Mauro Furlan vive e lavora nelle favelas di Rio de Janeiro, dove si spara per sopravvivere
scritto per noi
da Mauro Furlan

Qui a Rio dopo alcuni giorni di fresco, è tornato il caldo.
Sabato siamo passati con il furgone in una favela per
prendere un ragazzo che ci vive. Il suo palazzo e quelli vicini erano
crivellati di colpi. I ragazzi ripetono spesso “qui è Iraq”, ovvero qui a Rio
c’è una vera guerra, fatta anche con armi pesanti. A dire il vero mi capita
spesso di sentir sparare e i ragazzi mi hanno insegnato a distinguere il rumore
dei vari colpi (pistola, ak47, m31, mitragliatrice con treppiede e così via) cosa
che
mai avrei pensato. La strage di trenta persone nella Baixada Fluminense è li a ricordarci che la guerra è in atto.
Qualcuno mi ha chiesto cos’è la Baixada Fluminense. E’ quella area di pianura
che descrive la periferia di Rio de Janeiro e comprende i comuni di Nuova
Iguaçù, Duque de Caxias, Mesquita, Nilopolis e molti altri, per un totale di
quasi 4 milioni di persone. La maggioranza sono favelas o aree di gente povera.
Questa area fino a quaranta anni fa era agricola, adesso è una fiumana di case,
formatasi con il fenomeno
dell’immigrazione. Una concentrazione di problemi e per questo un’area
molto violenta.
Tutto questo mi porta a pensare al mio viaggio nel Nordest. Durante la permanenza a Belem, sono stato invitato a
partecipare alla marcia per la giustizia nei campi, in ricordo del massacro di
Eldorado do Carajas e dell’omicidio di suor Dorothy Stang.
Il 17 aprile 1996, nella città di Eldorado do Carajas (stato
del Parà), la Polizia Militare ha ucciso diciannove contadini e ferito molti
altri, in un massacro di cui parlò il mondo intero.
Sono passati nove anni da quei terribili fatti e l’impunità
continua tutt’oggi. Solo alcuni di quelli che erano coinvolti nel massacro,
infatti, sono stati condannati o incarcerati. Ciò evidenzia la terribile realtà
dello stato del Parà, campione brasiliano per
violenza nelle zone agricole. E adesso ci risiamo. Ancora. Un altro orribile
fatto di sangue ha macchiato l’Amazzonia: l’assassinio, due mesi fa, della
missionaria Dorothy Stang. Un crimine annunciato da tempo e freddamente
eseguito da alcuni latifondisti della regione.
Brutte abitudini. Violenza e impunità dunque continuano, sia nei campi sia
nelle città, sotto gli occhi esterrefatti dei brasiliani. L’assassinio di otto
contadini a Sao Felix do Xingu nel 2004, di altri cinque contadini nello stato
del
Minas
Gerais, per non parlare dell’uccisione di avvocati e sindacalisti che difendono
i contadini sono solo alcuni dei fatti che affliggono la zona. Tutto ciò a dimostrazione
del potere paramilitare dei latifondisti i quali agiscono liberamente sapendo
di poter godere dell’impunità per via delle loro “amicizie nel potere
giudiziario”.
Impunità sovrana. Centinaia di lavoratori agricoli sono stati vittime di
violenza e il 90 per cento dei casi non è neppure arrivato in tribunale.
Nonostante i fazenderos dinsistano sull’importanza delle
grandi estensioni di coltivazioni (agronegocio), il latifondo in realtà continua a distruggere gli ecosistemi necessari per
la
sopravvivenza delle popolazioni locali e dei piccoli contadini, continua a
utilizzare il “lavoro in schiavitù” e pratica l’assassinio come mezzo per risolvere i conflitti.
L’impressione che si
ha da queste parti è quella del Far West. Cioè quello che abbiamo visto in
tanti Western dove il più forte di turno impone la sua legge. Gli sceriffi
onesti da queste parti muoiono presto.
Sappiamo che è compito della società brasiliana denunciare
le violazioni dei diritti umani sia nelle campagne che nelle città, organizzare
la lotta per combattere la concentrazione della terra e realizzare la riforma
agraria come misura di uno sviluppo sostenibile in Brasile, ma la coscienza per
fare questo è ancora lontana, e quindi il movimento dei senza terra è
necessario per non far dimenticare che il problema esiste.
Pochi ma buoni. La manifestazione non
ha visto la presenza di molte persone, circa 300. La marcia è iniziata con la
preghiera in forma ecumenica. Un prete introduce, un giovane recita una poesia,
un pastore evangelico legge il vangelo, un pastore protestante commenta il
vangelo, i senza terra cantano un canto di lotta, poi la riflessione di un
laico, una vera preghiera ecumenica. Qui in Brasile l’ecumenismo è più facile
perché le divisioni si dimenticano e si focalizza l’attenzione sulla lotta
comune. Tutti pregano il loro Dio e lottano per avere un pezzo di terra. Dopo
la preghiera, in marcia verso la piazza centrale lungo strade che di domenica
non sono molto affollate. La marcia è stata una festa con canti, discorsi e
danze. La camminata è durata un’ora circa e arrivati in piazza ci sono stati
dei brevi discorsi. Poi la manifestazione si è sciolta.
Sono stato felice di aver partecipato a questa
manifestazione. Ho condiviso la lotta dei contadini e dei senza terra del Parà.
Sono stato ancor più felice per aver scoperto una canzone bellissima, cantata
varie volte nella marcia. Questo canto, che si intitola “
Pra Nao dizer que nao
falei das flores” (per non dire che non ho parlato dei fiori), è diventato un
canto
della lotta contro la dittatura e per la libertà, come da noi è “Bella ciao”.
Il
movimento studentesco negli anni della dittatura ne ha fatto la sua bandiera.
L’autore
è Geraldo Vandrè, che a causa di questa canzone ha dovuto persino andare in
esilio. Il ritornello è bellissimo, dice:
“Vieni andiamo via
Perché attendere non è sapere
Chi conosce agisce
Non aspetta che le cose accadano”