14/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un giovane pilota israeliano di elicotteri racconta la cosa che ha imparato a fare meglio
Elicottero Apache“Non parlo un buon inglese, non so l’italiano, non sono nemmeno un conferenziere. Nove mesi fa, però, ho imparato a dire una cosa importante: no!”.
 
Jonathan Shapira è un ragazzone dai capelli corti, jeans e maglietta, l’espressione aperta e un po’ timida. È un pilota di elicotteri da combattimento di Israele. È lui che ha detto no.
 
Jonathan continua: “Ero un pilota attivo, da poche settimane il comandante mi ha annunciato che sono stato esautorato dai miei compiti, il motivo è che io non accetto ordini immorali e illegali”.
 
La sala in cui parla il giovane aviatore è un teatro storico romano, l’Ambra Jovinelli, una volta tempio dell’avanspettacolo nella capitale italiana e oggi sofisticato palcoscenico per recite colte. E' bello, con le sue colonne in ferro, le balconate, la platea. È colmo di persone, assorte in un silenzio ammirato e commosso.
 
“La notte tra il 22 e il 23 luglio del 2002 era tardi – continua il top gun - e la squadra F-16 era pronta, destinazione Gaza. Via al decollo per il bombardamento. In quella missione fu lanciato un ordigno di una tonnellata, più o meno l’equivalente di cento bombe dei kamikaze palestinesi. Fu sganciato su una casa nel quartiere Al-Daraj. In quell’azione morirono 13 persone e 150 rimasero ferite. Nove bambini, due donne e due uomini. Credevamo di difendere gli israeliani. Dan Haluz, il capo delle Forze Aeree, sostenne che, secondo la sua morale, quello che era successo aveva una piena giustificazione. Ci disse di dormire tranquilli, tutto era stato fatto alla perfezione. Non dormimmo tranquilli, però. E neppure dormimmo tranquilli il 31 agosto dello stesso anno. Incursione a Daraghmeh: 4 bambini falciati. L’otto aprile del 2003 a Al-Arabib e Al-Halabi: 2 bambini e cinque adulti uccisi. Il 10 giugno successivo a Rantissi: una bambina, una donna e cinque uomini morti. L’11 giugno Abou Nahel fu rasa al suolo: due donne e cinque uomini ammazzati. Il giorno dopo a Yasser Taha: un bimbo di un anno, una donna e cinque uomini rimasti sotto le macerie. Gli alti ufficiali dell’esercito non amano dire che dei ‘palestinesi innocenti’ sono stati assassinati. Li chiamano ‘passanti’. Quale sicurezza abbiamo avuto in cambio? Attacchi su attacchi. Noi con gli ‘Apache’ (elicotteri da guerra ndr), loro con gli attentati dei kamikaze. Una danza folle”.
 
Jonathan non è solo. A l suo fianco ci sono un ebreo, Moni Ovadia, scrittore e commediografo, Ali Rashid, rappresentante dell’Autorità Nazionale palestinese (Anp) in Italia e Luisa Morgantini, che da anni si oppone alla guerra che devasta la società israeliana e la Palestina.
 
“Noi stiamo cercando di far capire a molti altri piloti che quello che stiamo facendo è sbagliato - insiste l'israeliano - quando ho detto di no ho avuto paura, ma adesso mi sento bene. Avremmo dovuto cominciare prima, molto prima. Sento che il tempo sta per scadere, che noi e i palestinesi ci stiamo avvicinando rapidamente al crollo (ma la traduzione è difficile, lui usa crash, in inglese, più duro come termine, ndr). Per questo abbiamo bisogno del vostro aiuto, delle pressioni di tutto il mondo su Sharon perché abbia fine questa tragedia”.
 
Dalla platea si alzano tre donne. Sono palestinesi, a Roma per un corso di specializzazione. Si alzano e salgono sul palco. Poi, con una qualche lieve titubanza, avvicinano Jonathan, lo guardano per un istante e lo abbracciano a turno. Lui è timido e loro donne del Medio Oriente sono educate a non dare troppa confidenza pubblica ad uomini sconosciuti. Eppure si incontrano in un gesto di affetto esplicito, tenero, pacifico. Un lungo applauso, qualche momento di commozione, una speranza attraversa l’anima dei presenti. Nella lontana terra infiammata dalla guerra, tra Israele e Palestina, l’oceano che divide i due popoli è grande e profondo e per nessuno sarà facile dimenticare, ma qui a Roma si è visto che è possibile superare i conflitti, riuscire a comunicare, incontrarsi.
 
“Lo dico con le parole della mia religione, con le parole dell’ebraismo – dice Moni Ovadia – chi fa giustizia fa verità e chi fa verità fa pace. Come si può parlare di Road map, di accordi, di soluzioni quando si sradicano ulivi, si radono al suolo case, si distrugge tutto. La madre e il padre di questi disastri sono occupazione e colonizzazione. Non c’è pace se non si pone temine alla logica delle armi e non si smantellano gli insediamenti israeliani in Palestina”.
 
L’artista 'ebreo-milanese', come si definisce, non ha un tono aggressivo, le sue parole non sono da comizio, quasi le sussurra, ma hnno un senso pieno, chiaro, inequivocabile.
 
Ali Rashid, il rappresentante dell’Anp, conclude l’incontro. “Qui, stasera - dice con una voce che è quasi un sussurro - una piccola comunità è stata capace di produrre dialogo e condivisione. Confronto della ragione. La corsa alla violenza non risolve nulla. Sharon non ha capito che in questa situazione perde anche chi vince. A furia di usare le armi sembra inevitabile continuare a farne uso e la comprensione non appare in televisone, sui giornali. Eppure sul piano culturale la guerra è stata sconfitta nella coscienza della gente, lo vediamo per l’Iraq”.
 
La serata si conclude. Il pubblico vuole chiedere a Jonathan, vuole sapere, parlare. Lui, con la fermezza del top gun e la serenità di un saggio chiede una sola cosa, ancora e con calore. “Aiutateci, fate sentire la vostra volontà di pace, spingete Sharon a comprendere che per questa strada si arriva solo al deserto. E fate presto”.
 
Roberto Bàrbera
 
Categoria: Guerra
Luogo: Israele - Palestina