08/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Paura, incertezza e sogni di chi non ha più una casa
scritto per noi da
Michela La Perna

Campo rifugiati di BalataNel campo rifugiati di Balata, nella periferia di Nablus incontro Radwan Abu Rezeik. Ha cinquantasei anni. La sua famiglia, nello specifico sua madre, è originaria di Jaffa. Nel ’48 la famiglia, che viveva gia’ a Nablus, nella zona di Rafidia, viene trasferita al campo di Balata, dove tutti, per circa dieci anni, vivono in tende, non essendoci altri tipi di strutture.
 
Radwan studia fino alla sesta classe, fino a circa 12 anni. Ricorda la luce del fuoco la sera, per leggere e studiare. E che anche riuscire a camminare dentro il campo, tra una tenda e l’altra era molto difficile. E nessuno possedeva neanche le scarpe.
 
Dopo 10 anni l’UNRWA ha cominciato a costruire piccole strutture. Ma anche dopo il ‘67 nelle case non c’era nè acqua nè elettricità, e per avere dell’acqua bisognava arrivare fino a Nablus. Racconta che sono molte le famiglie che, viste le condizioni così precarie, hanno preferito emigrare in altri paesi arabi.
 
Sono molti anche quelli che invece hanno deciso di rimanere, per non abbandonare la propria terra. Radwan ha costruito da solo, insieme a tutti i figli, la casa in cui abita ora. Il terreno è gestito dalle Nazioni Unite, che lo distribuiscono tra tutte le famiglie di Balata. La maggior parte delle famiglie si costruisce autonomamente la propria.
 
L’aiuto che le Nazioni Unite offrono è relativo solo al campo medico e all’educazione. Oggi tutte le case hanno acqua e elettricità, ma sono gestite dalla municipalità di Nablus. Questo crea gravi problemi, perchè le tariffe sono care e in realtà nessuno si può permettere di pagarle visto che a Balata son pochissime le persone che oggi hanno un lavoro.
 
La situazione al campo di Balata è davvero difficile anche oggi: Radwan racconta che dal ’67 a oggi, ogni notte i soldati entrano al campo, e spesso vengono imposti lunghi periodi di coprifuoco, ma dall’inizio della seconda intifada, la situazione è molto peggiorata. Ci dice che anche il rapporto con l’esercito israeliano è diverso. Prima era possibile avere una sorta di dialogo con i soldati. Ora no. Sparano e basta.
 
A suo dire conoscono solo il linguaggio delle armi e dell’oppressione. Il problema principale è che non è più possibile lavorare fuori dalla Cisgiordania. Anche lui ha perso il lavoro. Era tassista, sulla tratta Nablus-Ramallah-Jerusalem. Aveva una propria macchina, ma non potendola più usare per il lavoro, l’ha dovuta vendere.
 
"Gli israeliani oggi lottano con tutti i mezzi, questa è una guerra economica, ci vogliono piegare" spiega Radwan che ha 5 figli e 3 figlie. Complessivamente nella sua familgia sono 71. Uno dei figli è, come la maggior parte dei giovani di Nablus e dei campi, ricercato dall’esercito israeliano. Anche per questo, ogni notte, quando l’esercito entra nel campo, lui teme per la sua famiglia.
 
Tutte le famiglie che hanno ricercati hanno paura. Quando i soldati entrano a volte si aggirano per il campo, solo per incutere terrore, altre volte entrano nelle case. Ma comunque quando entrano, tutti si svegliano, anche i bambini. Uno dei suoi figli ha 3 anni. Ci dice che quasi tutte le notti si sveglia dicendo: "Oh papà, questa notte i soldati tornano"?
 
Ci dice che un mese fa sono entrati in una casa per cercare qualcuno e hanno distrutto tutto, senza un preciso motivo. Spesso sono entrati anche nella sua casa, ci fa vedere i buchi dei proiettili nelle tende. Ci chiede di essere creduto quando ci dice che i soldati molto spesso rubano nelle case in cui entrano: a lui hanno preso soldi e per puro sadismo hanno versato tutto l’olio nei vasi dei fiori.
 
E’ convinto che nel ’48 non bisognasse lasciare le terre da dove sono stati cacciati. Bisognava resistere. Vorrebbe tornare a Jaffa. Prima che morissero i suoi genitori ci è andato con loro, ma si è sentito così confuso che è voluto rimanerci molto poco.
 
Suo padre spesso gli raccontava che quando tornava dal lavoro (era un autista di autobus), andava a cenare al mare coi figli più grandi. E che la vita allora era bella. Sorridendo ci dice che ora solo gli adulti sanno nuotare, i giovani spesso non hanno neanche mai visto il mare.
 
"Non è vita quella che stiamo vivendo, è solo una lunga linea di tristezza. Ci sono solo pochi intervalli di qualcosa che possiamo definire tranquillità", conclude Radwan, "ma poi i soldati tornano a distruggere tutto per periodi infinitamente lunghi".
 
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Israele - Palestina