11/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Mossa preventiva del governo Rousseff. Meno spese per sostenere un calo della crescita economica. Che comunque e nonostante tutto resiste

Il Brasile sta per affrontare un taglio delle spese pari a 22.000 milioni di euro. Una decisione coraggiosa, annunciata sia dalla neo presidente Dilma Rousseff che dal ministro delle Finanze Guido Mántega. Un giro di vite eccezionale imposto da una crescita dell'economia nel 2010 molto più lenta del previsto, ossia ferma sullo 7.5 percento del Prodotto interno lordo. Alla quale si aggiunge una proiezione ancora peggiore per il 2011: nella migliore delle ipotesi non verrà superato il 5 percento. Certo, la crescita resiste pur vacillando e nessuno dispera, ma i provvedimenti vanno presi proprio perché ancora in tempo. Mántega, però, ha voluto precisare che "non si tratta dei classici tagli fiscali del passato, che andavano a scuotere l'economia e a provocare disoccupazione", ma ha anche ammesso che in qualche modo incideranno sul sociale. È inevitabile.

A iniziare dai salari degli operai. I sindacati reclamano, infatti, dallo scorso anno, 580 reais di aumento, pari a circa 286 euro, mentre il governo Ruousseff si è appena impuntato su 545, cioè 241 euro, guardando come riferimento agli stipendi degli impiegati pubblici. Una mossa che i sindacalisti di ogni schieramento, dal centro alla sinistra, hanno considerato un tradimento del presidente. Che non cede, ribattendo le ragioni dei tagli. La prima delle quali è l'inflazione.

Il tema dell'aumento dei prezzi equivalente a un mezzo punto in più di quanto previsto ha iniziato a essere sbandierato negli ultimi giorni della scorsa settimana, con l'obiettivo di preparare il terreno per i sacrifici fiscali in vista.
Il capo della Finanza ha appena dichiarato: "Con meno consumo del governo si ridurrà la pressione sui prezzi", precisando che non saranno toccate nessuna delle spese previste nel cosiddetto Programa de Aceleración del Crecimiento (PAC) che riguarda opere pubbliche essenziali, specialmente in vista dei grandi eventi sportivi di Rio de Janeiro. Poi ha confessato che "Questo taglio sarà comunque più drastico di quelli fatti gli scorsi anni", sotto il governo Lula. Ma l'obiettivo è chiaro: "Mantenere l'inflazione sotto il tetto prefissato" dal sistema ideato al tempo di Cardoso. E "ridurre le spese del governo - precisa il collaboratore di Rousseff - è la maniera principale per combattere qualsiasi inflazione". Anche se va da sé che l'evoluzione dei prezzi, specialmente degli alimenti, non dipende esclusivamente dalla volontà del governo. E questo vale sia per il petrolio che per il grano, i cui valori sono fissati in base alle borse internazionali.

Il governo brasiliano prevede che il deficit nominale cadrà in forma sostanziale durante il 2011, anno che vedrà una riduzione reale del debito pubblico interno. Un ragionamento che pone le sue basi sui risultati dei tagli governativi già tangibili nei conti di gennaio, simbolo dell'inversione rispetto al biennio 2009-2010. In questo periodo Lula, che aveva comunque Mántega alle Finanze, optò per concedere forti sussidi ai settori produttivi per contenere gli effetti della crisi economica mondiale che minacciava con una violenta recessione l'economia brasiliana. "Il governo aumentò quindi le sue spese per far superare la crisi finanziaria al paese. Ed ebbe ragione. La manovra ha infatti ottenuto un grande successo". Ma adesso che la crisi è scavallata, Dilma Rousseff non può accettare tali ritmi e corre ai ripari, lasciando camminare con le proprie gambe i settori produttivi e tirando i remi in barca di un governo che deve navigare a vista e senza sciali, per evitare la deriva. Sfruttando l'onda, flebile ma continua, della sua crescita economica. Che comunque resta.

Stella Spinelli

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