14/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Pubblichiamo l'appello lanciato da Jeff Halper
Jeff HalperBarba brizzolata, 56 anni ben portati, occhiali di metallo, Jeff Halper è un “antropologo impegnato”. Cresciuto negli anni ’60 in un’America molto politicizzata, da 30 anni vive in Israele. Fondatore e attuale direttore dell’Icahd (Comitato israeliano contro le demolizioni delle case), in questi giorni egli sta assistendo impotente al pesantissimo attacco dell’Esercito israeliano nel campo profughi di Rafah, a Gaza. Questo suo intervento ci arriva dal check-point di Sufa – all’entrata di Gaza – dove da quattro giorni sono in corso manifestazioni di centinaia di pacifisti israeliani contro le uccisioni indiscriminate di civili palestinesi e la demolizione di centinaia di edifici. Finora il bilancio è stato di otto arrestati e tre feriti.
 
In questo preciso momento, i bulldozer dell’Esercito israeliano stanno radendo al suolo decine di case nel campo profughi di Rafah in rappresaglia per le morti di cinque soldati israeliani. La scorsa notte il primo ministro Sharon e il ministro della Difesa Mofaz hanno autorizzato a demolire centinaia di edifici palestinesi a Rafah, sul confine della Striscia di Gaza con l’Egitto, in modo da creare una zona “cuscinetto” di alcune centinaia di metri. E questo si è aggiunto alla demolizione, o minaccia di demolizione, di decine di abitazioni nel campo profughi di Zeidun, nella città di Gaza. Secondo alcuni testimoni, i residenti, in preda al panico, stanno racimolando quel che riescono a trasportare dei loro averi e scappano. Alcuni di loro sventolano bandiere bianche all’avvicinarsi delle forze israeliane.
 
Le demolizioni vengono eseguite come parte di una campagna di punizione collettiva nei confronti del popolo palestinese in seguito alla distruzione di due camionette militari dopo l’invasione israeliana. Le demolizioni sono parte di una guerra in corso contro i civili palestinesi che va ben oltre gli attacchi terroristici. La reazione di Israele è così sproporzionata e indiscriminata nei suoi attacchi contro una popolazione civile innocente – circa 1.200 case sono state distrutte a Gaza negli ultimi tre anni – che le azioni israeliane possono essere descritte solo come terrorismo di Stato. Attacchi sulla popolazione non combattente, punizioni collettive e la demolizione di abitazioni sono tutti interventi illegali secondo la legge internazionale e costituiscono crimini di guerra, come ha dichiarato oggi al quotidiano Haaretz l’ex ministro del governo israeliano Yossi Sarid. E non si tratta neppure di una reazione al terrorismo. L’idea che Sharon voglia andarsene da Gaza è falsa e fuorviante. Può anche darsi che smantelli gli insediamenti israeliani, ma il primo ministro intende mantenere il pieno controllo militare di Gaza, compresa la “zona cuscinetto” a Rafah, circondandola con una recinzione elettronica, portando avanti il boicottaggio militare ed economico del mare e controllando lo spazio aereo palestinese. Più che di “disimpegno”, si tratta di imprigionare un milione e mezzo di palestinesi, mentre vengono rinforzati gli insediamenti in Cisgiordania e nella parte orientale di Gerusalemme.
 
Presentando le morti dei soldati come un “attacco terroristico”, il governo di Israele nasconde completamente il fatto che essi facevano parte di una forza militare di invasione delle città palestinesi in un contesto in cui l’occupazione da parte di Israele dura da 37 anni e non dà segno di voler cessare. Il terrorismo palestinese può essere un sintomo, ma è l’occupazione la causa. L’occupazione, le tensioni nei campi di pace israeliani, costituiscono l’infrastruttura del terrorismo. E il terrorismo non viene solo “dal basso”. Il terrorismo, quando è rivolto verso una popolazione soggiogata e impotente come quella palestinese a Gaza, è ugualmente da condannare. Gli assalti indiscriminati da parte di aerei, missili, carri armati, bulldozer e truppe israeliani a centri densamente abitati da civili, la distruzione di interi quartieri a cui stiamo assistendo in questo momento, possono essere chiamati solo terrorismo di Stato. E in aggiunta alla tragedia e all’ingiustizia, i campi e i quartieri sotto attacco sono le abitazioni dei palestinesi che erano stati fatti profughi da Israele nel 1948.
 
Le colpe degli Stati Uniti Di fatto, il terrorismo attuato sui palestinesi a Gaza fa parte della politica di Stato israeliana. Le demolizioni di oggi non sono una semplice reazione alla violenza; sono la messa in atto dei piani formulati dall’Esercito già nel 2001, quando la pacifista americana Rachel Corrie fu uccisa nel tentativo di bloccare i bulldozer che volevano distruggere delle case palestinesi. Queste azioni – è bene sottolinearlo – hanno coinvolto gli Stati Uniti nei crimini di guerra palestinesi, e violano la legge americana. Virtualmente tutte le armi impiegate contro i palestinesi sono di produzione americana, dai bulldozer caterpillar D-9 utilizzati per demolire le abitazioni palestinesi, agli F-16 che bombardano le città palestinesi. Il loro impiego contro popolazioni civili viola l’Arms Control Export Act, che proibisce l’uso di armi americane in situazioni di mancato rispetto dei diritti umani.
 
C’è un’altra dimensione della questione che gli americani dovrebbero prendere in seria considerazione. L’assoggettamento del popolo palestinese che sta avvenendo con armi americane e il supporto acritico da parte del governo americano – testimoniato dal cambio di politica del presidente Bush, che ha riconosciuto gli insediamenti israeliani e ha quindi sepolto per sempre l’ipotesi dei due Stati come soluzione – isola l’America agli occhi del mondo. In un recente voto delle Nazioni Unite, che chiedeva a Israele di ritirarsi da Gaza, tutti i Paesi del mondo hanno dato il proprio assenso: solo Israele, gli Stati Uniti, le isole Marshall e la Micronesia si sono opposte. Questo dovrebbe mandare dei segnali d’allarme all’opinione pubblica americana. Il danno causato alla posizione statunitense nel mondo dallo scandalo degli abusi sui prigionieri può essere compreso solo considerando il precedente del sostegno americano alla sottomissione di un'altra popolazione araba musulmana – i palestinesi – da parte di Israele, reso possibile dall’appoggio totale e incondizionato degli Stati Uniti. Israele non avrà pace e sicurezza, i palestinesi non avranno la libertà, l’America non avrà sicurezza e non troverà il suo posto nel mondo finché l’occupazione di Israele non avrà fine.
 
Jeff Halper © Israeli Committee Against House Demolitions
 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Israele - Palestina