scritto per noi da
Francesca Micheletti
La guerra infinita. A dieci anni dagli
accordi di Dayton lo spirito di
Sarajevo si percepisce subito, a partire dagli
edifici.
I muri dei
mastodontici palazzoni stile Tito, grigi e anneriti dal fumo delle
fiamme che
furono. Quello che colpisce di più sono i buchi, su tutti i muri:
grandi,
piccoli, medi. Grosse granate, bombe a mano, proiettili. Frutto di tre
anni di
tiro al bersaglio sui condomini, rimasti senza acqua e luce, sulle
strade e
sulle piazze. E sugli autobus, che diramano tutti dall’arteria
principale,
lunghissima, che attraversa tutta la città seguendo il fiume Miljacka. I condomini
sono interminabili, altissimi, con
l’ascensore traballante che sembra un miracolo veder funzionare. Con gli
androni umidi in penombra, le scale su cui sembra di sentire ancora risuonare
i
passi pesanti degli anfibi dei soldati serbi, quando facevano irruzione e
portavano avanti la loro guerra “porta a porta”: entrare, picchiare, sparare,
e
violentare secondo la teoria della “pulizia etnica” con conseguente stupro.
“Non sbagli se pensi alle cose peggiori che si
possono fare a una donna” dice Padre Giuseppe, che la guerra l’ha vissuta
centimetro per centimetro, spostandosi tra gli scantinati e per le strade,
accompagnato da un abile taxista che si è fatto una piccola fortuna rischiando
la pelle ogni giorno, e alla fine portandola a casa insieme a un bel po’ di
risparmi. E’ questo padre somasco, classe 1948, che racconta molti particolari,
ricordi ancora vivi di quei giorni. A partire dalla prima discesa in pieno
bombardamento dal monte Igman, che sovrasta Sarajevo: “Quella sera guardavo giù
verso la città e mi sembrava di vedere i fuochi artificiali a una festa di paese”.
E poi sotto al tunnel, che collegava l’aeroporto al sobborgo meridionale di
Dobrinjia, a 400 metri dalla linea del fronte. E ancora con i bambini nei
sotterranei delle scuole, a fianco di un team di psicologi liguri che li ha
studiati per un anno, per poi sbaraccare appesantito da dati e statistiche, mai
più riviste. “I bambini facevano disegni di colori scurissimi, e mi ricordo che
una volta chiesero alla classe di disegnare la casa ideale. Uno di loro disegnò
una casa senza porte né finestre”.
L’incubo di non avere protezione, di essere
costantemente sotto tiro, ha tenuto in ostaggio gli abitanti di Sarajevo per
tre lunghissimi anni. Molti non si sono ancora liberati da quella
claustrofobica sensazione. “Mi capita sempre più di frequente di vedere persone
che parlano da sole, per la strada. Anche molti giovani” osserva il Padre
somasco, che nonostante le mille difficoltà, continua a frequentare la città
seguendo le attività dell’associazione “Sprofondo”. Tra poco dovrà tornare a
fare il parroco in un minuscolo paesino fra le montagne sopra a Como. “Un po’”
- cerca di convincersi - “mi servirà per curare i miei dolori alla schiena.
Sono un po’ acciaccato” sorride.
La guerra ha segnato anche lui, in maniera
impercettibile: nello sguardo, forse, venato di una lieve tristezza. O in
qualche frase ripetuta più del necessario. “Ogni tanto mi sorprendo anche io a
parlare da solo” dice, e non si capisce se scherzi o se sia vero.
Vittime dell’assedio. Davanti alla sede di
Sprofondo, nel quartiere di Grbavica, c’è uno dei soliti
palazzoni. Al penultimo piano, al mattino, quasi tutti i giorni si spalanca una
finestra. Si affaccia una donna, che comincia a declamare ad una platea
immaginaria chissà quali discorsi. C’è quasi sempre. Un giorno tiene anche un
foglio in mano, a testimoniare che si è preparata la dissertazione, per essere
più convincente. Si muove con l’abilità di un’attrice consumata: dalla strada
si vede solo il gesticolare concitato sotto a un caschetto di capelli bianchi,
ma non è difficile immaginare la sua mimica facciale, probabilmente esagerata
e
istrionica. Parla qualche minuto e poi si ritira, per replicare il giorno dopo.
Abitare agli ultimi piani era una condanna in
tempi di guerra, quando i piani da fare a piedi e al buio erano anche diciotto.
E lo è ancora di più per coloro che la guerra l’hanno pagata con le gambe. Dula
è una di questi. La sua è una storia
difficile, raccontata dal settimo piano del condominio dove abita. Ragazza
madre durante la guerra, disoccupata con cinque anni di lavoro alle spalle e un
bimbo piccolo, Armin. Durante l’assedio si passavano giornate intere in cantina.
Ogni tanto bisognava per forza
uscire di casa. L’acqua e il pane scarseggiavano. Ed ecco che Dula si fa
prestare del denaro da un amico e sfida le strade con la sua amica alla volta
di Hrasnica, vicino al tunnel, per i rifornimenti. Un giorno una pallottola a
tradimento, nella
schiena. Dula cade, colpita. Più fortunata della sua amica, che muore
all’istante, Dula passa diciotto mesi in ospedale, vedendo il figlio pochissimo,
e
rassegnandosi all’idea di vivere per sempre su una sedia a rotelle, paralizzata
dalla vita in giù.
Quando apre la porta sembra imbarazzata. Abbassa
lo sguardo e sorride, ma a fatica trattiene le lacrime. Forse è imbarazzata
come può esserlo una ragazza di trentasette anni, che aspetta i pannoloni che
la “mutua”
non le passa. Lei prima giocava a basket, era atletica e
scattante. Ora ci gioca lo stesso, ma all’Associazione Paraplegici dove si reca
una volta alla settimana. “Mi scarica, mi sento meglio quando gioco a basket”
dice con un sorriso amaro. Suo figlio la osserva. Ora è un diciassettenne alto
e robusto, “il suo migliore amico” dice lei. Armin studia alla scuola
alberghiera, usa internet, scrive un po’ di inglese. In italiano capisce tutto,
ma non lo parla. Dice di essere juventino. Con la “pensione di invalidità” di
70 euro al
mese Dula riesce a mangiare, tirare avanti e mandare un figlio a scuola.
I “vecchietti”. Se molti a Sarajevo si sottraggono all’obiettivo
della macchina fotografica, i “vecchietti” - così li chiamano affettuosamente
alcuni volontari - sono invece felici che la loro fotografia sia finita sul
calendario di Sprofondo: “Ma ci vedono anche in Italia?!” è il loro primo
pensiero. “Certo che sembravamo degli spaventapasseri!”.
Zorica ha un volto infantile, lindo, rotondo. Il
naso a patata, la faccia da bambina. Una bambina di cinquantadue anni che ne dimostra
almeno venti di più, i capelli bianchi e gli acciacchi insistenti che la
irrigidiscono, tutta fasciata sotto strati di maglioni e foulard. E piange come
una bambina quando gli ospiti rifiutano le sue offerte di bevande e biscotti.
Non ha quasi nulla in casa, va in qualche angolo oscuro a recuperare due
limoni, per una limonata. “No, no, lascia stare...” le intima Dzana, la
guida-interprete. “Ma come, Dzana, io voglio offrire qualcosa, mi sento male se
non offro niente, ti prego, ti prego…”. “Lascia stare, ti dico, abbiamo già
girato altre case e ognuno ci ha offerto qualcosa. Non prendiamo niente”. Dzana
è ferma e non si lascia certo intimorire.
Ma dagli occhi grandi di Zorica iniziano a sgorgare le lacrime, va nell’altra
stanza, prende una scatola di biscotti al cioccolato, vuole offrirli a tutti i
costi. Il giorno dopo Dzana racconta che Zorica ha telefonato ancora in serata,
piangendo per non aver potuto offrire niente a chi le ha fatto visita. Tutti offrono
qualcosa, è peccato imperdonabile
non accettare, anche solo le sigarette, Drina o Ronhill. Il marito di Zorica,
Hamo (sessantasette anni), fuma di
gusto. È semi paralizzato dall’artrosi, non si alza dalla sedia, la bocca
congelata in un perenne sorriso sdentatissimo. Indossa una cuffietta di lana
azzurra, sua moglie dice che ha sempre freddo, per via della cattiva
circolazione. Sta mangiando un fondo unto di salamino, insieme a dei cracker
rotondi da un contenitore di plastica. Sembra un bimbo anche lui, con quella
bocca sempre semi aperta. Ogni tanto, se c’è la televisione accesa e vede un
politico, intima a tutti di fare silenzio: “Zitti, stanno parlando delle
pensioni!”. E invece non ne parlano mai. Lui riceve i canonici 70 euro al mese,
come tutti gli altri. Chi non ha mai lavorato deve accontentarsi di 50 euro
all’anno. Il sogno di Hamo è “andare in centro, mangiare
in quel ristorante dove andavo sempre, e bere qualcosa. Non tanto. Una o due
rakije, grappe”. Ma non si può muovere. “Quando ero vivo”, dice per riferirsi
al suo passato. Zorica è bloccata a casa con lui, e lo abbandona
solo per fare la spesa, il più in fretta possibile. La loro stanza principale
è
un grosso letto attaccato a un tavolo. Poi ci sono stufa e fornelli, con un
forno stracolmo di pentole. Alla parete c’è un ritratto di scarsa qualità, di
un bambino che piange. Le lacrime gli scendono abbondanti e simmetriche dagli
occhi inespressivi. È l’unica decorazione del loro nido-prigione, incastonato
al piano terra in uno dei quartieri alti della città, dove le strade sono tutte
in salita.