22/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Petrolio dalla Libia, gas dall'Algeria e dall'Egitto. Dal Nord Africa dipende parte del nostro approvvigionamento energetico. Ne parliamo con un esperto

Il gas algerino, il petrolio libico e poi il controllo dell'Egitto sul Canale di Suez, per il quale passano ogni giorni poco meno di due milioni di barili di petrolio. Le sollevazioni nel Maghreb accendono inquietudini per quanto riguarda l'approvvigionamento energetico europeo ed italiano. Peacereporter ha cercato di capirne qualcosa di più sentendo Marzio Galeotti, ordinario di Economia dell'ambiente e dell'energia presso la Statale di Milano e redattore de Lavoce.info.

A parte la titubanza del governo italiano, l'Unione Europea si è schierata con le popolazioni insorte nel Maghreb. Ma da un punto di vista economico abbiamo qualcosa da temere? L'impennata del prezzo del petrolio rischia di incidere sulla debole ripresa europea?

L'intera crisi si svolge in due zone delicate: una è quella del Mediterraneo e del canale e del Golfo di Suez, fondamentali e strategiche per il passaggio di fonti energetiche; l'altra è il cuore delle riserve mondiali di idrocarburi, il Golfo Persico, dove si affacciano Paesi come Iran, Iraq, Kuwait, Bahrein. L'Europa, l'Italia in particolare, è molto più esposta alla crisi del Maghreb e agli effetti delle vicende egiziane e libiche, perché con la Libia e in parte con l'Egitto noi abbiamo rapporti di importazione e vendita di risorse energetiche; ci sono importanti collegamenti via gasdotto e oleodotto che pompano le risorse energetiche di Egitto e Libia direttamente in Italia e in Spagna. E abbiamo anche rapporti d'affari, nel senso che la nostra principale società nel campo degli idrocarburi, l'Eni, ha delle attività in Egitto e soprattutto in Libia. Potenzialmente, nello scenario peggiore, oltre a una questione di prezzo si potrebbe verificare un blocco o una riduzione delle forniture, perché il gas di cui ci forniamo arriva dall'Egitto e in buona parte dall'Algeria, attraverso il Greenstream e riceviamo una quota importante di petrolio direttamente dalla Libia. Poi, certamente, è dimostrato che la volatilità del prezzo del petrolio ha effetti recessivi ma è ancora presto per dire se questi avranno un impatto sulla debole ripresa europea.

 

Quali sono i teatri di crisi più importanti dal punto di vista energetico?

La Tunisia non ha grandi risorse energetiche ma è un Paese di transito e quindi disordini potrebbero portare ad un blocco del passaggio delle forniture, come accadde qualche inverno fa con la crisi russo-ucraina. L'Egitto è un Paese importante più che altro per la distribuzione, cioè il passaggio degli idrocarburi, lo è meno per le riserve di cui dispone, tanto che dal 2009 è diventato un importatore netto di prodotti petroliferi. Ha un ruolo più rilevante per quanto riguarda il gas, di cui è il terzo produttore africano dopo Nigeria e Algeria. Lo esporta via gasdotto, sia via nave sotto forma di gas liquefatto, prevalentemente l'Europa ma fornisce anche Libano, Siria e Israele. Attraverso Libano e Siria, i gasdotti arrivano anche in Turchia e si progetta di estendere la rete fino all'Est Europa. Poi resta un punto di passaggio fondamentale, attraverso il Canale di Suez, per le petroliere - che ogni giorno trasportano nelle due direzioni circa 1,8 milioni di barili - ma anche attraverso un oleodotto, Sumed (Suez-Mediterranean Pipeline), che collega la zona del Golfo di Suez con la costa del Mediterraneo nei pressi di Alessandria e che pompa più di un milione di barili al giorno.  

 

La Libia invece è un caso diverso: è meno interessante da un punto di vista geopolitico ma molto più ricca di risorse petrolifere. 

Si, ha importantissime riserve di petrolio. E' il primo Paese africano, anche prima della Nigeria, ed il nono al mondo. A livello mondiale, ha il tre per cento delle riserve di greggio accertate. Il 32 per cento del suo petrolio lo esporta in Italia, il 15 in Germania. Attraverso la sua compagnia nazionale, collabora con l'Eni e infine ha un braccio operativo per la distribuzione di carburanti, che è la Tamoil.

 

Sembrerebbe che se l'Europa è esposta, l'Italia è forse il Paese che rischia di più.

Si, vero, ma bisogna aggiungere che le fonti energetiche per questi Paesi sono la fondamentale fonte di benessere e di entrate. Faccio un esempio: in Libia, gli idrocarburi finiscono il 95 per cento dei ricavi da esportazione e l'80 per cento delle entrate fiscali. Prima di rinunciare a una fonte insostituibile dalla quale dipende il sostentamento della popolazione, che si ricorra a blocchi, attentati terroristici alle istallazioni petrolifere, ce ne vuole. Quando si tratta di energia, tutte le parti in conflitto stanno attente. Certo non possiamo escluderla completamente questa eventualità. Basta solo però un'ipotesi per mandare in fibrillazione i mercati internazionali. Ieri il prezzo del Brent è arrivato a toccare i 105 dollari al barile, attestandosi sui 104. E' salito di due dollari e mezzo sul livello più alto dell'anno in un giorno. Il rischio è che il prezzo del petrolio possa crescere ulteriormente ma se questi incrementi si consolideranno o meno dipenderà dall'evoluzione politica. Se questi disordini rientrano, se Gheddafi - anche se suona cinico dirlo - ripristinasse l'ordine, potrebbe cessare la volaitilità del prezzo del petrolio.     

 

Poi c'è il tema della diversificazione delle fonti energetiche. Se viene meno la sponda sud del Mediterraneo l'Italia si troverebbe schiacciata sulla Russia.

Si, diversificare le fonti è molto importante e il nostro energy mix è troppo sbilanciato a favore del gas naturale. Una soluzione è potenziare il sistema di rigassificatori e aprirsi alle importazioni di gas non solo via tubo. Potremmo importare gas liquido dal Qatar che ne produce grandi quantità.

 

Alberto Tundo

 

 

 

 

Categoria: Risorse, Politica, Economia
Luogo: medio oriente