Barba brizzolata, 56 anni ben portati, occhiali di metallo,
Jeff Halper è un “antropologo impegnato”. Cresciuto negli anni ’60 in
un’America molto politicizzata, da 30 anni vive in Israele. Fondatore e
attuale direttore dell’Icahd (Comitato israeliano contro
le demolizioni delle case), in questi giorni egli sta
assistendo impotente al pesantissimo attacco dell’Esercito israeliano
nel campo profughi di Rafah, a Gaza. Questo suo intervento ci arriva
dal check-point di Sufa – all’entrata di Gaza –
dove da quattro giorni sono in corso manifestazioni di centinaia di pacifisti
israeliani
contro le uccisioni indiscriminate di civili palestinesi e la
demolizione di centinaia di edifici. Finora il bilancio è stato di otto
arrestati e tre feriti.
In questo preciso
momento, i bulldozer dell’Esercito israeliano stanno radendo al suolo
decine di case nel campo profughi di Rafah in rappresaglia per le morti
di cinque soldati israeliani. La scorsa notte il primo ministro Sharon
e il ministro della Difesa Mofaz hanno autorizzato a demolire centinaia
di edifici palestinesi a Rafah, sul confine della Striscia di Gaza con
l’Egitto, in modo da creare una zona “cuscinetto” di alcune centinaia
di metri. E questo si è aggiunto alla demolizione, o minaccia di
demolizione, di decine di abitazioni nel campo profughi di Zeidun,
nella città di Gaza. Secondo alcuni testimoni, i residenti, in preda al
panico, stanno racimolando quel che riescono a trasportare dei loro
averi e scappano. Alcuni di loro sventolano bandiere bianche
all’avvicinarsi delle forze israeliane.
Le demolizioni vengono
eseguite come parte di una campagna di punizione collettiva nei
confronti del popolo palestinese in seguito alla distruzione di due
camionette militari dopo l’invasione israeliana. Le demolizioni sono
parte di una guerra in corso contro i civili palestinesi che va ben
oltre gli attacchi terroristici. La reazione di Israele è così
sproporzionata e indiscriminata nei suoi attacchi contro una
popolazione civile innocente – circa 1.200 case sono state distrutte a
Gaza negli ultimi tre anni – che le azioni israeliane possono essere
descritte solo come terrorismo di Stato. Attacchi sulla popolazione non
combattente, punizioni collettive e la demolizione di abitazioni sono
tutti interventi illegali secondo la legge internazionale e
costituiscono crimini di guerra, come ha dichiarato oggi al
quotidiano Haaretz l’ex ministro del governo
israeliano Yossi Sarid. E non si tratta neppure di una
reazione al terrorismo. L’idea che Sharon voglia andarsene da Gaza è
falsa e fuorviante. Può anche darsi che smantelli gli insediamenti
israeliani, ma il primo ministro intende mantenere il pieno controllo
militare di Gaza, compresa la “zona cuscinetto” a Rafah, circondandola
con una recinzione elettronica, portando avanti il boicottaggio
militare ed economico del mare e controllando lo spazio aereo
palestinese. Più che di “disimpegno”, si tratta di imprigionare un
milione e mezzo di palestinesi, mentre vengono rinforzati gli
insediamenti in Cisgiordania e nella parte orientale di
Gerusalemme.
Presentando le morti dei soldati come un “attacco
terroristico”, il governo di Israele nasconde completamente il fatto
che essi facevano parte di una forza militare di invasione delle città
palestinesi in un contesto in cui l’occupazione da parte di Israele
dura da 37 anni e non dà segno di voler cessare. Il terrorismo
palestinese può essere un sintomo, ma è l’occupazione la causa.
L’occupazione, le tensioni nei campi di pace israeliani, costituiscono
l’infrastruttura del terrorismo. E il terrorismo non viene solo “dal
basso”. Il terrorismo, quando è rivolto verso una popolazione
soggiogata e impotente come quella palestinese a Gaza, è ugualmente da
condannare. Gli assalti indiscriminati da parte di aerei, missili,
carri armati, bulldozer e truppe israeliani a centri densamente abitati
da civili, la distruzione di interi quartieri a cui stiamo assistendo
in questo momento, possono essere chiamati solo terrorismo di Stato. E
in aggiunta alla tragedia e all’ingiustizia, i campi e i quartieri
sotto attacco sono le abitazioni dei palestinesi che erano stati fatti
profughi da Israele nel 1948.
Le colpe degli Stati Uniti Di fatto, il terrorismo attuato sui palestinesi a Gaza fa
parte della politica di Stato israeliana. Le demolizioni di oggi non
sono una semplice reazione alla violenza; sono la messa in atto dei
piani formulati dall’Esercito già nel 2001, quando la pacifista
americana Rachel Corrie fu uccisa nel tentativo di bloccare i bulldozer
che volevano distruggere delle case palestinesi. Queste azioni – è bene
sottolinearlo – hanno coinvolto gli Stati Uniti nei crimini di guerra
palestinesi, e violano la legge americana. Virtualmente tutte le armi
impiegate contro i palestinesi sono di produzione americana, dai
bulldozer caterpillar D-9 utilizzati per demolire le abitazioni
palestinesi, agli F-16 che bombardano le città palestinesi. Il loro
impiego contro popolazioni civili viola l’Arms Control Export
Act, che proibisce l’uso di armi americane in situazioni di
mancato rispetto dei diritti umani.
C’è un’altra dimensione della questione che gli
americani dovrebbero prendere in seria considerazione.
L’assoggettamento del popolo palestinese che sta avvenendo con armi
americane e il supporto acritico da parte del governo americano –
testimoniato dal cambio di politica del presidente Bush, che ha
riconosciuto gli insediamenti israeliani e ha quindi sepolto per sempre
l’ipotesi dei due Stati come soluzione – isola l’America agli occhi del
mondo. In un recente voto delle Nazioni Unite, che chiedeva a
Israele di ritirarsi da Gaza, tutti i Paesi del mondo hanno dato il
proprio assenso: solo Israele, gli Stati Uniti, le isole Marshall e la
Micronesia si sono opposte. Questo dovrebbe mandare dei segnali
d’allarme all’opinione pubblica americana. Il danno causato alla
posizione statunitense nel mondo dallo scandalo degli abusi sui
prigionieri può essere compreso solo considerando il precedente del
sostegno americano alla sottomissione di un'altra popolazione araba
musulmana – i palestinesi – da parte di Israele, reso possibile
dall’appoggio totale e incondizionato degli Stati Uniti. Israele non avrà pace
e sicurezza, i palestinesi non avranno
la libertà, l’America non avrà sicurezza e non troverà il suo posto nel
mondo finché l’occupazione di Israele non avrà fine.
Jeff Halper © Israeli
Committee Against House Demolitions