Maha Nassar combatte per la libertà del suo popolo e per l'emancipazione femminile
“Siamo all’università di Roma, qui gli studenti arrivano la
mattina per le lezioni, fanno gli esami, si incontrano, parlano tra
loro e la sera tornano a casa, per dormire nei propri letti. Da noi non
è così. Ogni sera i nostri ragazzi debbono cambiare casa, cercare un
rifugio per sfuggire ai rastrellamenti e agli arresti delle truppe
speciali di Israele (Idf)”. In una piccola aula della facoltà di
lettere, Maha Nassar racconta la vita quotidiana del suo popolo. È una
donna, presidente dell’Unione dei comitati delle donne palestinesi
(Upwc). Insegnante è stata ospite delle prigioni di Tel Aviv.
“Poco prima di partire – continua Maha - un
gruppo di giovani della Birzeit University, otto chilometri a nord di
Ramallah, nei territori occupati dell’ovest, stavano organizzando una
mostra fotografica. Era pensata per testimoniare le condizioni di vita
in Cisgiordania e Gaza. Avevano previsto un allestimento che ricordasse
le carceri all’aperto, nelle quali sono imprigionati i nostri militanti
dal governo di Ariel Sharon. Come quelle, la struttura era una tenda
con lamiera zincata. Il lavoro per prepararla era complicato. Bisognava
trovare le immagini, stamparle, realizzare pannelli e didascalie.
Insomma, ci volevano giorni. Tutte le sere gli organizzatori dovevano
cambiare casa, nascondersi per evitare i
rastrellamenti dei servizi segreti. Alla fine, tanto evidente
era il pericolo di essere catturati, che hanno dovuto affrettare il
lavoro e aprire la mostra in anticipo. Per impedire che tutto
il loro impegno andasse perso. Questa è la vita in Palestina”.
L’aula ricorda anni lontani, in una
facoltà, quella di Lettere, che fu uno dei luoghi
storici del ’68 romano. L’edificio, di pietra bianca, è di stile
fascista e in quegli anni la grande scalinata dalla quale si accede al
palazzo era il luogo di incontro di un variopinto mondo di giovani,
occupati a discutere, litigare, affiggere manifesti murali.
Oggi, in caldo pomeriggio di giugno, molte cose sono
cambiate e l’impegno degli studenti è meno visibile. Pochi ragazzi
aspettano che Maha parli.
Si sta
proiettando un documentario sulla “Giornata della terra”. Un gruppo di
ragazzi, dall’accento romano molto marcato, ha voluto l’iniziativa.
Eppure sono palestinesi, i figli della comunità che vive nella capitale
italiana.
Il 30 marzo del 1976 gli arabi di
Israele avevano organizzato uno sciopero generale per protestare conto
la confisca da parte del governo di Tel Aviv di 1500 chilometri
quadrati delle loro terre in Galilea e nel Neghev. Dopo la costituzione
dello Stato sionista, 14 Maggio 1948, i cittadini di origine araba che
vivevano nei confini israeliani persero molti dei loro diritti e i
terreni. Tanto da far dire ad Azmi Bishara, deputato alla Knesset: “Noi
non siamo immigrati nello Stato di Israele, ma è lo Stato di Israele
che è venuto a noi. Allora noi dobbiamo forse giustificarci? Siamo
forse immigrati o lavoratori stranieri?”.
Quel giorno di marzo di 28 anni fa, il premier Ehud Barak,
ex generale ed esponente del partito laburista, tentò in tutti i modi
di impedire la manifestazione. Prima con intimidazioni, poi
concentrando un gran numero di soldati per non permettere lo
svolgimento del corteo. La popolazione scese in strada lo stesso e in
violenti scontri durati tre giorni morirono sei persone.
Da allora lo ‘Yom al Ard’, ‘la giornata della Terra’.
è diventata una festa nazionale per il popolo palestinese.
“Vorrei vederlo lì, seduto sul suo
letto, il mio giovane ragazzo. Invece lo hanno ucciso. La polizia
cercava i più giovani per sparare, perché sapevano che facendo così
avrebbero costretto gli adulti a desistere e fuggire. Lui oggi non c’è
più, ma resta nel mio cuore e io non sono la madre un martire, sono la
madre di Aseel”. L’immagine della donna parla dallo schermo, raccolta
da un regista che quel giorno non era ancora nato, Iyas Natur.
Maha guarda, seduta in un piccolo banco,
raccolta in silenzio e ascolta il racconto dei testimoni di quelle
giornate di sangue. Sui muri molti
manifesti denunciano le tante guerre e le violazioni dei
diritti in tante parti del mondo. Gli organizzatori combattono con un
microfono che non vuole funzionare.
La
rappresentante del Upwc lega la causa del suo popolo con quella per
l’emancipazione femminile: “Noi non possiamo accettare la violenza, la
distruzione delle nostre case, lo sradicamento dei nostri ulivi, gli
arresti illegali, i coprifuoco continui che impediscono alla
popolazione di vivere e lavorare. Più in generale noi donne palestinesi
dobbiamo vincere una tradizione che ci considera come persone di
seconda o terza classe. Abbiamo anche la necessità di contrastare i
gruppi fondamentalisti, che hanno una visione arcaica del nostro ruolo.
Dobbiamo, insieme alla lotta per la libertà di tutto il nostro popolo,
lavorare perché si varino leggi che ci proteggano da ogni genere di
discriminazione e violenza e che stabiliscano più chiari diritti per i
lavoratori e realizzino un nuovo codice di famiglia”.