Un attentato al luogo di culto dell'Imam Bari a Islamabad causa 30 morti e decine di feriti

Tornano le violenze tra radicali sciiti e sunniti in
Pakistan con un attentato al tempio che simboleggia proprio la convivenza tra
le due
comunità musulmane: quello dell'Imam Bari nella
capitale Islamabad. Questa volta i morti sono 18, ma il bilancio delle vittime
potrebbe aggravarsi visto che i feriti sono oltre cinquanta, dei quali molti in
gravi condizioni. L’ordigno, probabilmente portato da un kamikaze, è esploso a
metà mattina mentre centinaia di fedeli sciiti stavano celebrando la fine di un
festival religioso. I testimoni hanno descritto una carneficina, l’ennesima nel
Paese asiatico martoriato dall’estremismo religioso. Il tempio è nella
periferia, ma vicino al quartiere dove si trovano i principali edifici
governativi e diplomatici. La polizia ha circondato il luogo della strage e si
sono avanzate le prime ipotesi sull’accaduto. “Sembra che si tratti di un
attacco suicida”, ha detto all’Associated Press il ministro dell’Informazione
Sheikh Rashid Ahmed accorso sul posto. Secondo un testimone oculare “un uomo si
è inserito nel gruppo di pellegrini e si è fatto esplodere davanti a tutti”.
Un anno di terrore. Il Pakistan, dove il 70 per cento della popolazione è
sunnita e il 20 per cento sciita, ha una lunga storia di attacchi mossi dalle
frange radicali delle due comunità. Dai primi anni Ottanta a oggi, per lo più
nelle regioni del Sindh, del Balochistan e del Punjab, sono morte circa 4mila
persone, tra le quali molti civili. Nell’ultimo anno si è registrato un
drammatico record: più di 150 morti in una fitta serie di attentati. Nel marzo
scorso 30 persone hanno perso la vita e molte altre sono rimaste ferite per
l’esplosione di un ordigno al tempio di Fatehpur, un villaggio a 300 chilometri
da Quetta, capitale del Balochistan. In quest’area, tuttavia, combattono anche
gruppi tribali contro le forze governative ed è difficile stabilire se questi
ultimi abbiano avuto un ruolo nell’azione terroristica contro il luogo di
culto. Ad ottobre 2004 si è generata una spirale di violenze e
vendette che ha causato settanta morti. Sarebbe stata l’uccisione del leader
radicale sunnita, Amjad Farooqi, accusato del rapimento e dell’omicidio del
giornalista statunitense Daniel Pearl, a far precipitare la situazione. Il
primo ottobre è stata attaccata una moschea sciita a Sialkot, a nord di Lahore:
trenta le vittime. Cinque giorni più tardi due bombe sono state fatte esplodere
nella città di Multan mentre centinaia di sunniti stavano commemorando il
defunto capo radicale Azim Tariq. E il
10 ottobre un attentato kamikaze all’ingresso di una moschea sciita di Lahore
ha ucciso tre persone, fra le quali un
ragazzo di tredici anni.

Estremisti e militari. Lo scontro armato tra gruppi estremisti che si rifanno a due
visioni diverse dell’Islam è stato sempre sostenuto dalla lobby militare. Neanche
l’attuale presidente, il generale Musharraf, salito al potere con un colpo di
Stato cinque anni fa, è riuscito a frenare la prolificazione delle fazioni
estremiste come aveva promesso. Musharraf si trova a gestire un fragile
equilibrio: da una parte appoggia gli Stati Uniti nella lotta ai talebani
infiltrati in Pakistan e dall’altra non può perdere il consenso dei movimenti
islamici. Finora il dittatore pachistano si è limitato a tagliare loro i fondi,
ma non ha riformato la legislazione: di fatto la s
haria (giurisprudenza coranica) introdotta nel 1977 è ancora in vigore, mentre le organizzazioni
radicali sunnite e le
madrasse
(scuole coraniche dove si formano molti estremisti) continuano ad
aumentare la
loro influenza. E forse non è un caso che sia stato colpito - per la prima
volta - il tempio dell'Imam Bari, dove sono conservate le spoglie
del mistico sufi (il sufismo è la corrente più tollerante
dell'Islam) che vengono visitate ogni anno sia da sunniti sia da
sciiti. Entrambi, in realtà rivendicano la proprietà della moschea che da vent'anni
è sotto il controllo sunnita. In febbraio
il custode era stato
assassinato insieme ad altre due persone.