partirà la vera sfida, quella più pericolosa: libici contro libici, civili contro civili.       

 

 

Nicola Sessa

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