17/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La testimonianza di due operatori del Palestinian Medical Relief
scritto per noi da
Michela La Perna

Palestinian Red Crescent SocietyNon è facile riuscire ad incontrare Jamal Abu Hamdeh e Majdi a-Saruji. Lavorano entrambi presso la Palestinian Red Crescent Society, rispettivamente come medico e autista di ambulanze.
 
Ogni volta dal centralino mi riferiscono che sono appena usciti per un'altra missione medica. Questa mattina riesco a parlare con Jamal. Mi piacerebbe che mi raccontasse subito del 18 febbraio scorso. Invece mi vuole far capire che quella è stata una giornata difficile per lui, ma non per questo eccezionale: lavorare sulle autombulanze diventa sempre più pericoloso e non si sa mai quale possa essere il comportamento dei soldati israeliani.
 
Purtroppo mi sembra di cogliere molta rassegnazione nelle sue parole. Come in quelle della maggior parte delle persone incontrate in questi due mesi a Nablus. Mi racconta che quella mattina l’ambulanza doveva portare all'ospedale di Ramallah due pazienti: una bambina di Nablus con problemi al cuore e un uomo di Beit Furik, per una vecchia ferita al piede.
 
L'ambulanza viene fermata a due differenti check-point, alle porte di Nablus per controlli del mezzo e dei documenti di riconoscimento. Dopo pochi chilometri vengono nuovamente fermati: si tratta di un check-point temporaneo, che i soldati israeliani allestiscono solo in determinati momenti. Viene dato l’ordine, senza particolari spiegazioni, di tornare indietro.
 
Solo dopo un secondo tentativo i soldati decidono di lasciar passare il mezzo. Ma sulla strada, inaspettatamente Wajdi e Jamal incontrano un nuovo check-point, anche questo temporaneo. Sono molti i mezzi in attesa, più di una ventina. Un soldato, da subito molto aggessivo, ordina a ai due di uscire dall’ambulanza.
 
Jamal mi racconta di esser stato colpito alle spalle dallo stesso soldato. E di non esser riuscito a trattenersi dal chiedere il perchè di quel gesto, ma la risposta è stata: "Chiudi il becco, non e’ certo affar tuo! E poi io non ti ho fatto nulla, non e’ vero?’"
 
A quel punto il soldato lo colpisce piu’ volte, al collo e alla schiena, lo carica nell’ambulanza e cerca di colpirlo ancora. Jamal tenta di fermargli il braccio ma all'improvviso altri tre soldati salgono sul mezzo e cominciano a colpirlo non solo con calci e pugni, ma usando anche il calcio dei fucili.
 
Jamal viene gettato a terra, vicino all'ambulanza. Appena Majdi tenta di avvicinarsi, i soldati gli ordinano di salire sull'ambulanza ed andarsense se non vuole rischiare di essere ucciso. Majdi non ha scelta, e si dirige con i pazienti verso Ramallah.
 
Jamal mi racconta di esser stato poi legato, caricato su una jeep militare e portato al campo militare di A' Fara. Qui il soldato più aggressivo nei suoi confronti racconta ai superiori che Jamal aveva provato a picchiare uno dei soldati al check-point.
 
Come punizione più soldati lo colpiscono per più di mezz'ora. Solo dopo un'ora Jamal riceve l'ordine di lasciare la base. "Vattene da qui e fai in modo che non dobbiamo piu' incontrare la tua faccia, o ti ammazziamo!"
 
Jamal non resta che camminare in quelle condizioni per più di due chilometri, per raggiungere Ein Yabru’, il villaggio piu' vicino. Jamal non riesce a spiegarsi il perchè del particolare accanimento dei soldati nei suoi confronti, quel giorno: il fatto è che il passaggio delle ambulanze, il controllo dei mezzi e il trattamento del personale medico è a totale discrezione dei soldati di turno.
 

Categoria: Guerra, Salute
Luogo: Israele - Palestina