30/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Sarajevo è ancora segnata da una guerra che sembra non finire mai
scritto per noi da
Francesca Micheletti
 
 
palazzo sbrecciati dai colpi della guerra - foto di f.michelettiLa guerra infinita. A dieci anni dagli accordi di Dayton lo spirito di Sarajevo si percepisce subito, a partire dagli edifici.
I muri dei mastodontici palazzoni stile Tito, grigi e anneriti dal fumo delle fiamme che furono. Quello che colpisce di più sono i buchi, su tutti i muri: grandi, piccoli, medi. Grosse granate, bombe a mano, proiettili. Frutto di tre anni di tiro al bersaglio sui condomini, rimasti senza acqua e luce, sulle strade e sulle piazze. E sugli autobus, che diramano tutti dall’arteria principale, lunghissima, che attraversa tutta la città seguendo il fiume Miljacka. I condomini sono interminabili, altissimi, con l’ascensore traballante che sembra un miracolo veder funzionare. Con gli androni umidi in penombra, le scale su cui sembra di sentire ancora risuonare i passi pesanti degli anfibi dei soldati serbi, quando facevano irruzione e portavano avanti la loro guerra “porta a porta”: entrare, picchiare, sparare, e violentare secondo la teoria della “pulizia etnica” con conseguente stupro.
“Non sbagli se pensi alle cose peggiori che si possono fare a una donna” dice Padre Giuseppe, che la guerra l’ha vissuta centimetro per centimetro, spostandosi tra gli scantinati e per le strade, accompagnato da un abile taxista che si è fatto una piccola fortuna rischiando la pelle ogni giorno, e alla fine portandola a casa insieme a un bel po’ di risparmi. E’ questo padre somasco, classe 1948, che racconta molti particolari, ricordi ancora vivi di quei giorni. A partire dalla prima discesa in pieno bombardamento dal monte Igman, che sovrasta Sarajevo: “Quella sera guardavo giù verso la città e mi sembrava di vedere i fuochi artificiali a una festa di paese”. E poi sotto al tunnel, che collegava l’aeroporto al sobborgo meridionale di Dobrinjia, a 400 metri dalla linea del fronte. E ancora con i bambini nei sotterranei delle scuole, a fianco di un team di psicologi liguri che li ha studiati per un anno, per poi sbaraccare appesantito da dati e statistiche, mai più riviste. “I bambini facevano disegni di colori scurissimi, e mi ricordo che una volta chiesero alla classe di disegnare la casa ideale. Uno di loro disegnò una casa senza porte né finestre”. 
L’incubo di non avere protezione, di essere costantemente sotto tiro, ha tenuto in ostaggio gli abitanti di Sarajevo per tre lunghissimi anni. Molti non si sono ancora liberati da quella claustrofobica sensazione. “Mi capita sempre più di frequente di vedere persone che parlano da sole, per la strada. Anche molti giovani” osserva il Padre somasco, che nonostante le mille difficoltà, continua a frequentare la città seguendo le attività dell’associazione “Sprofondo”. Tra poco dovrà tornare a fare il parroco in un minuscolo paesino fra le montagne sopra a Como. “Un po’” - cerca di convincersi - “mi servirà per curare i miei dolori alla schiena. Sono un po’ acciaccato” sorride.
La guerra ha segnato anche lui, in maniera impercettibile: nello sguardo, forse, venato di una lieve tristezza. O in qualche frase ripetuta più del necessario. “Ogni tanto mi sorprendo anche io a parlare da solo” dice, e non si capisce se scherzi o se sia vero.
 
cittadini di sarajevo - foto di f.michelettiVittime dell’assedio. Davanti alla sede di Sprofondo, nel quartiere di Grbavica, c’è uno dei soliti palazzoni. Al penultimo piano, al mattino, quasi tutti i giorni si spalanca una finestra. Si affaccia una donna, che comincia a declamare ad una platea immaginaria chissà quali discorsi. C’è quasi sempre. Un giorno tiene anche un foglio in mano, a testimoniare che si è preparata la dissertazione, per essere più convincente. Si muove con l’abilità di un’attrice consumata: dalla strada si vede solo il gesticolare concitato sotto a un caschetto di capelli bianchi, ma non è difficile immaginare la sua mimica facciale, probabilmente esagerata e istrionica. Parla qualche minuto e poi si ritira, per replicare il giorno dopo. Abitare agli ultimi piani era una condanna in tempi di guerra, quando i piani da fare a piedi e al buio erano anche diciotto. E lo è ancora di più per coloro che la guerra l’hanno pagata con le gambe. Dula è una di questi. La sua è una storia difficile, raccontata dal settimo piano del condominio dove abita. Ragazza madre durante la guerra, disoccupata con cinque anni di lavoro alle spalle e un bimbo piccolo, Armin. Durante l’assedio si passavano giornate intere in cantina. Ogni tanto bisognava per forza uscire di casa. L’acqua e il pane scarseggiavano. Ed ecco che Dula si fa prestare del denaro da un amico e sfida le strade con la sua amica alla volta di Hrasnica, vicino al tunnel, per i rifornimenti. Un giorno una pallottola a tradimento, nella schiena. Dula cade, colpita. Più fortunata della sua amica, che muore all’istante, Dula passa diciotto mesi in ospedale, vedendo il figlio pochissimo, e rassegnandosi all’idea di vivere per sempre su una sedia a rotelle, paralizzata dalla vita in giù.
Quando apre la porta sembra imbarazzata. Abbassa lo sguardo e sorride, ma a fatica trattiene le lacrime. Forse è imbarazzata come può esserlo una ragazza di trentasette anni, che aspetta i pannoloni che la “mutua” non le passa. Lei prima giocava a basket, era atletica e scattante. Ora ci gioca lo stesso, ma all’Associazione Paraplegici dove si reca una volta alla settimana. “Mi scarica, mi sento meglio quando gioco a basket” dice con un sorriso amaro. Suo figlio la osserva. Ora è un diciassettenne alto e robusto, “il suo migliore amico” dice lei. Armin studia alla scuola alberghiera, usa internet, scrive un po’ di inglese. In italiano capisce tutto, ma non lo parla. Dice di essere juventino. Con la “pensione di invalidità” di 70 euro al mese Dula riesce a mangiare, tirare avanti e mandare un figlio a scuola.
 
i segni delle granate a sarajevo, dette 'rose rosse' - foto di f.michelettiI “vecchietti”. Se molti a Sarajevo si sottraggono all’obiettivo della macchina fotografica, i “vecchietti” - così li chiamano affettuosamente alcuni volontari - sono invece felici che la loro fotografia sia finita sul calendario di Sprofondo: “Ma ci vedono anche in Italia?!” è il loro primo pensiero. “Certo che sembravamo degli spaventapasseri!”.
Zorica ha un volto infantile, lindo, rotondo. Il naso a patata, la faccia da bambina. Una bambina di cinquantadue anni che ne dimostra almeno venti di più, i capelli bianchi e gli acciacchi insistenti che la irrigidiscono, tutta fasciata sotto strati di maglioni e foulard. E piange come una bambina quando gli ospiti rifiutano le sue offerte di bevande e biscotti. Non ha quasi nulla in casa, va in qualche angolo oscuro a recuperare due limoni, per una limonata. “No, no, lascia stare...” le intima Dzana, la guida-interprete. “Ma come, Dzana, io voglio offrire qualcosa, mi sento male se non offro niente, ti prego, ti prego…”. “Lascia stare, ti dico, abbiamo già girato altre case e ognuno ci ha offerto qualcosa. Non prendiamo niente”. Dzana è ferma e non si lascia certo intimorire. Ma dagli occhi grandi di Zorica iniziano a sgorgare le lacrime, va nell’altra stanza, prende una scatola di biscotti al cioccolato, vuole offrirli a tutti i costi. Il giorno dopo Dzana racconta che Zorica ha telefonato ancora in serata, piangendo per non aver potuto offrire niente a chi le ha fatto visita. Tutti offrono qualcosa, è peccato imperdonabile non accettare, anche solo le sigarette, Drina o Ronhill. Il marito di Zorica, Hamo (sessantasette anni), fuma di gusto. È semi paralizzato dall’artrosi, non si alza dalla sedia, la bocca congelata in un perenne sorriso sdentatissimo. Indossa una cuffietta di lana azzurra, sua moglie dice che ha sempre freddo, per via della cattiva circolazione. Sta mangiando un fondo unto di salamino, insieme a dei cracker rotondi da un contenitore di plastica. Sembra un bimbo anche lui, con quella bocca sempre semi aperta. Ogni tanto, se c’è la televisione accesa e vede un politico, intima a tutti di fare silenzio: “Zitti, stanno parlando delle pensioni!”. E invece non ne parlano mai. Lui riceve i canonici 70 euro al mese, come tutti gli altri. Chi non ha mai lavorato deve accontentarsi di 50 euro all’anno. Il sogno di Hamo è “andare in centro, mangiare in quel ristorante dove andavo sempre, e bere qualcosa. Non tanto. Una o due rakije, grappe”. Ma non si può muovere. “Quando ero vivo”, dice per riferirsi al suo passato. Zorica è bloccata a casa con lui, e lo abbandona solo per fare la spesa, il più in fretta possibile. La loro stanza principale è un grosso letto attaccato a un tavolo. Poi ci sono stufa e fornelli, con un forno stracolmo di pentole. Alla parete c’è un ritratto di scarsa qualità, di un bambino che piange. Le lacrime gli scendono abbondanti e simmetriche dagli occhi inespressivi. È l’unica decorazione del loro nido-prigione, incastonato al piano terra in uno dei quartieri alti della città, dove le strade sono tutte in salita.
Categoria: Bambini, Donne, Guerra
Luogo: Bosnia Erzegovina
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