Un giovane pilota israeliano di elicotteri racconta la cosa che ha imparato a fare meglio
“Non parlo un buon
inglese, non so l’italiano, non sono nemmeno un conferenziere. Nove
mesi fa, però, ho imparato a dire una cosa importante: no!”.
Jonathan Shapira è un ragazzone dai capelli corti,
jeans e maglietta, l’espressione aperta e un po’ timida. È un pilota di
elicotteri da combattimento di Israele. È lui che ha detto no.
Jonathan continua: “Ero un pilota attivo,
da poche settimane il comandante mi ha annunciato che sono stato
esautorato dai miei compiti, il motivo è che io non accetto ordini
immorali e illegali”.
La sala in
cui parla il giovane aviatore è un teatro storico romano, l’Ambra
Jovinelli, una volta tempio dell’avanspettacolo nella capitale italiana
e oggi sofisticato palcoscenico per recite colte. E' bello, con le sue
colonne in ferro, le balconate, la platea. È colmo di persone, assorte
in un silenzio ammirato e commosso.
“La notte tra
il 22 e il 23 luglio del 2002 era tardi – continua il top gun - e la
squadra F-16 era pronta, destinazione Gaza. Via al decollo per il
bombardamento. In quella missione fu lanciato un ordigno di una
tonnellata, più o meno l’equivalente di cento bombe dei kamikaze
palestinesi. Fu sganciato su una casa nel quartiere Al-Daraj. In
quell’azione morirono 13 persone e 150 rimasero ferite. Nove bambini,
due donne e due uomini. Credevamo di difendere gli israeliani. Dan
Haluz, il capo delle Forze Aeree, sostenne che, secondo la sua morale,
quello che era successo aveva una piena giustificazione. Ci disse di
dormire tranquilli, tutto era stato fatto alla perfezione. Non dormimmo
tranquilli, però. E neppure dormimmo tranquilli il 31 agosto dello
stesso anno. Incursione a Daraghmeh: 4 bambini falciati. L’otto aprile
del 2003 a Al-Arabib e Al-Halabi: 2 bambini e cinque adulti uccisi. Il
10 giugno successivo a Rantissi: una bambina, una donna e cinque uomini
morti. L’11 giugno Abou Nahel fu rasa al suolo: due donne e cinque
uomini ammazzati. Il giorno dopo a Yasser Taha: un bimbo di un anno,
una donna e cinque uomini rimasti sotto le macerie. Gli alti ufficiali
dell’esercito non amano dire che dei ‘palestinesi innocenti’ sono stati
assassinati. Li chiamano ‘passanti’. Quale sicurezza abbiamo avuto in
cambio? Attacchi su attacchi. Noi con gli ‘Apache’ (elicotteri da
guerra ndr), loro con gli attentati dei kamikaze. Una
danza folle”.
Jonathan non è solo. A l suo
fianco ci sono un ebreo, Moni Ovadia, scrittore e
commediografo, Ali Rashid, rappresentante dell’Autorità Nazionale
palestinese (Anp) in Italia e Luisa Morgantini, che da anni si oppone
alla guerra che devasta la società israeliana e la Palestina.
“Noi stiamo cercando di far capire a molti altri piloti che
quello che stiamo facendo è sbagliato - insiste l'israeliano -
quando ho detto di no ho avuto paura, ma adesso mi sento bene. Avremmo
dovuto cominciare prima, molto prima. Sento che il tempo sta per
scadere, che noi e i palestinesi ci stiamo avvicinando
rapidamente al crollo (ma la traduzione è difficile, lui usa crash, in
inglese, più duro come termine, ndr). Per questo abbiamo bisogno del
vostro aiuto, delle pressioni di tutto il mondo su Sharon
perché abbia fine questa tragedia”.
Dalla platea si alzano tre donne. Sono
palestinesi, a Roma per un corso di specializzazione. Si alzano e
salgono sul palco. Poi, con una qualche lieve titubanza, avvicinano
Jonathan, lo guardano per un istante e lo abbracciano a turno. Lui è
timido e loro donne del Medio Oriente sono educate a
non dare troppa confidenza pubblica ad uomini sconosciuti. Eppure si
incontrano in un gesto di affetto esplicito, tenero, pacifico. Un lungo
applauso, qualche momento di commozione, una speranza attraversa
l’anima dei presenti. Nella lontana terra infiammata dalla guerra, tra
Israele e Palestina, l’oceano che divide i due popoli è grande e
profondo e per nessuno sarà facile dimenticare, ma qui a
Roma si è visto che è possibile superare i conflitti, riuscire a
comunicare, incontrarsi.
“Lo dico con le
parole della mia religione, con le parole dell’ebraismo – dice Moni Ovadia – chi
fa
giustizia fa verità e chi fa verità fa pace. Come si può parlare di
Road map, di accordi, di soluzioni quando si sradicano ulivi, si radono
al suolo case, si distrugge tutto. La madre e il padre di questi
disastri sono occupazione e colonizzazione. Non c’è pace se non si pone
temine alla logica delle armi e non si smantellano gli insediamenti
israeliani in Palestina”.
L’artista
'ebreo-milanese', come si definisce, non ha un tono aggressivo, le sue
parole non sono da comizio, quasi le sussurra, ma hnno un senso pieno,
chiaro, inequivocabile.
Ali Rashid, il
rappresentante dell’Anp, conclude l’incontro. “Qui, stasera - dice con
una voce che è quasi un sussurro - una piccola comunità è
stata capace di produrre dialogo e condivisione. Confronto della
ragione. La corsa alla violenza non risolve nulla. Sharon non ha capito
che in questa situazione perde anche chi vince. A furia di usare le
armi sembra inevitabile continuare a farne uso e la comprensione non
appare in televisone, sui giornali. Eppure sul piano culturale la
guerra è stata sconfitta nella coscienza della gente, lo vediamo per
l’Iraq”.
La serata si conclude. Il pubblico
vuole chiedere a Jonathan, vuole sapere, parlare. Lui, con la fermezza
del top gun e la serenità di un saggio chiede una sola cosa, ancora e
con calore. “Aiutateci, fate sentire la vostra volontà di pace,
spingete Sharon a comprendere che per questa strada si arriva
solo al deserto. E fate presto”.