scritto per noi da
Michela La Perna
Nel campo rifugiati di Balata, nella periferia di
Nablus incontro Radwan Abu Rezeik. Ha cinquantasei anni. La sua
famiglia, nello specifico sua madre, è originaria di Jaffa.
Nel ’48 la famiglia, che viveva gia’ a Nablus, nella zona di Rafidia,
viene trasferita al campo di Balata, dove tutti, per circa dieci anni,
vivono in tende, non essendoci altri tipi di strutture.
Radwan studia fino alla sesta classe, fino a circa 12
anni. Ricorda la luce del fuoco la sera, per leggere e studiare. E che
anche riuscire a camminare dentro il campo, tra una tenda e l’altra era
molto difficile. E nessuno possedeva neanche le scarpe.
Dopo 10 anni l’UNRWA ha cominciato a costruire
piccole strutture. Ma anche dopo il ‘67 nelle case non c’era nè acqua
nè elettricità, e per avere dell’acqua bisognava arrivare fino a
Nablus. Racconta che sono molte le famiglie che, viste le condizioni
così precarie, hanno preferito emigrare in altri paesi arabi.
Sono molti anche quelli che invece hanno
deciso di rimanere, per non abbandonare la propria
terra. Radwan ha costruito da solo, insieme a tutti i
figli, la casa in cui abita ora. Il terreno è gestito dalle
Nazioni Unite, che lo distribuiscono tra tutte le famiglie di Balata.
La maggior parte delle famiglie si costruisce autonomamente la
propria.
L’aiuto che le Nazioni Unite
offrono è relativo solo al campo medico e all’educazione. Oggi
tutte le case hanno acqua e elettricità, ma sono gestite dalla
municipalità di Nablus. Questo crea gravi problemi, perchè le
tariffe sono care e in realtà nessuno si può permettere di pagarle
visto che a Balata son pochissime le persone che oggi hanno un lavoro.
La situazione al campo di Balata è
davvero difficile anche oggi: Radwan racconta che dal ’67 a oggi, ogni
notte i soldati entrano al campo, e spesso vengono imposti lunghi
periodi di coprifuoco, ma dall’inizio della seconda intifada, la
situazione è molto peggiorata. Ci dice che anche il rapporto
con l’esercito israeliano è diverso. Prima era possibile avere
una sorta di dialogo con i soldati. Ora no. Sparano e basta.
A suo dire conoscono solo il linguaggio delle armi e
dell’oppressione. Il problema principale è che non è
più possibile lavorare fuori dalla Cisgiordania. Anche lui ha perso il
lavoro. Era tassista, sulla tratta Nablus-Ramallah-Jerusalem. Aveva una
propria macchina, ma non potendola più usare per il lavoro, l’ha dovuta
vendere.
"Gli israeliani oggi lottano con tutti
i mezzi, questa è una guerra economica, ci vogliono piegare"
spiega Radwan che ha 5 figli e 3 figlie. Complessivamente nella sua
familgia sono 71. Uno dei figli è, come la maggior parte dei giovani di
Nablus e dei campi, ricercato dall’esercito israeliano. Anche per
questo, ogni notte, quando l’esercito entra nel campo, lui teme per la
sua famiglia.
Tutte le famiglie che hanno
ricercati hanno paura. Quando i soldati entrano a volte si aggirano per
il campo, solo per incutere terrore, altre volte entrano nelle case. Ma
comunque quando entrano, tutti si svegliano, anche i bambini. Uno dei
suoi figli ha 3 anni. Ci dice che quasi tutte le notti si sveglia
dicendo: "Oh papà, questa notte i soldati tornano"?
Ci dice che un mese fa sono entrati in una casa per cercare
qualcuno e hanno distrutto tutto, senza un preciso motivo. Spesso sono
entrati anche nella sua casa, ci fa vedere i buchi dei proiettili nelle
tende. Ci chiede di essere creduto quando ci dice che
i soldati molto spesso rubano nelle case in cui entrano: a lui hanno
preso soldi e per puro sadismo hanno versato tutto l’olio nei vasi dei
fiori.
E’ convinto che nel ’48 non
bisognasse lasciare le terre da dove sono stati cacciati. Bisognava
resistere. Vorrebbe tornare a Jaffa. Prima che morissero i suoi
genitori ci è andato con loro, ma si è sentito così confuso
che è voluto rimanerci molto poco.
Suo padre spesso gli raccontava che quando tornava dal
lavoro (era un autista di autobus), andava a cenare al mare coi figli
più grandi. E che la vita allora era bella. Sorridendo ci dice che ora
solo gli adulti sanno nuotare, i giovani spesso non hanno neanche mai
visto il mare.
"Non è vita quella
che stiamo vivendo, è solo una lunga linea di tristezza. Ci
sono solo pochi intervalli di qualcosa che possiamo definire
tranquillità", conclude Radwan, "ma poi i soldati tornano a distruggere
tutto per periodi infinitamente lunghi".