Hamid Karzai ha vinto. Analisi e riflessioni su un voto costato 40 mila morti

Lo spoglio dei voti delle elezioni presidenziali dello scorso nove ottobre è
ufficialmente terminato.
Con circa il 55 per cento delle preferenze, l’ex agente della Cia e presidente
provvisorio uscente, il pashtun Hamid Karzai, è risultato il vincitore staccando
di molte lunghezze i candidati rivali.
L’ex ministro provvisorio dell’Istruzione, il tagico Yunus Qanuni, ha incassato
il 16 per cento; Mohammed Mohaqiq, leader della minoranza hazara, il 12 per cento;
il generale Abdul Rashid Dostum, famigerato signore della guerra uzbeco, il 10.
Risultati che, sia come percentuali che come distribuzione geografica del voto,
mostrano in maniera più che evidente la natura assolutamente ‘etnica’ di questo
voto e, per riflesso, della nascente democrazia afgana.
Le province meridionali e occidentali del paese, abitate dalla maggioranza pashtun
(quella da cui originò lo stesso movimento talebano), hanno votato in blocco per
Karzai.
Gli elettori delle province nord-orientali e di quella centroccidentale di Ghor,
territori a maggioranza tagica (la seconda popolazione del paese), hanno scelto
Qanuni, con percentuali bulgare nella valle del Panjshir, roccaforte dei mujaheddin
tagichi del defunto comandante Ahmad Shah Massoud, assassinato alla vigilia dell’11
settembre 2001.
Nelle province centrali, abitate dalla minoranza hazara (la terza della nazione
afgana), i votanti hanno optato per il loro leader storico, Mohaqiq.
Infine quelli delle province settentrionali uzbeche (la minoranza più esigua)
hanno scelto il signore locale Dostum.
A questo proposito molti analisti e commentatori hanno parlato, con termine brutto
ma azzeccato, di ‘etnodemocrazia’, riferendosi alla oggettiva difficoltà di applicare
il modello occidentale di democrazia rappresentativa a un sistema sociale tradizionalista
e conservatore come quello afgano, in cui l’appartenenza tribale e i rigidi codici
tradizionali di condotta contano ancora molto più di ogni preferenza ideologico-valoriale,
essendo questa strettamente legata alla comune fede islamica.
Lo dimostra anche l’un per cento dei voti presi dall’unico candidato veramente
indipendente e ‘ideologico’, la pediatra Massouda Jalal, presentatasi come progressista
laica fautrice dell’emancipazione delle donne afgane.

Karzai, se vorrà riuscire a governare il paese con un minimo di stabilità e di
consenso, come capo di Stato e non più come ‘sindaco di Kabul’ (come veniva ironicamente
definito), dovrà farsi prestare un ‘manuale Cencelli’ per riuscire a spartire
cariche di governo e poltrone a tutte le fazioni, a tutti quei signori della guerra
che ancora oggi, grazie ai loro eserciti privati, detengono il controllo effettivo
del territorio fuori dai confini della capitale, regnando sui loro feudi come
antichi monarchi assoluti.
Nonostante da un anno sia in corso il disarmo delle milizie locali, infatti,
ancora sessantamila afgani vestono una divisa che non è quella dell’embrionale
esercito nazionale, forte per ora di soli sedicimila soldati.
Se, come alcuni paventano (e come lo stesso Karzai ha più volte lasciato intendere),
invece di cimentarsi in questa non facile impresa di redistribuzione del potere,
il nuovo presidente preferirà tenerselo tutto per sé e per le genti pashtun cooptando
anche nel governo un buon numero di talebani ‘moderati’ (definizioni alquanto
ridicola), non è escluso che qualcuno alzi la voce a suon di ribellioni armate,
come spesso è accaduto in questi tre anni di interregno.
Anche se ormai, dopo venticinque anni di guerra e un milione e mezzo di morti,
è molto più probabile che il popolo afgano accetti qualsiasi soluzione politica
pur di vivere in pace. Non sarà grazie a Karzai o grazie agli americani se l’Afghanistan
riuscirà finalmente a lasciarsi alle spalle la guerra.
Queste elezioni, che secondo molti sono state tenute in questo momento, subito
prima del voto negli Stati Uniti, solo per offrire un argomento alla campagna
elettorale di Bush, sono state presentate dai media di tutto il mondo come prova
del trionfo della democrazia in Afghanistan.
Viene però difficile parlare di democrazia in un paese in cui solo un candidato
ha avuto a disposizione i mezzi e il denaro per condurre una campagna elettorale
a livello nazionale, grazie all’esplicito sostegno della potenza occupante e alle
risorse da essa messe a sua disposizione sotto forma di finanziamenti concessi
al governo provvisorio (cioè a Karzai) per organizzare le elezioni (cioè la sua
elezione).
Quale democrazia è quella in cui il voto (come denunciato anche da Human Rights
Watch) non è stato liberamente deciso dall’elettore ma dai capi tribù locali che,
dietro minacce di morte e remunerazioni in denaro da parte dei signori della guerra
locali, hanno accettato di dare indicazioni di voto a interi villaggi e distretti?

Indicazioni ascoltate in nome del tradizionale rispetto delle gerarchie tribali
e claniche. Indicazioni date agli uomini e da essi poi imposte alle loro donne,
a quelle poche cui mariti, padri e fratelli hanno consentito di andare a votare
(per inciso: il
burqa non è affatto sparito dopo la ‘liberazione’ perché non era un’imposizione del
regime talebano, ma una tradizione afgana).
Quale democrazia è quella in cui, grazie al commercio dei certificati elettorali,
ogni singolo elettore (complice il famoso inchiostro non indelebile) poteva votare
tutte le volte che voleva per lo stesso candidato?
Ma tutto questo, evidentemente, importa poco.
Quello che conta è la forma (anche se pure quella non è che sia stata molto rispettata)
e l’apparenza trasmessa al mondo dalle televisioni e dai giornali che hanno celebrato
l’evento.
Quello che conta è che ora qualcuno possa dire: “Visto? A qualcosa quella guerra
è servita!”.
Quello che conta è che questa rappresentazione democratica sia servita a ripulire
la coscienza di un Occidente che ha attaccato e invaso un paese causando la morte
di almeno 40 mila persone: 10 mila combattenti talebani e almeno 4 mila civili
uccisi dai bombardamenti americani, più 15-20 mila civili morti nei mesi successivi
alla fine del conflitto per le malattie e la fame ad esso conseguenti. Più, ancora,
altri 4.500 morti causati dai combattimenti e dagli attentati verificatisi nei
tre anni di ‘dopo-guerra’.