22/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Gheddafi apparso fiaccato in video, non molla la presa. Comincia a muoversi la Comunità internazionale. L'incubo dei migranti sub sahariani.

Muammar Gheddafi è a Tripoli. La sua figura caricaturale è apparsa per ventidue secondi sugli schermi della Tv, la prima volta dopo molti giorni di assenza che aveva indotto qualcuno a pensare che il Colonnello avesse lasciato la Libia. Parlando al riparo di un ombrello, da quelle che secondo la Cnn sarebbero le fondamenta della Tv di stato libica (secondo altri la sua residenza Bab al Azizia di Tripoli), Gheddafi si è limitato a un brevissimo intervento per "rassicurare" l'opinione pubblica internazionale che non ha mai lasciato la capitale libica. Niente di più: non una parola sulle proteste, sulle morti dei civili o sul futuro della nazione.

Se non si trattasse di un personaggio come lui, verrebbe da dire che il messaggio è un concentrato di stranezze: seduto in un minivan, con un colbacco come copricapo e un ombrello bianco in mano. Non proprio l'immagine di un capo di stato saldo al potere che tutti aspettavano si rivolgesse solennemente a quello che - pare - non è più il suo popolo.

La città di Bengasi è nelle mani di comitati cittadini, così come altri centri della Cirenaica. A Tripoli, dopo la violenta eruzione di violenza dei giorni scorsi, regna invece una "calma surreale": questa è la descrizione offerta dall'inviato del The Guardian secondo cui si tratterebbe di un'operazione di propaganda in vista dell'arrivo di reporter stranieri.

Le voci di bombardamenti sulle manifestazione trovano agghiaccianti conferme nelle diserzioni degli aviatori che sono atterrati a Malta chiedendo asilo politico. Le operazioni ordinate da Gheddafi vanno ben al di là delle violazioni dei diritti umani: il mondo si trova davanti a veri e propri crimini di guerra compiuti ai danni della popolazione libica abbandonata a se stessa. I messaggi che gli "utopisti digitali" - come li ha definiti il senatore Maurizio Gasparri - lasciano su Twitter, assomigliano molto di più a testamenti, all'ultimo canto del cigno, più che ad aggiornamenti sulla situazione: "Dite al mondo che stiamo morendo per la libertà e che moriamo con onore", recita uno dei twitt più significativi. Altri si chiedono quale sarebbe stata la reazione del mondo se in Libia non ci fosse stato il petrolio o se tutto ciò fosse accaduto in Iran.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunisce a porte chiuse per discutere dei gravi eventi in corso nel paese nordafricano e il Tribunale penale internazionale (Icc) dell'Aja sta cercando prove per processare il leader libico per le sue responsabilità nell'uccisione di almeno 600 persone.  

La comunità internazionale comincia a muoversi, ancora una volta in ritardo, e fioccano le condanne da quelle più decise e marcate del premier britannico David Cameron ad altre più sfumate, come quelle del nostro ministro degli Esteri Franco Frattini, che si è detto "fortemente scosso da quello che abbiamo visto, anche se confermare notizie oggi è molto difficile". Più netto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che ha messo in agenda una telefonata al leader libico per "fermare le violenze".

Aumenta il numero degli ambasciatori libici dimissionari in tutto il mondo: dopo quelli di India, Indonesia, Bangladesh e il vice ambasciatore alle Nazioni Unite, anche l'ambasciatore di Libia a Washington ha fatto un passo indietro invitando Gheddafi a farsi da parte.

A soffrire non è solo la popolazione libica ma anche le migliaia di profughi e migranti sub sahariani, vittime inconsapevoli di una caccia allo straniero africano. Scambiati per mercenari del regime - responsabili del massacro di decine di civili - vengono uccisi a colpi di machete. La denuncia è stata lanciata da Mosie Zerai, il sacerdote responsabile dell'Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo, che ha ricevuto diversi messaggi di aiuto da parte di migranti.

Anche la Libia energetica si sta lentamente spegnendo: il flusso di gas verso l'Italia e l'Europa si è ridotto e anche i terminali petroliferi sulla costa sono stati chiusi. L'ufficio stampa di Eni, contattato da PeaceReporter in tarda mattinata, non era ancora in grado di fare una valutazione. 

 

 

Nicola Sessa

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