07/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



A Betlemme un progetto per aiutare i bambini a esprimere il disagio
Scritto per noi da
Augusta De Piero*
 
Una decina di giorni fa, chi fosse entrato all’International Center di Bethlehem avrebbe visto qualche cosa di inconsueto.
 
In mezzo all’ampio atrio campeggiava un lettino da bambini con le spondine alte, occupato da un grosso bambolotto, chiaramente l’immagine di un neonato, attorniato da pupazze che indossavano le tristi divise delle scuole governative, una specie di grembiule, con maniche lunghe, di tessuto a grosse righe verticali. In fatto di divise umilianti per il corpo delle ragazzine non è che si diano da fare solo le scuole governative: c’è una scuola privata, religiosa e monosex (ma non bisogna generalizzare, non tutte le scuole private religiose in Palestina sono monosex) che insacca le povere creature dentro camicioni senza maniche di stoffa scozzese – alle braccia è comunque assicurata la copertura di una camicetta bianca. Il tessuto occhieggia alla ex potenza mandataria, la Gran Bretagna, con uno stile decisamente vittoriano.
L’opera faceva parte della mostra che conclude il progetto Advocacy Tool for Youth Concerns  (Strumento legale per preoccupazioni sull’infanzia) che ha coinvolto 150 studentesse e studenti dai 15 ai 17 anni di dieci scuole della zona. Si è trattato di scuole governative e private. Nell’identificarle, si è prestata molta attenzione a che gli studenti fossero equamente suddivisi fra maschi e femmine, musulmani e cristiani. La formazione ricevuta ha messo in grado ragazzi e ragazze di esprimere i propri problemi, le proprie aspirazioni e visioni della realtà attraverso mezzi visivi.
Il lettino era stato organizzato da un gruppo di ragazze del livello “preparatory” (corrispondente al settimo, ottavo e nono anno del curriculum scolastico palestinese) della scuola femminile del campo per rifugiati di Aida, che ha conosciuto terribili distruzioni durante i 40 giorni d’occupazione militare del 2002 e anche dopo.
La scuola è gestita dall’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa esclusivamente dei rifugiati palestinesi.
 
Le pupazze che circondavano il bambolotto erano tutte munite di un pancione che ne ostentava la gravidanza. Titolo dell’opera: Early marriages, i matrimoni precoci, che sono la minaccia che strappa le ragazze all’adolescenza, impedisce loro di dedicarsi agli studi (e anche di terminarli) e impone ai loro giovani corpi pesi spesso insostenibili.
Una società cresce anche quando sa guardare dentro se stessa e valutarsi in relazione ai diritti che promuove o nega. E fra questi diritti la questione femminile è una significativa cartina di tornasole (e non solo in Medio Oriente). Speriamo che le ragazzine del campo Aida possano continuare a percorrere la strada che si sono consapevolmente e responsabilmente aperte.
 
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