20/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Gheddafi minaccia l'Europa: niente interferenze o stop alla cooperazione per la gestione dei flussi migratori

La fiera non gradisce essere disturbata mentre consuma il suo pasto. Muammar Gheddafi, come Saturno, sta divorando centinaia dei suoi figli e ruggisce per mettere a tacere le lamentele mosse da Francia e Ue (per bocca della signora Ashton) perché si ponga fine alle violenze. Il messaggio fatto recapitare a Bruxelles è chiaro: se l'Unione Europea non cesserà di sostenere le rivolte in Libia, Tripoli smetterà di fare il poliziotto di frontiera per Bruxelles.

Il Colonello sa dove colpire, conosce le ipocrisie della politica: sa che ciò che si teme di più da questa sponda del Mediterraneo è l'incubo dell'invasione dei migranti, la paura dei barbari. Basta un colpo di frusta, basta che Gheddafi decida di allargare le maglie dei controlli, per far sì che l'Europa sia sommersa e vada in tilt.

Il governo italiano non ha fatto misteri: la più grande preoccupazione non deriva dalla frustrazione dei diritti umani e della legittima aspirazione di libertà, ma dalla possibilità che questa rivolta, come quella tunisina ed egiziana possa fare aumentare il numero degli sbarchi sulle coste d'Italia. Di un'Italia pavida ché forse si è resa conto in ritardo di aver firmato più di un patto con il diavolo: difatti, il capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ha affermato che bisogna "evitare ingerenze per tutelare i nostri interessi economici; nella vicenda libica occorre un grande senso dell'equilibrio". Forse si pecca di scarsa confidenza con la Realpolitik, ma non è che questo "senso dell'equilibrio", magari, tornava più utile al momento della scelta del partner strategico? Certo, adesso Cicchitto ha ragione, adesso ci vuole grande senso dell'equilibrio per tenere in piedi i patti con il diavolo. Sappiamo tutti che la Libia - attraverso un fondo sovrano e la Banca centrale - detiene il 6,7 per cento di Unicredit, sappiamo delle commesse di Impregilo, degli importantissimi investimenti di Eni in Libia (25 miliardi di euro) e anche della fetta che si è accaparrata Finmeccanica mediante la controllata Selex Sistemi Integrati. Possiamo immaginare quante altre scatole finanziarie siano contenute da queste più grosse e, forse, solo lontanamente riusciremmo a prefigurarci le conseguenze del regime libico che va in frantumi. Probabilmente - si spera - gli amministratori delegati e i grandi finanzieri italiani avranno già calcolato il rischio paese legato a doppio filo al dittatore libico.

Nel buio dell'informazione, le notizie continuano ad arrivare a pezzi, frammenti che da soli bastano a restituire un quadro orripilante. Nella cronaca di questa rivoluzione criptata, gli ultimi racconti parlano di bambini rimasti uccisi sotto sventagliate di mitra lanciate indiscriminatamente dall'altezza di un elicottero; in uno scenario di guerra - che possiamo solo immaginare, poiché non ci sono fotografie o video cui aggrapparci - le forze di sicurezza hanno usato contro la folla lanciarazzi Rpg. E ancora, si racconta di assalti ai palazzi governativi, di spari contro le case e contro la gente in fuga, di mercenari (pagati dal regime 12 mila dollari per ogni uomo ucciso) catturati o impiccati dai manifestanti. Alcune fonti mediche riferiscono di 285 morti solo a Bengasi, Human Rights Watch (Hrw), invece, presenta un bilancio di 173 vittime in tutto il paese - un ridimensionamento che certo non indurrebbe all'ottimismo.

Gli utopisti digitali - così, il senatore Maurizio Gasparri (Pdl) ha etichettato i giovani "illusi" che stanno morendo in Libia e in tutto il Medioriente - aspettano di capire quale sia il numero delle vittime bastevole a intaccare la Realpolitik, che - almeno in Italia - nei confronti del Colonnello Muammar Gheddafi si pratica con la politica (colpevole) dell'accondiscendenza.        

 

 

 

Nicola Sessa

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