21/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



I Paesi ricchi non si mettono d'accordo sui criteri per monitorare gli “squilibri globali”. Ma questi sono comunque l'effetto, non la causa della crisi

È di Christine Legarde, ministro delle Finanze francese, il miglior commento sul comunicato che ha chiuso il summit parigino dei ministri finanziari e dei governatori del G-20, l'esclusivo club dei venti Paesi più ricchi del pianeta. Alla domanda "che cosa significa?", madame Legarde ha risposto: "Significa quello che significa, così come una rosa è una rosa".
In pratica, il summit ha delineato "linee guida indicative" (non obiettivi vincolanti e condivisi) per stabilire degli "indicatori" che dovrebbero a loro volta spiegare quali sono gli squilibri economici globali. Tali indicatori dovrebbero poi comprendere sia gli squilibri commerciali, sia risparmio e debito privato, sia - ma solo in seconda istanza - il tasso di cambio delle monete nazionali.
L'impressione è quella di una tempesta in un bicchiere d'acqua. O meglio: che non si voglia parlare dei problemi veri.
Non si fa alcun riferimento alla riforma del sistema finanziario internazionale, con il ruolo spropositato di quegli istituti privati che sono le agenzie di rating e la perdurante presenza dei prodotti derivati nei mercati.
Raggiunto telefonicamente da PeaceReporter, un trader finanziario che chiede di restare anonimo ha così commentato gli esiti del summit: "Tutte le misure decise sono acqua fresca, perché vengono puntualmente bloccate da Usa e Gran Bretagna, che non intendono frenare l'attività delle banche e le loro pratiche speculative".
Chiediamo un parere a Paolo Manasse, professore di Macroeconomia e di Politica Economica Internazionale all'Università di Bologna, docente di Macroeconomia all'Università Bocconi di Milano.

La ricerca di indicatori per i cosiddetti "squilibri globali" è cosa recente?

No, se ne parla già almeno da quindici anni a livello di Fondo Monetario Internazionale. La novità sta nel fatto che adesso sembrano essere diventati estremamente importanti. Il problema è che gli indicatori non sono sotto il controllo dei governi. Per esempio, come si fa a controllare lo squilibrio delle partite correnti (il rapporto tra importazioni ed esportazioni di beni e servizi, ndr), che riguardano sia l'economia pubblica sia quella privata?
Non si capisce quindi, una volta accertati gli squilibri, che fare. Per cui, gli indicatori hanno il merito di far capire che la crisi attuale non dipende solo dalla finanza pubblica ma, per esempio, dall'eccesso di credito negli Stati Uniti, ma non si capisce a che altro servano.

Queste schermaglie sugli indicatori degli squilibri globali quali conflitti anche politici rivelano?

Mi sembra che una delle tesi più importanti, portata avanti anche dall'Italia, sia quella per cui oltre al debito pubblico bisogna guardare anche al debito privato. Ci sono Paesi come il nostro, che hanno un debito pubblico molto elevato e che per questo motivo sono sotto osservazione. Questi sostengono, anche a ragione, che forse l'indicatore più importante è il debito privato, quello delle famiglie, perché rende il Paese più vulnerabile e fa aumentare di più i tassi di interesse. Ovviamente chi ha un basso debito pubblico e un alto debito privato, come la Gran Bretagna, è contrario.
Poi ci sono gli squilibri commerciali. La Germania ha un attivo delle partite correnti molto elevato, altri, come la Grecia, no. In realtà tutti questi elementi sono collegati, è piuttosto bizzarro privilegiarne uno o l'altro.

Ma se queste riunioni del G-20 finanziario non stabiliscono criteri e obiettivi condivisi e al tempo stesso vincolanti, a che servono?

La questione degli indicatori sugli squilibri globali è davvero la più debole. E' però da tempo che si è diffusa l'idea secondo cui gli squilibri economici globali sarebbero la causa dei problemi all'interno dei singoli Paesi. In realtà gli squilibri sono la conseguenza dei problemi, non la causa. Sono come la febbre, che non è la causa delle malattie ma il segnale. E quindi, di nuovo, gli indicatori servirebbero a dirci che c'è un problema ma non a risolverlo.
Prima della crisi dei mutui subprime, il Fmi ha montato una grande campagna sui "global imbalance" perché temevano che lo squilibrio di partite correnti tra Stati Uniti e Cina - il deficit commerciale da una parte, le grandi riserve dall'altra - avrebbe provocato una crisi globale nel momento in cui si fosse verificata una caduta vertiginosa del dollaro. Questo non è successo, anzi. Il surplus di riserve cinesi reinvestite nel mercato ha probabilmente fatto sì che la crisi provocata dai prodotti derivati - che avevano ricevuto valutazioni positive dalle agenzie di rating - fosse minore di quanto avrebbe potuto essere.
Adesso i "global imbalance" tornano in auge.
In realtà i problemi sono tanti: quello fondamentale è la supervisione dei mercati finanziari, che riguarda anche il ruolo delle agenzie di rating. Poi ci sono la svalutazione competitiva della moneta, l'eccesso di indebitamento senza monitoraggio, le politiche fiscali troppo espansive. Sono queste le distorsioni che poi provocano gli squilibri globali. L'importante è distinguere tra la causa e l'effetto.

 

Gabriele Battaglia

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