
Sumaya, 6 anni, dormiva nel suo lettino la notte del 14
febbraio, quando i fratelli Yangisbiyev hanno bussato alla porta di casa. Zulpa
e Ruslan Abdurashidov, i genitori della bimba, hanno invitato i due uomini ad
entrare e fermarsi per la notte. Poche ore dopo, mentre tutti erano andati a
dormire, alcuni poliziotti in mimetica hanno fatto irruzione in casa. Ruslan ha
chiesto ai militari di non sparare, indicando il lettino di Sumaya. Ma loro hanno
aperto il fuoco proprio in quella direzione. Un proiettile ha colpito la
bambina alla testa, uccidendola. Gli agenti hanno arrestato i fratelli Yangisbiyev,
ricercati per l’uccisione di un loro collega, e anche i disperati coniugi Abdurashidov,
per aver dato rifugio a due ribelli.
Il 5 aprile Kerim Tadzhutdinov, 3 anni, era in casa con sua
madre, in un vecchio condominio alla periferia di Khasaviyrt. A un tratto un
grido proveniente dal corridoio del pianerottolo: “Polizia! Aprite la porta!”.
E poi gli spari, una pioggia di proiettili. Gli agenti avevano circondato il
palazzo e sparavano senza sosta contro le finestre del piano a cui si trovava
l’appartamento sospetto. L’appartamento in cui si nascondevano alcuni ribelli
che, all’arrivo della polizia, avevano subito aperto il fuoco scatenando la
reazione dei militari. L’appartamento dei Tadzhutdinov si trovava allo stesso
piano bersagliato dagli agenti. Il piccolo Kerim è stato raggiunto da un
proiettile alla testa e sua madre è rimasta ferita a una gamba. Kerim è morto.
L’11 maggio un ragazzino di 15 anni, di cui non si conosce
il nome, stava andando a scuola camminando da solo accanto alla base della
136esima brigata dell’esercito russo a Buinaksk, più volte attaccata dai
ribelli islamici. Una secca raffica di mitra è partita dagli edifici della
base. Il ragazzino è caduto a terra, morto, in mezzo alla strada.
Un mix di criminalità
e integralismo. Questi fatti non sono accaduti in Cecenia, ma in Daghestan.
Il Daghestan non è mai stato un posto
tranquillo e sicuro. Le faide tra i clan mafioso-politico-tribali che si
spartiscono il controllo del territorio fanno parte della tradizione di questo
Paese. Ma da alcuni mesi i rapimenti e gli assassini hanno lasciato il posto a
combattimenti,
attentati, rastrellamenti, insomma a un clima di vera e propria guerra. La
stessa guerra che da dieci anni si combatte nella confinante Cecenia e che pian
piano sta contagiando tutte le repubbliche islamiche del Caucaso russo.
La diffusione in Daghestan dell’Islam radicale e
dell’ideologia jihadista anti-russa è iniziata anni fa ad opera di predicatori
ceceni e arabi, trovando terreno fertile in una società prostrata dalla miseria
e abbandonata dalle istituzioni. Ma è stata la violenta reazione poliziesca e
militare delle autorità locali e federali a provocare, per controreazione,
proprio quello che volevano scongiurare, ovvero la formazione in Daghestan di
una guerriglia armata islamica strettamente collegata a quella cecena.
Gli emiri della jihad
daghestana. Due sono gli emiri (i comandanti) della jihad daghestana.
Rasul Makasharipov, detto Muslim, ex interprete del defunto guerrigliero arabo
Khattab e referente locale di Basayev. Lui ha fondato e il movimento armato
Jennet (paradiso, in arabo), che da
gennaio ha cambiato nome in
Shariat,
sigla con cui è stata rivendicata l’uccisione (in agguati e attentati) di
decine di poliziotti e politici daghestani.
L’altro è Rabbani Halilov, emiro del movimento Mujaheddin
del Daghestan, il braccio daghestano della struttura militare della guerriglia
indipendentista cecena.
Lo scorso 15 marzo entrambi hanno ufficialmente dichiarato
la loro fedeltà al nuovo leader indipendentista ceceno succeduto a Mashkhadov,
Abdul-Halim Sadulayev, da essi riconosciuto come “emiro del Caucaso e di tutti
i musulmani di Russia”.
Ufficiale di collegamento tra i due gruppi daghestani e il
Consiglio militare della resistenza cecena (Majlisul
Shura) è il comandante del ‘Fronte Orientale’ della guerriglia cecena, Ahmad
Avdorhanov, detto l’emiro di Gudermes, considerato il più importante leader
ribelle ceceno dopo il defunto Mashkhadov e il famigerato Basayev.
Le spedizioni
daghestane di Kadyrov. All’inizio di marzo, nel distretto di Nojay-Yurt
(nel sud-est della Cecenia, a ridosso del confine con il Daghestan) centinaia
di guerriglieri ceceni comandati dall’emiro di Gudermes sono stati accerchiati
da millecinquecento miliziani kadyroviti, i collaborazionisti ceceni filorussi.
Dopo giorni di battaglie, Avdorhanov e i suoi uomini sono riusciti a fuggire
dall’accerchiamento dei kadyroviti scappando in Daghestan attraverso le
montagne e rifugiandosi oltreconfine nel distretto di Khasavyurt.
Nei giorni successivi Ramzan Kadyrov, comandante dei
collaborazionisti ceceni oltre che vice primo ministro del governo ceceno
filorusso, ha iniziato a indicare nel Daghestan occidentale la nuova retrovia
dei ribelli ceceni, nel distretto di Khasavyurt il loro nuovo rifugio sicuro,
quello che una volta erano le Gole del Pankisi in Georgia. Kadyrov (che nel
Khasavyurt vende di contrabbando il petrolio ceceno e che per questo non vuole
intralci al suo business) è subito passato dalle parole ai fatti iniziando a
organizzare spedizioni delle sue milizie in territorio daghestano, a caccia di
‘boeviki’. La più clamorosa lo scorso 20 aprile nel villaggio di Toturbikala,
nel distretto di Khasavyurt, dove diceva si nascondesse un emiro ribelle:
centinaia di kadyroviti hanno circondato e saccheggiato il villaggio scatenando
la violenta reazione degli abitanti che, armati di fucili e forconi, hanno
costretto gli assalitori alla ritirata. I giorni successivi in tutti i villaggi
del Khasavyurt la gente ha inscenato proteste antigovernative minacciando di
scatenare anche in Daghestan una rivolta armata indipendentista contro il
locale governo filo-russo di Makhachkala accusato di tradire il popolo
daghestano.
La autorità daghestane hanno subito accettato la sfida: il
26 aprile hanno stretto un accordo ufficiale con il governo ceceno filorusso al
fine di coordinare le azioni antiguerriglia nel Daghestan.
Ora il fronte è unito sia dalla parte della guerriglia
islamica che da quella governativa filorussa.
Una nuova guerra può cominciare.