scritto per noi da
Michela La Perna
Non è facile riuscire ad incontrare Jamal Abu
Hamdeh e Majdi a-Saruji. Lavorano entrambi presso la Palestinian Red Crescent
Society, rispettivamente
come medico e autista di ambulanze.
Ogni
volta dal centralino mi riferiscono che sono appena usciti per un'altra
missione medica. Questa mattina riesco a parlare con Jamal. Mi
piacerebbe che mi raccontasse subito del 18 febbraio scorso. Invece mi
vuole far capire che quella è stata una giornata difficile per
lui, ma non per questo eccezionale: lavorare sulle autombulanze diventa
sempre più pericoloso e non si sa mai quale possa essere il
comportamento dei soldati israeliani.
Purtroppo mi sembra di cogliere molta rassegnazione nelle
sue parole. Come in quelle della maggior parte delle persone incontrate
in questi due mesi a Nablus. Mi racconta che quella mattina l’ambulanza
doveva portare all'ospedale di Ramallah due pazienti: una bambina di
Nablus con problemi al cuore e un uomo di Beit Furik, per una vecchia
ferita al piede.
L'ambulanza viene fermata
a due differenti check-point, alle porte di Nablus per controlli del
mezzo e dei documenti di riconoscimento. Dopo pochi chilometri vengono
nuovamente fermati: si tratta di un check-point temporaneo, che i
soldati israeliani allestiscono solo in determinati momenti. Viene dato
l’ordine, senza particolari spiegazioni, di tornare indietro.
Solo dopo un secondo tentativo i soldati
decidono di lasciar passare il mezzo. Ma sulla strada, inaspettatamente
Wajdi e Jamal incontrano un nuovo check-point, anche questo temporaneo.
Sono molti i mezzi in attesa, più di una ventina. Un soldato, da subito
molto aggessivo, ordina a ai due di uscire dall’ambulanza.
Jamal mi racconta di esser stato colpito alle spalle
dallo stesso soldato. E di non esser riuscito a trattenersi dal
chiedere il perchè di quel gesto, ma la risposta è stata: "Chiudi il
becco, non e’ certo affar tuo! E poi io non ti ho fatto nulla, non e’
vero?’"
A quel punto il soldato lo colpisce piu’ volte, al collo e
alla schiena, lo carica nell’ambulanza e cerca di colpirlo ancora.
Jamal tenta di fermargli il braccio ma all'improvviso altri tre soldati
salgono sul mezzo e cominciano a colpirlo non solo con calci e pugni,
ma usando anche il calcio dei fucili.
Jamal viene gettato a terra, vicino all'ambulanza. Appena Majdi tenta di avvicinarsi,
i soldati gli ordinano di
salire sull'ambulanza ed andarsense se non vuole rischiare di essere
ucciso. Majdi non ha scelta, e si dirige con i pazienti verso Ramallah.
Jamal mi racconta di esser stato poi
legato, caricato su una jeep militare e portato al campo militare di A' Fara.
Qui il soldato più aggressivo nei suoi
confronti racconta ai superiori che Jamal aveva provato a picchiare uno
dei soldati al check-point.
Come punizione
più soldati lo colpiscono per più di mezz'ora. Solo dopo un'ora Jamal
riceve l'ordine di lasciare la base. "Vattene da qui e fai in
modo che non dobbiamo piu' incontrare la tua faccia, o ti
ammazziamo!"
Jamal non resta che camminare
in quelle condizioni per più di due chilometri, per raggiungere Ein Yabru’, il
villaggio piu' vicino. Jamal non
riesce a spiegarsi il perchè del particolare accanimento dei soldati
nei suoi confronti, quel giorno: il fatto è che il passaggio delle
ambulanze, il controllo dei mezzi e il trattamento del personale medico
è a totale discrezione dei soldati di turno.